Recensione a cura di Zeno Rotondi
Cemento e sangue è il nuovo romanzo di Carlo Calabrò, pubblicato in Italia da Marsilio Editori.
Con il romanzo di esordio, Meccanica di un addio (finalista al Premio Scerbanenco Opera Prima), Carlo Calabrò si è imposto all’attenzione di lettori e critica. Il secondo romanzo è sempre ambientato in Brasile e vengono ripresi alcuni dei personaggi del precedente libro (fra i quali Florian Kaufmann, lo svizzero protagonista della storia). Ma Cemento e sangue non è il seguito del romanzo d’esordio.
Due gli elementi di rottura che ne garantiscono l’autonomia. Innanzitutto l’ambientazione: un contesto urbano, quello di San Paolo, profondamente diverso dalla foresta brasiliana del primo romanzo. In secondo luogo il punto di vista narrativo: l’autore sceglie di raccontare la storia dal punto di vista di un brasiliano, il giornalista Everton Barros, mentre nel romanzo d’esordio il punto di vista è quello di uno straniero, un gringo.
Nella toccante recensione di Maurizio de Giovanni, uscita sul Corriere della Sera il 3 luglio di quest’anno, è stata sottolineata l’abilità di Carlo Calabrò di usare il noir per mettere a nudo la metropoli paulista – in cui interessi economici, speculazione edilizia, corruzione e disuguaglianze sociali si intrecciano indissolubilmente – e allo stesso tempo riuscire nonostante tutto a farla amare alle vittime di quel sistema, a trovare una speranza dove sembra non essercene alcuna, per andare avanti, per non fuggire via.
Un sistema quello descritto che si adatta benissimo ad altre metropoli più vicine a noi e altrettanto oggetto di amore disperato. Il genere noir, che mette in mostra i lati più feroci e spietati della nostra società senza risolverli, e il concetto di speranza sembrano due opposti. Ma nel romanzo di Carlo Calabrò si incontrano in modo struggente per raccontare la resistenza umana di fronte al buio.
Carlo Calabrò non è quello che si definirebbe una persona monotona. Nato a Palermo. Bioingegnere per formazione. Sceneggiatore e attore per passione. In un paio di vite precedenti è stato consulente, banker e imprenditore tra Parigi e San Paolo. Attualmente vive a New York, dove lavora come corrispondente per QN – Quotidiano Nazionale e HuffPost.
Una poliedricità la sua che si riflette nella scrittura, caratterizzata da una prosa multiforme volta a creare qualcosa di unico e ibrido. L’ironia si confonde con il sarcasmo (specie quando si tratta di descrivere un sistema dominato dal profitto). Il realismo più cupo si tramuta spesso e volentieri in grottesco e comicità nera (senza svelare troppo della trama si veda la scena del crimine in cui entra in gioco un gatto con ciò che ne consegue). L’improbabile viene usato per esplorare le emozioni umane e svelare aspetti nascosti del mondo che la sola cronaca non sarebbe in grado di mostrare (emblematico l’esempio del protagonista che nella gerarchia della trama investigativa viene retrocesso da giornalista d’inchiesta a gelataio e dei due gelatai “veri” che vengono promossi a investigatori). Il cambio di angolazione, lo spostamento del punto di vista sulla stessa realtà viene impiegato per gestire il ritmo e la tensione emotiva. L’uso dello zoom e del campo e controcampo per imitare i movimenti della macchina da presa si rintraccia in diverse parti del testo narrativo (qui i trascorsi da sceneggiatore dell’autore forse c’entrano qualcosa). E nonostante questa continua varietà di stimoli la scrittura rimane, impresa tutt’altro che semplice, fluida, catturando l’attenzione del lettore grazie a un ritmo scorrevole.
In conclusione la prosa di Carlo Calabrò rappresenta una forma di narrazione eclettica che rifiuta la linea retta per riflettere la complessità del reale, e si traduce in quella che, a mio avviso, rappresenta una voce nuova e originale nel panorama del noir italiano contemporaneo.


