Regia di Joel Schumacher
Film del 1993 con Michael Douglas, Robert Duvall, Barbara Hershey, Rachel Ticotin,
Tuesday Weld, Frederic Forrest, Lois Smith,
Joey Hope Singer
Genere: Drammatico
William Foster è un uomo sull’orlo del baratro: ha perso prima la famiglia, poi il lavoro. Un giorno, imbottigliato nel traffico e torturato dall’afa estiva, spicca il salto fatale e diventa un giustiziere, che in un crescendo di furore e violenza si scaglia contro chiunque incarni, ai suoi occhi, le regole di quel sistema che ha provocato il suo fallimento.
Caldo soffocante, aria irrespirabile, sudore che si appiccica addosso, cade negli occhi, brucia e appanna la vista, notti insonni, spossatezza, insofferenza, irascibilità. Tutto questo è, per molti di noi, l’estate; come, allora, non empatizzare con William Foster – un grandioso Micheal Douglas – durante la celebre scena iniziale di Un giorno di ordinaria follia, quando, preso da un istinto irrefrenabile, abbandona l’automobile in cui ha fatto la sauna in mezzo al traffico per allontanarsi a piedi?
È proprio ordinaria la follia di William, perché cova latente in tutti noi; è una follia quotidiana, che cresce ad ogni fastidio, ad ogni frustrazione, ad ogni fallimento, ad ogni sconfitta che la vita di tutti i giorni ci riserva. Ma William Foster, a differenza degli altri comuni mortali, la tira fuori e gli dà il modo di scatenarsi nella maniera più brutale e violenta, superando il cosiddetto “punto di non ritorno”. Ma lo fa per noi, come una sorta di Messia cinematografico, affinché possiamo assistere alle conseguenze nefaste del suo agire e avere così un motivo in più per evitare di cedere al richiamo affascinante e autodistruttivo della nostra “ordinaria follia”.
Non possiamo non assistere con un certo compiacimento, se non con un viscerale entusiasmo, alle “prodezze” di Foster: alla distruzione di un alimentari perché il prezzo della Coca Cola è troppo alto; al pestaggio di due teppisti ispanici che vogliono rubargli la valigetta; al colpo di bazooka sparato contro una strada in riparazione perché sicuramente su quei lavori “qualcuno ci mangia” e dunque c’è bisogno che qualcuno dia davvero agli operai “qualcosa da riparare”; al terrore scatenato in un fast food perché la colazione non può essere più servita da una manciata di minuti essendo ormai ora di pranzo. E come non dargli ragione quando, nella stessa sequenza, guarda il suo hamburger striminzito e chiede a tutti, indignato, in cosa somigli a quelli, grandi, pieni e succulenti, che ammiccano dai manifesti pubblicitari – e la stessa commessa del ristorante non può che fare un cenno di approvazione e sorridere all’uomo armato che la tiene in ostaggio?
Eppure, le vittime di Foster, seppure ne sono un simbolo, non sono le vere responsabili della sua caduta. Inoltre, cosa più importante, la giustizia arbitraria dell’uomo lo porta a distruggere, a ferire, persino ad uccidere. Troppo alto il prezzo di certe rivalse. Soprattutto se, da un certo momento in poi, lo spettatore comincia a rendersi conto che le cause scatenanti della follia di Foster sono in realtà soltanto gli effetti di un’instabilità psicologica già palese da un pezzo…
A guidarci verso tali consapevolezze è il personaggio speculare a Foster, il detective Martin Prendergast, interpretato da un indimenticabile Robert Duvall. Un uomo che non s’incazza mai, mansueto, accomodante, remissivo, succube di una moglie isterica e dispotica e vittima prediletta delle battutine e degli scherzi dei colleghi. Ma è soltanto apparenza: dentro di lui c’è tanta forza, tanta determinazione, tanta rabbia, e l’indagine che sarà chiamato a svolgere su Foster e i suoi misfatti le farà venir fuori, in maniera improvvisa, travolgente, insomma un po’… folle. Quella di Prendergast è però una “follia sana”, una rabbia che è lecito di tanto in tanto sfogare perché non si accumuli e non finisca per fagocitarci, come ha fatto invece con Foster.
La differenza sostanziale fra i due personaggi, che finisce per chiarire definitivamente chi dei due ha ragione, è nell’adrenalinica, drammatica scena finale. E quando tutto è concluso, nonostante per gran parte del film abbiamo tifato per Foster, non possiamo non sentirci rincuorati dalla nostra scelta quotidiana, quella di essere Prendergast anziché Foster.
Non solo nell’iconicità dei personaggi principali e nel racconto delle loro personalità si trovano i punti di forza di questo gioiellino del cinema ormai divenuto un cult. Un plauso va anche alla costruzione della storia, che miscela abilmente gli elementi di un buon poliziesco – azione, scene violente, suspense, colpi di scena, crescendo emotivo – a quelli tipici della narrazione didascalica e di formazione, rendendolo una sorta di favola metropolitana.
E poi c’è lo scenario in cui si dipana la narrazione filmica, quello della canicola urbana, che non dà tregua e pesa come un fardello sulle spalle dei protagonisti, assurgendo facilmente a metafora dei pesi che ci trasciniamo dentro, di un’insofferenza esistenziale che rende sempre più precario il nostro equilibrio e sempre più insopportabile la recita del nostro ruolo in una società utilitaristica, che corre veloce dietro al successo e al benessere e non ha pietà per chi resta troppo indietro, per chi vorrebbe fermarsi a riflettere sulla propria condizione.
Non ho ancora visto un film che abbia tirato fuori in maniera così vivida le valenze più deleterie, negative dell’estate. Per cui, se decidete di vedere – o rivedere – Un giorno di ordinaria follia in questi giorni bollenti, ricordatevi… di accendere il climatizzatore!
Buona estate (di cinema)!
