Il segreto della speziale è un romanzo che crea altissime aspettative e già dalla sinossi è possibile percepire le atmosfere che riempiono queste pagine. L’ho letto in poco tempo, la scrittura è fluida e i salti temporali donano il giusto ritmo, anche se qualcosa non mi ha convinto del tutto. Cosa? Ve lo dirò tra poco.
In apertura ci troviamo catapultati a Londra, nel febbraio del 1791; a parlare in prima persona è Nella, la speziale. La lettera che tiene tra le mani contiene una richiesta, in apparenza non diversa dalle solite, ma stavolta qualcosa le suggerisce di non assecondarla. Quasi voglia cercare supporto, Nella volge lo sguardo verso il registro rilegato in cuoio dove sua madre, ancor prima di lei, appuntava i nomi delle donne che aveva aiutato, inserendo nel dettaglio le relative pozioni. Unica differenza: i rimedi benefici dispensati dalla madre non avevano niente a che fare con gli intrugli preparati dalla figlia, una volta ereditata la bottega al numero 3 di Back Alley. Anche Nella sarebbe stata un riferimento positivo se solo un tradimento, quel terribile tradimento, non le avesse reso nera l’anima.
Il secondo capitolo, narrato sempre in prima persona, ci trasporta nella Londra dei giorni nostri; a parlare è Caroline. Avrebbe dovuto visitare la città insieme a suo marito, per festeggiare l’anniversario di matrimonio, invece è lì da sola, schiacciata dal peso di un’agghiacciante scoperta. Si trova davanti all’insegna del pub Old Fleet Tavern quando incontra Alf lo Scapolo, un uomo che la invita a fare mudlarking. Mud che? Lei nemmeno sa cosa sia. All’inizio rifiuta, non è di certo in vena di fare strani esperimenti; poi, però, cambia idea e raggiunge il gruppo. Alf sta spiegando come trovare gli oggetti che il fiume e il tempo hanno celato tra acque e sassi: «Il segreto è lasciare che il vostro subconscio scovi le anomalie. Il nostro cervello è programmato per registrare eventuali difformità rispetto agli schemi abituali. Ci siamo evoluti così, parecchi milioni di anni fa. Non dovete concentrarvi solo sull’esistenza di qualcosa, ma anche sulla su assenza, su eventuali incongruenze». Sarebbe stata un’esperienza strana, a tratti divertente ma senza alcun particolare rilievo, se Caroline non avesse trovato tra i ciottoli del Tamigi quella piccola ampolla blu, incrociando il suo destino con quello di Nella, la speziale.
Nel romanzo c’è una terza voce che parla in prima persona: è quella di Eliza, dodici anni, alla quale la padrona ha commissionato l’acquisto di un potente veleno. Il fascino delle pozioni e la malevola potenza di quei veleni la ammaliano, facendole desiderare di diventare come Nella. La sua perseveranza, pian piano, le permette di esplorare i segreti di quella bottega, ben nascosta al resto del mondo. Come un’allieva diligente, Eliza fa domande e vibra di un’ingenua curiosità, incurante delle conseguenze che quelle scelte hanno sulla vita delle persone. Nel suo cuore di ragazzina, tutto sembra semplice, fattibile, fino al giorno in cui un clamoroso errore fa crollare le sue certezze.
Devo ammettere che, nonostante il romanzo mi sia piaciuto, alla fine sono rimasta un po’ delusa. Le vicende ambientate nel Settecento appagano il lettore e lo tengono con il fiato sospeso fino alla fine. La storia di Caroline, invece, inizia seminando interessanti spunti ma, a mio avviso, procede e si conclude perdendo via via consistenza. Il suo rapporto con il marito, per esempio, prende una piega quasi surreale, rasentando il grottesco. L’interesse, generato con abilità nelle ambientazioni del passato, non riesce ad essere altrettanto incisivo nelle vicende contemporanee e questo toglie magia all’intero libro. La sinossi, quindi, è un tantino ingannevole e crea aspettative che, in base alla storia narrata, non possono essere soddisfatte del tutto. Mi sento comunque di consigliarne la lettura se si ha voglia di una storia interessante, senza troppe pretese.
Per concludere… qual è il messaggio che questo romanzo vuole trasmettere? Di certo, l’autrice ha voluto mettere in luce le difficoltà oggettive che le donne affrontano da sempre; in passato come oggi. Tra uomini infedeli o violenti, in queste pagine non c’è traccia di una figura maschile in grado di riscattarli tutti e di Alf non abbiamo che una piccola apparizione a inizio romanzo, e pochi cenni durante la lettura. Insomma, a farla da padrone sono donne ferite e incattivite, capaci di tutto pur di punire i torti subiti; persino di uccidere. A uscirne peggio, però, è James, il marito di Caroline. La presenza di questo personaggio avrebbe potuto arricchire in diversi modi la storia, invece si rivela inconsistente, spesso ridicolo a capace di compiere azioni che non hanno senso. Improbabili, ma lecite in un romanzo, sono le coincidenze che permettono a Caroline di risolvere il mistero e cambiare vita. Chiamiamola fortuna, se vogliamo…
Buona lettura!
Traduzione di Valeria Bastia


