Un thriller di montagna, ma niente a che fare con l’alpinismo. Una vicenda densa di colpi di scena, di acume investigativo e di inquietanti salti nel passato assolutamente congeniali alla storia. Molto ben scritto, Il Nido del Pettirosso è uno di quei romanzi che non riesci a smettere di leggere, perché ti cattura e ti porta con sé fino al coup de theatre finale.
La vicenda è ben riassunta nella trama ufficiale: una ragazza scompare nello stesso posto in cui è scomparsa la sorella anni prima. La polizia la cerca ma pure la madre ci mette del suo. Una protagonista scomoda, Laura, dura e astiosa ma con le sue debolezze ben nascoste. E come non capirla, questa è la seconda figlia che le sparisce sotto il naso, chi non sarebbe incazzato nero?
Tutta la storia è organizzata in modo da tenerti sulle spine, da buon romanzo thriller qual è. Come accennavo, non mancano i salti temporali, ho apprezzato la narrazione con l’uso dei verbi al presente per le vicende del 2019 e del passato per i salti a ritroso, in un decennio precedente. Parrebbe una considerazione banale la mia, ovvia, invece non lo è. Quante volte ci capitano testi in cui si usa sempre lo stesso tempo verbale, caratterizzando epoche diverse solo con le date sul capitolo? Non dico che sia sbagliato, niente di male, l’ho fatto anche io, ma questo gioco presente/passato usato dal buon Sartori, a mio avviso rafforza la chiarezza degli avvenimenti e dei loro tempi, li colloca con precisione negli anni in cui devono stare abolendo la confusione che a volte si crea quando si “saltella” avanti e indietro nel tempo.
In conclusione, consiglio vivamente la lettura de Il Nido del Pettirosso, mi sono ritrovata dentro a una storia credibile e intrigante, con personaggi tutti ben definiti, tridimensionali e veri, con una trama molto calibrata tra passato e presente. A un certo punto ho perfino sospettato di… beh, non lo posso dire, alla fine mi sbagliavo, ma a voi, tocca leggerlo!

