Ed è un poco la notte e un poco l’alba
Ed è un poco la notte e un poco l’alba è ambientato in Carnia, nel Friuli del 1944, durante gli ultimi anni della Seconda guerra mondiale. La protagonista è Serafina, una giovane donna cresciuta secondo l’antica tradizione dei santuari del respiro, luoghi in cui si portavano i neonati morti senza battesimo nella speranza che ricevessero un ultimo soffio di vita. Custode di questo rito tramandato dalle donne del paese, Serafina vive in una comunità ancora legata alle proprie tradizioni e alla vita di montagna. L’equilibrio del villaggio viene spezzato quando arrivano i cosacchi, inviati dai nazisti a occupare la Carnia con la promessa di una nuova patria. Le famiglie friulane sono costrette a lasciare le proprie case o a condividerle con gli invasori, mentre la guerra porta paura, violenza e profonde divisioni. In questo clima di sofferenza, Serafina si trova a confrontarsi con una realtà complessa: accanto alla crudeltà del conflitto scopre che anche tra coloro che sono considerati nemici esistono dolore, nostalgia e desiderio di pace. Il suo percorso diventa così un viaggio di crescita personale, durante il quale cerca di difendere i valori della compassione e dell’umanità, senza rinunciare alle proprie radici. Il romanzo intreccia eventi storici realmente accaduti con le antiche tradizioni popolari del Friuli, offrendo una riflessione sulla guerra, sulla memoria e sulla capacità dell’essere umano di trovare speranza anche nei momenti più oscuri. Il titolo richiama proprio questo passaggio simbolico dalla notte all’alba: dalla distruzione alla possibilità di una rinascita.
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Da tempo Ilaria Tuti esplora le pagine meno frequentate della storia del Novecento. Dopo aver restituito voce alle portatrici carniche in Fiore di roccia e raccontato la medicina di guerra in Come vento cucito alla terra, con questo nuovo lavoro torna in Carnia per ricordare l’occupazione del territorio da parte dei cosacchi al servizio dell’esercito tedesco. Una vicenda poco nota della Seconda guerra mondiale, legata al progetto Kosakenland in Norditalien, che l’autrice ricostruisce attraverso lo sguardo di chi l’ha vissuta, mostrando come la guerra accomuni, nella perdita e nello sradicamento, uomini e donne trascinati, per ragioni diverse, dentro la stessa tragedia.

Senza attenuare il peso delle responsabilità storiche, Tuti concentra il racconto sulle ferite che la guerra lascia nelle coscienze. Alla cronaca degli eventi sostituisce quella dei legami spezzati, della normalità smarrita e della nostalgia per una quotidianità ormai irraggiungibile. È in questo paesaggio morale che si muovono i personaggi del romanzo: persone irriducibili a qualsiasi definizione, per le quali il confine tra forza e vulnerabilità, colpa e compassione si fa continuamente più incerto.

Serafina è il punto in cui convergono le tensioni più profonde del romanzo. Custode di antichi saperi e profondamente legata alla sua terra, vive la comunità da una posizione di confine, che le consente di sottrarsi alle convenzioni religiose e sociali senza mai recidere il legame con chi la abita. La sua indole selvatica non contraddice la capacità di prendersi cura degli altri, così come la durezza dei suoi modi si accompagna a una spiritualità che nasce più dal dialogo con la natura che dalle forme della religiosità istituzionale. È una figura che resiste a ogni semplificazione e che trova proprio nella convivenza degli opposti la propria credibilità narrativa.

La Carnia sfugge al ruolo di semplice scenario per diventare una presenza viva, in cui boschi, montagne e stagioni accompagnano silenziosamente il destino dei personaggi, contrapponendo il tempo della natura alla violenza della storia.

È in questa prospettiva che acquista pieno significato anche il titolo, Ed è un poco la notte e un poco l’alba. Come la notte e l’alba non si escludono, ma si compiono reciprocamente, così il dolore non si esaurisce con la perdita, ma può diventare il luogo da cui ritrovare una ragione per continuare a vivere.

Al termine della lettura ciò che resta non è soltanto la riscoperta di una pagina dimenticata della Seconda guerra mondiale, ma la forza delle domande che il romanzo lascia aperte sulla responsabilità, sulla dignità umana e sul fragile confine tra chi subisce la Storia e chi finisce per farsene strumento. Domande che travalicano il tempo della lettura e continuano a interrogare il presente.

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