Il lupo non veste indaco
Quando Bellicapelli, un ragazzino indaco, raccoglie per strada una semplice scatolina di latta, non può immaginare di avere tra le mani uno strumento di morte. Sfuggita a Zeno Cardinale, detto Il Felpa, la scatolina diventa il centro di una caccia spietata: per il ragazzo, ogni angolo può trasformarsi in una trappola. A proteggerlo intervengono tre figure tenaci e appassionate: lo zingaro Nicu, il giornalista Gianni Filo e l’avvocata Loretta Cinzi. Tra Jesi e Torino, i tre si trovano a fronteggiare lupi senza volto, un’organizzazione segreta pronta a sconvolgere gli equilibri dell’Italia intera. Nel frattempo, un misterioso reclutatore adesca giovani killer nel Dark web; persone sane vengono stroncate da inspiegabili infarti fulminanti; viene alla luce una criptica lista di nomi. Apparentemente scollegati, questi eventi compongono un disegno più vasto e inquietante, in cui ogni morte è un messaggio.
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Recensione a cura di Barbara Medeot

Il romanzo, è il secondo della trilogia iniziata con “Come lupo nella pioggia”, è un Thriller/Noir, i cui capitoli sembrano costruiti quasi come scene cinematografiche: brevi, dinamici e ricchi di suspense.

La storia si sviluppa principalmente tra Jesi e Torino, due città molto diverse tra loro che contribuiscono a dare ritmo e carattere al racconto.

Jesi rappresenta una dimensione più quotidiana e apparentemente tranquilla, da cui però emerge gradualmente il pericolo nascosto. Torino, invece, aggiunge un tono più cupo e misterioso, da “noir”, perfetto per gli intrecci legati all’organizzazione segreta e agli eventi oscuri della trama.

Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è il gruppo dei protagonisti, molto diverso ma ben equilibrato.

Bellicapelli è il centro della vicenda: un ragazzo fragile ma coraggioso, trascinato in qualcosa di molto più grande di lui. Nicu, lo zingaro, è probabilmente il personaggio più umano e protettivo, capace di creare empatia nel lettore. Gianni Filo, il giornalista, rappresenta la ricerca della verità e aggiunge la componente investigativa alla storia. Loretta Cinzi, l’avvocata, porta razionalità e determinazione, diventando una figura fondamentale nella lotta contro i “lupi senza volto”.

Anche i personaggi secondari risultano interessanti perché mantengono sempre un alone di mistero.

Gli autori dimostrano una mano molto controllata e consapevole: non hanno bisogno di spingere sulle parole per creare coinvolgimento. L’ingrediente segreto della loro scrittura è eliminare il superfluo, lasciare spazio ai silenzi narrativi, e proprio lì fanno lavorare il lettore. È una scrittura che non spiega troppo, ma suggerisce con continuità, e questo richiede una notevole sicurezza autoriale. Ne risulta quindi uno stile sobrio, misurato ma anche piuttosto evocativo. Le immagini arrivano precise senza abbondanti spiegazioni e lasciano al lettore l’immaginazione del clima, dell’atmosfera e un’inquietudine che resta anche dopo aver girato le pagine. Il linguaggio è semplice e accessibile, adatto anche a chi non legge spesso thriller complessi.

Si percepisce anche una buona capacità di gestione del ritmo: non ci sono accelerazioni casuali o scene “riempitive”, ma un andamento tutto sommato lineare. Alcuni passaggi sono più lenti, quasi osservativi, altri più compressi, e questo alternarsi crea una sorta di sottotraccia emotiva costante.

Quello che colpisce davvero è la sensibilità con cui viene trattata la dimensione umana dei personaggi. Non c’è mai una rigidità netta tra bene e male: tutto è sfumato, stratificato, credibile. Si ha spesso la sensazione che gli autori conoscano bene ciò di cui stanno parlando, o comunque che abbiano voluto scavare più nel sottotesto emotivo che nella semplice trama.

Il lupo non veste indaco si può quindi definire un thriller moderno che unisce mistero, tensione psicologica e critica sociale. La trama è ricca di colpi di scena e tiene viva la curiosità fino alla fine.

Alla fine della lettura, Il lupo non veste indaco lascia la sensazione di aver attraversato una storia intensa e piena di tensione, dove nulla è davvero casuale. Personalmente ho apprezzato soprattutto il modo in cui gli autori riescono a creare inquietudine senza rinunciare alla parte umana dei personaggi.

Il romanzo fa riflettere su quanto il male possa nascondersi dietro apparenze comuni e su quanto sia fragile il confine tra normalità e pericolo. È una lettura che coinvolge, incuriosisce e riesce a mantenere viva l’attenzione fino all’ultima pagina.

Chiudo questo libro con la sensazione che i veri lupi non abbiano bisogno di nascondersi nell’ombra: spesso camminano tra le persone comuni, senza volto e senza rumore. E questo deve far riflettere.

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