Genere:
Il sangue dei vinti. Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile – Giampaolo Pansa
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Trama

La cornice in cui si inserisce la ricostruzione dei tanti eventi ripercorsi nel volume vede Giampaolo Pansa confrontarsi con Livia, una brillante funzionaria della Biblioteca Nazionale di Firenze, che a suo tempo aveva svolto ricerche sui fatti sanguinosi dell’immediato dopoguerra. Assieme a lei, l’autore si avventura su un terreno minato, socchiudendo porte che ancora oggi molti vorrebbero tenere sbarrate: l’accusa di revisionismo è sempre in agguato per chi, pur condividendo le stesse posizioni dei vincitori, vuole scrivere tutta intera la storia. Pansa non se ne cura e indaga nelle pieghe di episodi e circostanze che videro migliaia di italiani vittime delle persecuzioni e delle vendette di partigiani e antifascisti.

Recensione a cura di Angelo Mascolo

Provate per un solo momento a chiudere gli occhi. Isolatevi da tutto il resto e immaginate l’Italia di settant’anni fa circa. La caduta del regime fascista, la guerra, fame e disperazione ovunque. E soprattutto una guerra civile sanguinosa e virulenta che per due anni attraversa come una lama le regioni del Nord Italia. E provate soprattutto a fare la conta dei morti. Decine di migliaia. Tutti noi sappiamo com’è finita questa storia. Ce l’hanno raccontata i nostri nonni, lo abbiamo letto sui libri di storia, ce lo ricordano i media ogni anno. Questa storia è finita il 25 aprile, con la liberazione dal giogo nazifascista e i partigiani vittoriosi. Da quel preciso momento accade qualcosa, però. Accade che la partigianeria, ovvero la lotta di resistenza senza quartiere alle truppe occupanti tedesche e ai fascisti, da fenomeno storico diventa mito. Un feticcio. Qualcosa di eterno, inattaccabile, puro. Insomma, un dogma. Ma le cose sono andate proprio così? La lotta partigiana è stata solo un crescendo rossiniano di virtù e atti eroici? La risposta è no. Un no assordante, spiazzante, compromettente, inquietante. A spiegarcelo è questo libro che più di dieci anni fa ha scoperchiato il vaso di Pandora. Ha aperto una nuova breccia nel dibattito storiografico italiano moderno. Come una cloaca ribelle ha vomitato fuori tutti gli scheletri dall’armadio, ha fatto nomi, messo sul banco degli imputati eroi e giustizieri, ha riportato la partigianeria al clima, reale, degli anni ’43-’45. Ossia anni duri, violenti, spietati. Anni in cui i rastrellamenti, le rappresaglie, gli stupri, i redde rationem non furono esclusiva solo di fascisti ma anche dei liberatori. È assai difficile parlare di questi fatti senza innescare polemiche o rancori, ancora oggi. Tuttavia, la storia – e in particolare la sua voce democratica rappresentata dal revisionismo – si fa con i documenti e non con le ideologie. E la storia maestra di vita ci dice che il sangue non ha risparmiato nessuno all’indomani della caduta del regime fascista. Né i fascisti né i partigiani. Una barricata contro l’altra. Una causa contro l’altra. Vi starete chiedendo perché riesumare fatti ormai vecchi, sepolti, dimenticati. La risposta è molto semplice. Non abbiamo mai affrontato il nostro passato recente. Prova ne è la mitizzazione della Resistenza, la sua riduzione a totem da sventolare negli anniversari celebrativi, il feticcio o una risorsa retorica da invocare in discorsi demagogici e populisti. La maturità di una nazione passa necessariamente dalla sua capacità di guardarsi allo specchio, di accettare le proprie miserie e zone buie. E andare avanti. Ma noi, da decenni, non siamo più in grado di farlo. Non siamo in grado di riconoscere, ammettere, analizzare ed elaborare la lunga stagione di odio che l’Italia ha subito dopo la guerra e che si è prolungata poi con l’appendice virulenta degli anni di piombo. Quarant’anni. Generazioni intere consumate dall’odio e dalla vendetta. Un clima di odio del quale non ci siamo ancora liberati. E che, al contrario, continua ad alimentare le stagioni della politica e della società civile. Ieri l’odio contro il comunista o il fascista di turno; oggi quello razziale diretto contro l’extracomunitario. A rifletterci bene libri come quello di Pansa non vanno accettati o rifiutati, contestati o apprezzati. Vanno letti e basti. Per ricordarci – al di là delle epoche – che la stagione è sempre lì dietro all’angolo, pronta a spuntare e a piombare nelle nostre vite in qualsiasi momento.

 

Dettagli

  • Genere: Saggio
  • Editore: Sperling & Kupfer; II edizione (24 Giugno 2013)
  • Collana: Pickwick
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8868360322
  • ISBN-13: 978-8868360320
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