Episodio 5 – Il Concilio Spezzato
di Giuseppe Cozzolino
(Elaborazioni di Giuseppe Cozzolino – character design di Loredana Atzei & Giuseppe Cozzolino)
- La Torre nello Scacchiere
Firenze, 1966. Il Laboratorio, Via dei Servi, ore 21,00.
Sotto l’appartamento di famiglia in Via dei Servi, dietro una libreria scorrevole che nascondeva l’accesso alla cassaforte dei diari di Leonardo, si apriva l’officina segreta che Sophia aveva ereditato insieme al resto: pareti di pietra grezza rinforzate con pannelli d’acciaio, tavoli ingombri di schemi, valvole e prototipi a metà, e al centro un grande tavolo di legno su cui erano sparse mappe di Firenze, ritagli di giornale e un taccuino coperto di simboli leonardeschi che Sophia continuava a girare come un rompicapo irrisolto. Nessun neon, nessun avventore distratto: solo il ronzio basso dei generatori e la luce fredda delle lampade da lavoro.
«”La chiave”», ripeté Giò, aggiustandosi gli occhiali appannati. «Il Magister ti ha chiamata così. Non “ostacolo”. Non “minaccia”. Chiave.»
«Lo so, Giò. Ero lì», disse Sophia, senza alzare lo sguardo dal taccuino.
Vitruvius, che in laboratorio non aveva più bisogno di cappello e impermeabile, era chino su una consolle a valvole che occupava un’intera parete: la stessa che usava per intercettare le trasmissioni radio cifrate della città, un’eredità dei sistemi di ascolto costruiti da Leonardo secoli prima e perfezionati da Sophia negli ultimi anni. Piccole spie verdi lampeggiavano lungo le sue antenne interne.
«È stato proprio grazie a questa consolle che vi ho convocati stasera», disse l’androide. «Ho da tempo un ricevitore permanentemente sintonizzato sulle frequenze anomale del Bargello, la stessa firma elettromagnetica del Campanile di Giotto. Ventitré minuti fa ho intercettato una trasmissione cifrata in un dialetto che il mio archivio classifica come “protocollo dei Cavalieri del Giglio Nero”. Ho impiegato diciassette minuti a decrittarla.»
«E cosa dice?», chiese Brigitte, smettendo di truccarsi.
«Una convocazione. Stasera, a mezzanotte, sotterranei del Bargello. Firmata dalla Contessa Nerina Pazzi.» Una pausa, quasi teatrale. «E cita, testualmente, “la disobbedienza necessaria”.»
Tony smise di accordare la chitarra. «Quindi o il Magister ha cambiato idea, o qualcuno sta disobbedendo a un tiranno cosmico. Nessuna delle due opzioni mi mette allegria.»
«La Contessa non ha mai accettato un “no”», disse Sophia, posando il taccuino. «Nemmeno da un padrone che potrebbe disintegrarla con un pensiero.»
Miriam agitò il suo volantino, ormai diventato un rituale scaramantico più che politico. «Quindi la vecchia strega sta armando un colpo di stato personale. Contro il suo stesso capo.»
«E contro di me», aggiunse Sophia. «Che secondo il Magister sarei la “chiave” di qualcosa che nemmeno io capisco.»

«Un’ultima cosa», aggiunse Vitruvius. «Ho intercettato solo la loro trasmissione in uscita, non in entrata: non sanno di essere ascoltati. Il nostro vantaggio è la sorpresa, non la forza.»
Girellone, che stava armeggiando con la sua Vespa parcheggiata proprio dentro il laboratorio, privilegio riservato solo a lui, alzò la testa. «Ragazzi, avevate detto niente sotterranei senza di me. Sono già in moto.»
Sophia si alzò. «Bene. Il Bargello, allora. Ma stavolta non da soli: la Brigata viene con me, e resta fuori a fare da vedetta. Quello che c’è sotto potrebbe non essere una faccenda da dilettanti.»
«Sophia», disse Vitruvius, «devo ricordarti che l’ultima volta che hai detto “resta fuori a fare da vedetta”, Tony ha finito per suonare la chitarra a un mostro rettile per distrarlo.»
«E ha funzionato», ribatté Tony, offeso.
- Sotto il Bargello
Ore 23,45.
I sotterranei del Bargello odoravano di pietra bagnata e di qualcosa di più antico e più acre. Zolfo, forse, o qualcosa che lo zolfo lo imitava male. Sophia avanzava con la torcia leonardesca, un piccolo cilindro che emanava una luce fredda e stabile, mentre Vitruvius scansionava le pareti.
«Anomalia magnetica in aumento», disse l’androide. «Stessa firma del Campanile di Giotto. Qualcuno sta di nuovo giocando con i progetti del Cuore Astrale.»
Superarono un arco scolpito con gigli neri, lo stesso simbolo della sala segreta descritta nei rapporti del Concilio, e sbucarono in una cripta illuminata da bracieri verdi. Al centro, non un pentacolo questa volta, ma un cerchio di sigilli metallici disposti come i denti di un ingranaggio. E in mezzo, la Contessa Nerina Pazzi, più vecchia e più furiosa che mai, affiancata non più da cinque incappucciati, ma da tre figure alte e scagliose che non si erano nemmeno presa la briga di travestirsi da umane.
«Agenti Drakos», sussurrò Vitruvius. «In violazione diretta dell’editto del Magister.»
