Recensione a cura di Claudia Proietti
Ivan Castelli indaga nell’animo umano pur essendo apparentemente privo del proprio, chiede di essere consulente di parte per la difesa del presunto assassino di sua figlia, nonostante tutte le prove, e le stesse ammissioni del ragazzo, ne confermino la colpevolezza; ha una moglie bellissima, Glenda, che non sfiora da troppo tempo – né con le mani né coi pensieri – e comincia a conoscere sua figlia soltanto dopo averla perduta.
Proprio sulla base di questo coacervo di contraddizioni prende il via la vicenda che ruota attorno alla morte violenta di Nadia Castelli, giovane e bella ragazza che viene trovata seviziata e soffocata mentre, con un gruppo di amici, si trova nella villa del suo migliore amico, il fragile e introverso Edoardo De Meo.
Il matrimonio di Ivan, già compromesso da indifferenza e mancanza di comunicazione, subisce il colpo di grazia a causa del lutto. Ettore, il fratello tormentato e molto incline a vizi e dipendenze, piomba nella vita solitaria di Ivan. Sonya Tagliaferri, sua ex fiamma, è la ruvida e disillusa PM incaricata di indagare sul caso, insieme al vicequestore Martini, segugio impulsivo e navigato, abituato a non mollare mai l’osso fino a che non arriva a mordere il midollo della verità.
A questo variegato parterre si aggiungono l’avvocato Isabella Naldi, che riluttante accetta l’aiuto di Ivan come extrema ratio, la famiglia di Edoardo, simbolo di un’affettività sintetica e ipocrita, variabile in base ad aspettative più o meno soddisfatte; Federico, il fidanzato della vittima, un giovane dal carattere debole che tende all’ignavia; e ragazzi più o meno della stessa età di Nadia, Edo e Federico. Alcuni sono amici, presenti nella villa ma non direttamente testimoni dell’omicidio, altri fanno parte di un contesto molto particolare che viene fuori via via che ci si lascia catturare dalle pagine. Un contesto quasi orrorifico che sembra appartenere a tempi lontani, nel quale si ricorre a metodi terribili anche solo da immaginare. Invece, come tutte le cose più brutte, certi elementi – di certe storie – sono spaventosi perché reali, soprattutto quando si tratta di coercizioni, “correzioni” e costrizioni che inducono a rifiutare sé stessi per uniformarsi a un dato sistema, a uccidere chi siamo per rinascere peggiori.
Così, la solita – ma sempre nuova – magistrale penna di Ferdinando Salamino ci accompagna nei meandri più bui delle anime dei suoi personaggi, caratterizzati da diverse gradazioni di grigio, nessun bianco e nessun nero, nessuna vittima e nessun carnefice, se non quello che, all’occorrenza, scegliamo di essere o che gli altri ci obbligano a diventare.
In una diversa sede, avevo definito Salamino un “Caravaggio della letteratura”, per la sua capacità di usare l’oscurità come colore vivo; non posso che ribadire tale idea. Ferdinando usa tele nere sulle quali tratteggia figure chiare, indirizzando la luce più nitida e chiarificatrice proprio accanto al punto più scuro dell’oblio dei fatti e dei personaggi che racconta.
Gli interrogativi che Identità negate pone somigliano molto a risposte, tanto quanto le verità rivelate somigliano a dubbi. Se chiamati a scegliere, preferiremmo la giustizia o la verità? Se chi amiamo è diverso da come vorremmo che fosse, siamo disposti ad amarlo lo stesso o preferiremmo modificarlo – plasmarlo – nell’ideale desiderato? E, soprattutto, poniamo all’amore le stesse condizioni che poniamo all’odio? Impieghiamo nell’affetto le stesse forze che riserviamo al rancore?
Questo straordinario scrittore, a mio avviso ben più in alto di tanti “grandi”, torna dopo anni con una storia nuova, diversa dal labirintico e vorticoso universo di Michele Sabella & Co., ma che cattura e fagocita il lettore, travolgendolo in spirali psicologiche e antropologiche che vanno ad assumere addirittura una valenza filosofica. Ivan Castelli, e ciò che lo circonda, (scomodando il caro vecchio Nietzsche) inducono a una sorta di “nichilismo passivo” frutto di una “trasvalutazione dei valori” e di un decisivo ma graduale ribaltamento della morale tradizionale.
Ferdinando Salamino ritorna in grande stile con la sua solita eleganza sovversiva, a ricordarci che non ci sono buoni e cattivi, che il Male risiede comodo in ognuno di noi e che, in certi casi, non siamo poi così bravi a farlo restare nascosto, a non utilizzarlo per sopravvivere. Il Male non ha le fattezze di una bestia immonda e spaventosa, ma un completo elegante, il sorriso candido e la voce accogliente. Come tutti i Mostri.


