Stephen King ha scritto romanzi monumentali (It, 22/11/’63, The Stand), romanzi di media lunghezza, ma posizionabili tra i capolavori (La Metà Oscura, La Zona Morta), qualche passo falso (Cell), la sagha fantasy che divide i lettori tra scettici e fanatici (La Torre Nera) e racconti che da soli valgono una carriera intera (Il corpo, La nebbia, Il metodo di repsirazione). Poi ogni tanto, forse sotto la pressione di editori vogliosi di materiale nuovo, scappa fuori un romanzo breve, di quelli che spesso il Nostro infila nelle raccolte di racconti. È il caso di Elevation, uscito nel 2019.
La storia è semplice, quasi una favola: Scott Carey, abitante di Castle Rock, uno dei luoghi chiave dell’universo kinghiano, scopre di perdere peso senza alcuna ragione apparente. Vi suona familiare? Ebbene sì, fin qui sembra di leggere una versione aggiornata de L’occhio del male – ricordate? Il romanzo con lo zingaro, la maledizione e la dieta forzata più pericolosa della storia della narrativa. Anche qui il protagonista dimagrisce ma resta visibilmente uguale: niente pelle floscia, niente guance scavate. Solo la bilancia che, testarda, continua a segnalare un peso sempre più leggero anche quando il buon Scott vi sale con manubri da sollevamento pesi.
Esatto, la legge di gravità pare sparire nei dintorni del protagonista.
King prende questo pretesto, più surreale che horror, e lo usa per raccontare tutt’altro: l’intolleranza, il bigottismo della provincia americana, l’ipocrisia che si annida dietro sorrisi e barbecue del sabato sera. Scott, dopo varie incomprensioni, diventa amico delle sue nuove vicine di casa, una coppia che cerca di gestire un ristorante tra l’ostilità generale della cittadina. Perché le due donne sono invise a tutti? Per la loro omosessualità, certo. Ma, soprattutto, perché sono sposate, fatto che la bigotta cittadinanza di Castle Rock vede come un affronto, un attentato allo status quo. E Scott, con la sua strana condizione fisica, finisce per diventare il catalizzatore di un cambiamento – in meglio – che sa tanto di realismo magico.
Se vi sembra poco kinghiano, forse dovete rivedere le vostre idee sull’autore, spesso riduttivamente catalogato come Maestro del Brivido. Elevation non è una storia di spettri, né un thriller travestito da horror, né tantomeno una discesa nell’abisso. È più un apologo morale alla Frank Capra, con qualche tocco weird, e l’urgenza di parlare di tolleranza, rispetto, empatia.
Se pensate che non siano argomenti tipici di King, vuol dire che non siete stati attenti. Fin dall’esordio di Carrie, infatti, l’autore ha sempre nascosto sotto i panni dell’horror una feroce critica agli Stati Uniti più tossici. Quelli del bullismo – tema portante di Carrie – ma anche quelli conservatori e arretrati, bigotti e negazionisti (il recente Holly), quelli fissati con le armi (l’introvabile Ossessione).
Elevation, però, è tutto fuorché un noioso pistolotto morale, anzi, al contrario: qui tutto tende alla leggerezza, nel senso più letterale del termine.
Il finale è molto bello, quasi lirico, e lascia una certa stretta allo stomaco, anche senza colpi di scena. Non lo spoilero, tranquilli, ma è la parte che più mi ha fatto dire: “Ok, King è sempre King, non solo di nome”.
Insomma, se aspettate un mio parere e consiglio, Elevation mi è piaciuto. È scritto bene, si legge in un pomeriggio, ti fa pensare senza farti venire l’emicrania. Resta però un’opera minore, uno di quei romanzi brevi che, infilati in una raccolta di racconti, brillerebbero forse di più.