«Sophia da Vinci», disse la Contessa, con un sorriso che le tirava la pelle vecchia sulle ossa come pergamena. «Puntuale come il tuo antenato alle sue promesse mai mantenute. Il Magister ti protegge, dice che sei “la chiave”. Ebbene: se sei una chiave, io ho intenzione di spezzarti prima che qualcuno apra la serratura giusta!»
«Complimenti per la metafora», disse Sophia, sguainando lo stivale con la lama. «Ma di solito chi minaccia di spezzare chiavi finisce per restare chiuso fuori.»
Uno dei Drakos sibilò e sputò un fluido velenoso verso di lei. Sophia si gettò di lato, rotolando dietro un braciere. Vitruvius intercettò il secondo con un pugno che fece scricchiolare le squame come porcellana.
«Vanni non c’è stavolta», notò Sophia, parando un colpo. «Ha ancora mal di testa per l’ultima volta ?!?»
«Lui mi serve altrove», ringhiò la Contessa. «Ho di meglio, ora. I miei nuovi amici non hanno bisogno di travestimenti da culturista da circo!»
Fuori, in strada, un rombo di Vespa e un accordo di chitarra troppo vicini per essere casuali annunciarono che la Brigata non aveva rispettato l’ordine di restare fuori. Girellone sfondò letteralmente una grata con la Vespa, urlando qualcosa su “un’entrata scenografica”, mentre Tony, di nuovo, iniziò a suonare un riff abbastanza assordante da far vacillare uno dei Drakos.
«Sono immuni alla musica beat!», gridò Miriam.
«Non lo sapevo nemmeno io!», rispose Tony, continuando comunque a suonare.
- Il Sigillo Spezzato
Nella confusione, Sophia raggiunse il cerchio di sigilli al centro della cripta. Erano identici, comprese, ai glifi del Clavis Salomonis che aveva già visto un anno prima sulla fascia dello scambiatore cerebrale, ma qui, incastonati in un anello più grande, sembravano formare non un’arma ma una porta.
«Vitruvius! Cosa succede se attivo il sigillo centrale?»
L’androide, ancora impegnato a scaraventare un Drakos contro una colonna, rispose con voce concitata: «Non lo so, e questo mi preoccupa più di qualunque mostro in questa stanza!»
«Fermatela!», urlò la Contessa, ma era troppo tardi. Sophia premette il palmo contro il sigillo centrale.

Un lampo di luce dorata esplose dalla pietra. Non un mostro, non un’ombra, ma una voce, la stessa voce metallica e antica che avevano già sentito una volta, proveniente da nessun punto preciso della stanza.
«Ancora tu, Contessa», disse il Magister, la sua proiezione olografica andava materializzandosi tra i bracieri, la maschera d’acciaio che rifletteva le fiamme verdi. «Ti avevo detto di non toccare i miei Agenti Drakos.»
Nerina Pazzi impallidì sotto il cappuccio. «Maestro, io… la ragazza rappresenta un
pericolo per…»
«La ragazza», disse il Magister, «ha appena attivato un sigillo che io stesso ho posto qui cinque secoli fa. Solo chi porta il sangue di Leonardo poteva farlo.» La maschera si voltò verso Sophia. «Congratulazioni, Sophia Da Vinci. Hai appena confermato ciò che sospettavo.»
«E sarebbe?», chiese Sophia, senza abbassare la lama.
«Che sei davvero la chiave», rispose il Magister. «E che il tempo in cui Monsignor Varelli ti ha detto di prepararti… è più vicino di quanto pensassi. Colui che giungerà dall’Assoluto Altrove non aspetterà che tu sia pronta.»
Il pavimento tremò. I sigilli si spensero uno a uno, e con essi anche i tre Drakos, richiamati via da un potere invisibile prima ancora che la Contessa potesse ordinare la ritirata.
«Maestro, no!» iniziò lei, ma la proiezione era già svanita, portandosi via i suoi soldati e lasciandola sola, tremante di rabbia, in mezzo a una cripta che sapeva ancora di zolfo e sconfitta.
«Questo», disse Sophia guardandola, «è quello che si chiama un capo che non ti copre le spalle.»
- Sull’Arno, all’Alba
Sedettero tutti sul parapetto di Pgonte Vecchio, mentre il cielo passava dal blu inchiostro a un rosa sporco di smog e speranza. Girellone aveva davvero trovato un bar aperto all’alba, e stava tornando con un vassoio di cappuccini che nessuno aveva ordinato ma tutti bevvero comunque.
«Quindi», disse Brigitte, «riassumendo: c’è un tizio con la maschera d’acciaio che governa un impero cosmico da qualche parte tra le stelle, ha vietato alla vecchia strega di ucciderti, ti chiama “la chiave”, e tuo zio prete sa qualcosa su un certo Colui che giungerà dall’Assoluto Altrove che a quanto pare arriverà comunque prima che tu sia pronta. Ho capito bene?»
«Più o meno», disse Sophia, guardando il fiume.
«Fantastico», disse Girellone, sorseggiando il suo cappuccino. «La prossima settimana c’è la sagra del grillo a Le Cascine. Ci vediamo lì o preferite continuare a salvare il mondo?»
«Vediamo se il mondo ci lascia scelta», rispose Sophia, con un mezzo sorriso.
Vitruvius, che nel frattempo aveva analizzato in silenzio i frammenti del sigillo raccolti nella cripta, ruppe il silenzio con la sua voce metallica, questa volta stranamente bassa.
«Sophia. Il sigillo che hai attivato non era solo una serratura. Era anche un contatore.» Una pausa, quasi esitante per quanto un androide possa esitare. «E si è appena azzerato.»
Sophia smise di sorridere.
(continua…)


