E dal cielo caddero tre mele
C’è un luogo, sulle montagne dell’Armenia, dove il tempo si è fermato. Si chiama Maran, un villaggio dimenticato dal mondo, segnato da guerre, carestie e terremoti. I giovani sono tutti andati via; sono rimasti solo i vecchi, custodi di una memoria che rischia di perdersi con loro. Ed è proprio qui, in questo angolo di mondo apparentemente morto, che Narine Abgarjan fa germogliare una storia straordinaria. La vicenda si apre con Sevojants Anatolija che, stanca di una vita segnata dalla sofferenza e da un matrimonio violento, si corica per prepararsi a morire. Ma il destino, e l’intervento dei suoi vecchi vicini, hanno in serbo per lei qualcosa di diverso: un’amicizia, un nuovo amore e una sorprendente rinascita. Attorno a lei, le vite di una manciata di anime, il fabbro Vasilij, gli anziani coniugi Ovanes e Jasaman, si intrecciano in un affresco corale che profuma di leggenda.
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Narine Abgarjan fa germogliare un racconto straordinario a Maran, un villaggio arroccato tra le montagne dell’Armenia, ferito da guerre, carestie e terremoti e ormai popolato soltanto da anziani, ultimi custodi di una storia che rischia di scomparire con loro. È in questo luogo ai margini del tempo e della storia che si intrecciano i destini di Anatolija e Vasilij, figure centrali di una narrazione in cui realismo e fiaba si fondono con naturalezza, rendendo il soprannaturale parte della quotidianità e il destino una forza imprevedibile con cui imparare a convivere.

Attorno a loro prendono forma le esistenze degli altri abitanti di Maran, il fabbro, gli anziani coniugi Ovanes e Jasaman, le poche anime rimaste, in un affresco corale in cui ogni vita contribuisce a comporre il ritratto di una comunità remota, sospesa tra consuetudine e leggenda.

Con una scrittura di rara leggerezza, Abgarjan restituisce la durezza della vita di montagna senza mai perdere la capacità di cogliere la vitalità che continua ad affiorare persino accanto alla morte, attraverso figure simboliche che segnano il confine, sottilissimo, tra quotidiano e meraviglioso: il pavone bianco che compare nei momenti di rinascita, gli angeli che scendono dal cielo a raccogliere le anime dei defunti, i sogni premonitori, i messaggi dall’aldilà.

Il suo immaginario nasce dall’incontro tra l’esperienza personale maturata in una regione di confine segnata dalla guerra e dallo spopolamento e il patrimonio culturale armeno, fatto di antiche leggende, profonda religiosità e rapporto viscerale con la terra: un universo in cui il sacro e il profano convivono, i morti parlano ai vivi e la natura è pervasa di anima.

Il titolo stesso riprende la formula con cui le nonne armene concludono le loro storie: una mela per chi ha visto, una per chi ha saputo raccontare, una per chi ha ascoltato e ha creduto nel bene del mondo. I suoi romanzi diventano così uno spazio in cui custodire una cultura fatta di lingua, riti e leggende, sottraendo all’oblio ciò che il tempo rischia di cancellare.

Una prospettiva che, per vie diverse, evoca Steinbeck, capace di restituire con rigore epico la dignità delle comunità travolte dalla storia, e García Márquez, che affida al realismo magico il racconto della memoria collettiva.

Come loro, Abgarjan descrive una comunità ferita attraverso una cifra narrativa profondamente riconoscibile. La sua è una voce più intima e sommessa, che lascia il dolore sul confine della fiaba, senza negarlo né trasformarlo, fino a farne una presenza con cui imparare a convivere e, talvolta, persino una fonte di luce.

Maran resta dentro, come un luogo in cui si è vissuto a lungo, come una fiaba ascoltata da bambini che, anche dopo l’ultima pagina, continua silenziosamente a risuonare.

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