«Tu non sei un mostro, non sei senza cuore. Lo nascondi soltanto, lo capovolgi, come, hai presente? Le persone che hanno gli organi invertiti? Ecco, tu sei un mostro con il cuore capovolto, che batte dalla parte giusta.»
Bravissima Paola Barbato a dimostrarci che i mostri non sono entità astratte nascoste nel deep web, ma potrebbero essere i nostri familiari, i nostri vicini, e forse, secondo l’occasione, noi stessi.
Alberto Danini è un poliziotto informatico della divisione di tutela delle persone fragili dello SCO, il Servizio Centrale Operativo della polizia di Roma. Crea profili con cui si mimetizza abilmente da minorenne grazie ad anni di analisi e addestramento che lo hanno reso il migliore nel suo settore. Si finge una delle tante giovani possibili vittime che potrebbe finire nella rete di qualche pedofilo per portarlo allo scoperto. Questo ruolo che riveste spesso lo ha logorato e lo porta a dubitare di sé, a domandarsi se non è finito per diventare come quelli a cui dà la caccia. E non gli alleggerisce la coscienza dirsi che lo fa per ragioni più che giuste.
Non può rivelare a nessuno il vero lavoro svolto e nemmeno suo marito Emanuele, diverso da lui per aspetto e carattere, immagina l’orrore dei casi in cui si trova impelagato ogni giorno, lo pensa tranquillo dietro una scrivania senza mai dover usare una pistola, come in effetti pensa anche lui.
Quando gli viene chiesto di indagare su “La Rete dei Cuccioli”, un sistema dove sembra essere finito un tredicenne, Leonardo, che il padre ha scoperto fotografarsi nudo, gli sembra scorgere nell’atteggiamento e negli sguardi diretti alla telecamera di Leonardo mentre viene interrogato, una specie di messaggio in codice e decide di indagare in tutte le direzioni.
Il sistema, le cui dinamiche in apparenza sembrano innocue, si fonda su uno scambio di favori attraverso il quale si ricevono e si versano crediti sul cellulare, trasformabili in ricariche, e gli utenti inizialmente rintracciati sono tutti più o meno coetanei di Leonardo. Ma i livelli sono multipli, si può accedere al successivo solo raggiungendo un certo numero di crediti e ogni passaggio prevede un sempre maggior coinvolgimento da parte di chi accetta l’incarico. Durante l’indagine, Alberto commette un errore e si espone permettendo di essere seguito e minacciato.
Anziché fermarsi o chiedere l’aiuto dei colleghi, spinto da un coraggio che non pensava di possedere, Alberto, pur di portare a termine quella che è diventata la sua personale missione-ossessione, sarà disposto a tutto.
“Cosa sei disposto a fare pur di ottenere ciò che più desideri?” È attorno a questa domanda che ruota la sua indagine.
Barbato ancora una volta ci propone un thriller psicologico, cupo, inquietante, disturbante e perfettamente coordinato, a tratti quasi opprimente, soprattutto se si hanno figli adolescenti che usano i social, oppure se si pensa ai tanti casi di cronaca legati ai sempre più frequenti crimini cibernetici (furti di dati, truffe, diffusione di virus, cyberstalking, diffamazione online e cyberterrorismo), spesso per ottenere profitti illeciti accedendo a informazioni sensibili e violando la privacy.
L’autrice, da subito nell’incipit cattura l’attenzione e organizza l’indagine con puntualità: spazia tra tensione e introspezione, sposta l’attenzione dal virtuale al concreto, costringe il protagonista a uscire dal suo confortevole rifugio digitale e ad affrontare il mondo reale.
Riesce a scavare nelle pieghe più nascoste dell’animo umano e ne tira fuori il meglio e il peggio e di conseguenza i personaggi sono reali, concreti, costruiti come sempre con profondità.
Lo stile è asciutto, tagliente, ma con improvvisi passaggi emotivi che sono come lame di luce. Alterna ironia e verve a momenti drammatici, immergendo il lettore nella storia, non lasciandogli un attimo di tregua e benché il ritmo sia ansiogeno, mantiene l’equilibrio stilistico fino al finale spiazzante.
L’autrice porta alla luce le insidie più pericolose del web. Sono quelle nascoste in contenuti apparentemente innocenti e nei limiti della legalità. Inganni ingegnosi che spesso coinvolgono minori o soggetti inconsapevoli della rete in cui sono caduti e che trasformano i desideri più malvagi che la mente umana possa immaginare da virtuali a reali, come dimostra questo romanzo.
Il lavoro di Alberto è svolto in solitudine, in cui i meriti vanno ad altri mentre a lui restano solo i residui profondi e perturbanti dei crimini scoperti con un confine che diventa sempre più labile tra empatia e identificazione. Osservare di continuo il male è rischioso, incuriosisce, influenza e Alberto che, dubbioso, teme di superare una linea invisibile, sta sempre all’erta per non esserne contaminato.
Se c’è una pecca nel libro è nella parte centrale, troppo dettagliata e lunga, con alcuni fatti ripetuti che non aggiungono valore alla narrazione che, per il resto, è impeccabile.
