“Women who love too much” è considerato uno dei pilastri della saggistica internazionale. Pubblicato nel 1985 negli Stati Uniti, il libro conosce fin da subito un successo irrefrenabile tanto è che verrà tradotto in 25 lingue. Dacia Maraini, nella prefazione dell’edizione italiana edita da Mondadori, paragona Robin Norwood ad una massaia che insegna ricette utili a mantenersi in salute dato che quel che vuol essere il libro dell’acuta psicoterapeuta americana, è un balsamo per guarire dal mal d’amore, o meglio, dall’amare troppo.
Nella nostra società, che tende ad allontanarsi dall’idea sana di relazione, amare troppo è un tema fin troppo attuale forse perché mentre il vivere quotidiano si fa sempre più alienante, l’amore sta diventando sempre più un modo per aggrapparsi a qualcuno che una gioia reale. Così, con un bagaglio di traumi o sofferenze irrisolte, ci si avvicina all’altro cercando un confronto che conforti le nostre debolezze e le nostre false convinzioni sull’amore che tanto più è vero, tanto più ci consuma. Si entra in una spirale in cui la passione turbolenta viene scambiata per amore autentico, i rapporti di nociva dipendenza affettiva per una romantica insostituibilità e cosi via.
Così, attraverso le storie di diverse donne, la Norwood presenta tutte le varie e devastanti inclinazioni di questa maledetta tendenza femminile che affonda, secondo l’autrice, le sue profonde e intrecciate radici nel passato. Si, c’entra la figura paterna. Si, c’entrano le esperienze a cui siamo sopravvissute. C’entra la vita con la sua solitudine e le sue sottigliezze a cui, a volte, non reagiamo nel modo giusto, c’entra il freddo che abbiamo attraversato e quanto ci ha scheggiate non essere amate da bambine. Le vicende di Brenda, Trudi, Mary Jane, Peggy e le altre che siamo o siamo state e potremmo essere anche noi, diventano un monito in questo libro che torna ad essere utile in ogni fase della vita di ogni donna. Infatti, Robin Norwood afferma che il processo di guarigione da una relazione sbagliata è un continuo esercizio non soltanto verso il rapporto con l’altro sesso, ma soprattutto verso il legame con noi stesse. La prima relazione ad essere sbagliata è, infatti, quella con il proprio io interiore. C’è un passaggio in cui l’autrice confronta i pensieri di una donna in via di guarigione da una situazione tossica con quelli di una donna guarita. Quest’ultima scrive di aver recuperato la propria autostima, anzi, di aver imparato a mettere al primo posto la propria autostima, i propri bisogni, la propria realizzazione personale. Quindi, tanto più il legame con noi stesse diventa solido, tanto più sarà difficile che il troppo insano amore ci scompigli la mente e il corpo.
Mi hanno colpita molto, durante la lettura, le affermazioni che la lungimirante Robin Norwood invita a ripetere durante il giorno, magari a mente, mentre si è indaffarate nel quotidiano. Sono frasi d’amore verso se stesse: sono libera e piena di luce, ora vedo la soluzione migliore di tutti i problemi e così via. Anzi, invita il pubblico femminile a crearne di proprie per aiutare il proprio inconscio a liberarsi da quei pesi relazionali che ci abbruttiscono e trovare un nuovo modo di vivere che permetta di tracciare nuovi orizzonti perché meritiamo di essere libere e piene di luce, sempre.


