“L’avversione per i cuochi aumentava a ogni cambio di lavoro. Forse dipendeva dalla rigida gerarchia esistente in cucina. Nelle cucine, anche nelle più umili, vigeva il culto della personalità. I cuochi si credevano irresistibili.”
Partirei da queste righe prese dal libro per associarmi all’opinione su alcuni degli chef stellati, per lo meno quelli che vediamo spesso in Tv e che pontificano ormai su tutto.
Lo stile del libro è fluido e piacevole, i personaggi ben delineati, la trama particolare e ricca di colpi di scena per cui la storia, all’inizio un po’ scollegata, col passare dei capitoli, va a incastrarsi in maniera convincente e il lettore trova solo difficoltà nelle dettagliate spiegazioni dei processi della cucina molecolare e nelle descrizioni degli ingredienti. Un piccolo glossario con le spiegazioni sia dei termini tecnici sia degli ingredienti tipici della cucina indo-pakistana sarebbe stato utile per non interrompere la lettura per cercare i significati. Troppi i dettagli culinari.
Suter scrive un romanzo insolito, permeato di umorismo sarcastico (una qualità per cui gli svizzeri non sono certo famosi), leggero, eppure tremendamente serio circa il problema etico che affronta.
Sullo sfondo di una Svizzera in caduta libera verso la crisi economica, quella del 2009, crisi in cui i ricchi riescono sempre e comunque a diventare più ricchi, si incrociano i destini di diversi personaggi, tutti accomunati da un fattore comune: il cibo e le conseguenze della sua cottura che possono diventare devastanti.
In apertura di romanzo il ristorante di lusso a Zurigo dove lavora Maravan, giovane tamil riparato in Svizzera dallo Sri Lanka, sembra metafora della Svizzera e del suo chiudersi a riccio nel tentativo di “difendersi dal mondo esterno”. L’autore con sarcasmo fa dire al proprietario, che alcune delle ditte più fedeli nel prenotare il tradizionale cenone di Natale avevano rinunciato per “motivi estetici”: “Non sarebbe sembrata cosa buona dichiarare la crisi e tuttavia banchettare allo “Huwyler”.
Il libro, forse in modo troppo manicheo, mette due culture a confronto: quella europea basata principalmente sul “fare denaro”, sul sesso senza amore, sulla prevaricazione sui più deboli e la cultura di Maravan, ancora legata ai valori della famiglia, della religione e del comportamento eticamente corretto con il prossimo. Lo sforzo per adeguarsi sembra fatto soltanto da parte degli orientali – e non solo perché sono ospiti nel paese che li ha accolti – piuttosto per la perenne convinzione occidentale di essere i migliori. Molto ben descritta la vita della comunità Tamil, di come agisca la loro cultura e religione anche lontano dalla loro patria, anche se non tutti riescono o vogliono accettare le usanze di rito. Ben evidenziato è il confronto tra gli immigrati di prima e seconda generazione che non si sentono figli né dello Sri Lanka né del paese che li ha visti nascere. È sottolineato nel personaggio di Sandana, che se ne va di casa perché non vuole sposare l’uomo che la famiglia ha scelto per lei. Nata in Svizzera, non vuole tornare in una patria che non conosce, si ribella ai genitori ma non assomiglia nemmeno alle donne occidentali. Il suo incontro con Maravan permetterà al cuoco di rivedere le sue idee sui comportamenti delle donne tamil.
Il tema che si avverte più di tutti è la difficoltà che incontra l’integrazione e mi sarebbe piaciuto vederlo più sviluppato, ma rimane sovrastato dal traffico di armi, dalla corruzione, dalla crisi economica globale, dallo sfruttamento della prostituzione e dai matrimoni forzati.
Il libro parla anche di sesso, capovolgendone gli stereotipi, e di potere, di armi, di guerra, soprattutto del conflitto tra i governativi srilankesi e le cosiddette tigri Tamil, durato più di vent’anni, una guerra che i giornali non considerano mai perché “meno importante” rispetto alle altre, e che i ricchi, protetti da questo silenzio, sfruttano senza ritegno per arricchirsi. Parla anche di ricordi e di scelte difficili, che vanno contro tutto quello in cui si è sempre creduto, ma che non si possono non fare.
Maravan ama il suo lavoro con una passione intensa. Ci offre un’idea di cucina legata al silenzio. I suoi piatti nascono dalla sua identità, dalla sua storia personale, dove affondano le radici della vasta tradizione ayurvedica. Con le sue creazioni Maravan ci parla del suo mondo e della sua nostalgia che non trova soluzione in un Paese dove tutto gli appare distante dai suoi principi e dai suoi valori. Se Maravan scende a patti con la sua coscienza, comportandosi contro i suoi principi, se viene meno alla condizione che è stato proprio lui a stabilire – cibo d’amore solo per coppie sposate –, lo fa perché non ha altre soluzioni per salvare la prozia, per strappare il nipote alle Tigri.
Il finale è da applausi.
