Fuoco di Livia Sambrotta. Quando il thriller psicologico incontra l’analisi più spietata dei legami invisibili
A cura di Claudia Proietti
Esiste un criterio specifico che permette ai segreti più oscuri di stratificarsi: una sorta di logica spietata e inesorabile che guida il processo secondo il quale la cenere si deposita sulle cose, uno strato alla volta, dopo un incendio, coprendole e alterandone l’identità.
Questo presupposto appare necessario per iniziare a parlare dell’ultimo romanzo firmato da Livia Sambrotta ed edito per SEM. Si tratta di un thriller denso e teso, inserito in un terreno tanto cupo e torbido quanto affascinante e originale; una storia in cui la suspense e l’intreccio poliziesco incarnano sì gli elementi che l’autrice utilizza per raccontare una storia, ma anche gli strumenti che abilmente maneggia per dissezionare e analizzare i lati oscuri della psiche umana, esplorando nel profondo le dinamiche relazionali e le patologie affettive. Le sparizioni, le fughe e le indagini, infatti, diventano specchio costante dei territori più inesplorati della coscienza, proiettando la tensione esterna direttamente dentro ai personaggi e – di conseguenza – al lettore.
È un binario doppio quello su cui viaggia la narrazione: un connubio tra luoghi geografici e aspetti esistenziali che rendono più potenti le suggestioni. La Venezia decadente, labirintica e viva nei suoi canali silenziosi e nei riflessi plumbei e argentei della laguna, rappresenta l’ambiguità e la stagnazione emotiva. A essa si contrappone la montagna, che incarna l’inesorabilità del giudizio e della memoria attraverso l’isolamento dei boschi scuri e magnetici del Cadore, custodi silenziosi di segreti.
Su questo particolarissimo e ambiguo set si muove Lara, una donna la cui vita viene improvvisamente sconvolta da una scomparsa che innescherà un’inarrestabile reazione a catena, un effetto domino che farà crollare ogni sua certezza.
Uno degli aspetti più riusciti e affascinanti del romanzo è senza dubbio la costruzione psicologica dei protagonisti: nessuno è esattamente come appare, ma si svela, via via, diverso, con una nuova maschera da togliere o indossare. Sono figure stratificate e profondamente ambigue, a partire proprio da Lara, la protagonista. Lara è complessa e vulnerabile, divisa tra una forte identità professionale e una profonda fragilità affettiva. La sua ricerca della verità nasce da un bisogno profondo e disperato di dare un senso al dolore e di liberarsi da legami soffocanti. Questo ultimo concetto ci conduce all’enigmatica figura di Adrian, tanto sfuggente e narcisista quanto magnetico. L’uomo è il catalizzatore degli eventi, colui che incarna il fascino oscuro della manipolazione affettiva e la fonte delle ossessioni di chi gli vive accanto.
Tra gli altri personaggi troviamo Tiziana, una donna dall’indole molto particolare che ribalta radicalmente i canoni della protezione filiale. Dietro un’apparente fragilità si muove una mente fredda e determinata, capace di compiere scelte estreme pur di esercitare il proprio controllo e di inseguire un’illusione di riscatto.
A incarnare la rete di supporto in aiuto di Lara ci sono Irene, con la sua amicizia fraterna, e il cane Sirio. Queste due figure rappresentano l’ancoraggio alla realtà, il contrappunto leale in un mondo dominato dal sospetto.
Fuoco tocca temi di profonda attualità psicologica e sociale attraverso concetti più reali che mai come, ad esempio, la manipolazione affettiva e il narcisismo patologico: due sfumature di disagio emotivo tristemente sempre all’ordine del giorno. Viene esplorato con estrema lucidità il modo in cui i legami tossici possano erodere la personalità della vittima, alterandone la percezione della realtà fino a renderla ostaggio di un rapporto simbiotico e distruttivo.
Altra peculiarità del testo è il processo attraverso il quale viene smontata l’idea della famiglia come rifugio incondizionato, mostrando, invece, la materia più oscura che compone le proiezioni genitoriali, fatte di traumi irrisolti e controllo occulto: le declinazioni più crudeli dell’affetto che possono trasformare l’amore in una gabbia letale.
Anche la verità viene, in un certo senso, demitizzata. La sua scoperta avviene attraverso un percorso di accettazione doloroso e logorante. Quando il trauma viene rimosso, l’anima non guarisce ma viene distrutta dalla sua assenza proprio come dalla sua presenza. Questo aspetto è molto interessante poiché fornisce una chiave di lettura alternativa e, seppur ruvida, estremamente lucida e stimolante.
La scrittura di Livia Sambrotta è riconoscibile per l’abile fusione tra rigore formale e urgenza emotiva. Il lessico unisce la precisione tecnica della psicologia criminale e delle procedure investigative a un forte simbolismo sensoriale (la cenere, il fumo, il legno bagnato e la roccia). La sintassi alterna abilmente periodi ipotattici a forti stacchi paratattici nei momenti di maggiore climax, dosando i rallentamenti introspettivi con le accelerazioni improvvise della suspense.
Dal punto di vista narratologico, la gestione del punto di vista adotta una focalizzazione immersiva sull’interiorità di Lara, che conduce il lettore a provare empatia e, contestualmente, disorientamento. Si indaga e ci si smarrisce insieme alla protagonista.
A ciò si aggiunge la maestria nell’uso del sottotesto: i dialoghi sono intrisi di silenzi strategici, omissioni e sguardi che innescano nel lettore la capacità di decodificare le tensioni latenti prima che esplodano, leggendo anche ciò che non è espressamente scritto.
L’architettura del plot risponde a una solida ingegneria della suspense tipica del thriller, basata su un meccanismo a orologeria, in cui false piste e plot twist risultano sempre rigorosamente coerenti con la psicologia dei personaggi.
Questo ultimo romanzo di Livia Sambrotta si rivela un’esperienza letteraria che interroga le zone d’ombra della coscienza e approfondisce il modo in cui il pericolo più insidioso non risieda mai all’esterno, ma nel fuoco nascosto che brucia nei meandri più celati della nostra mente, dei nostri affetti e, soprattutto, della nostra anima.

