The Brutalist è un film del 2024 diretto da Brady Corbet con Adrien Brody e Felicity Jones. Durata: 215 min. Distribuito in Italia da Universal Pictures. Paese di produzione: USA, Regno Unito, Ungheria, Canada.
Recensione a cura di Terry Fracchiolla
The Brutalist, il film del 2024 co-diretto da Brady Corbet, ti fa interrogare: László Tóth è esistito veramente? Che cos’è il brutalismo? Emerge così, tra una domanda e un’altra ancora, la bravura della co-sceneggiatura, della scenografia e del protagonista Adrien Brody.
Il film si apre con tre perfette geometrie intersecate tra di loro: un cerchio, un triangolo e un quadrato. Insieme formano una freccia, che se ne sta muta al buio a indicare la direzione di questo racconto.
Siamo nel 1947, László Tóth deve ricostruire la sua vita, distrutta dagli accadimenti della seconda guerra mondiale. L’evoluzione di una vita che segue parallelamente la corrente architettonica brutalista degli anni ‘50 pronta a superare il Movimento Moderno. E’ su questo sfondo che il protagonista deve riscoprire l’essenza della sua vita, deve abbandonare tutte le superficialità. Inizia così il rifacimento della sua esistenza nella prima parte del film, che si intitolata ‘L’enigma dell’arrivo’, dal libro di Naipaul. Il prologo di questa opera letteraria si apre con il protagonista che, dopo la cortina di nebbia invernale, riesce a scorgere la visuale sui campi, oltre le finestre della sua abitazione. Allo stesso modo László, con gli occhi ancora pieni degli orrori dei campi di concentramento, si imbarca per raggiungere l’America e, appena fuori dalla nave che l’ha condotto fin lì, scorge finalmente la statua della Libertà, capovolta, forse un segno premonitore, forse già la disillusione per il sogno americano.
Il viaggio raccontato da questa pellicola è abbinato a una palette di colori tenui e malinconici, in particolare è fatto un uso smoderato del grigio, che evoca nello spettatore la sensazione di percorrere in continuum, per 3 ore e 20 minuti, il corridoio di un edificio brutalista. Anche il verde torna ciclicamente, assumendo significati differenti, da un verde simbolo di speranza che padroneggia la scena del trasporto in bus, a un verde alienazione che fa da sfondo alle scene in cui László assume eroina. Il film si districa tra numerosi temi, dall’olocausto della seconda guerra mondiale, al rapporto magnate e artista, fino all’architettura brutalista, spingendoci a chiederci ‘cosa vuole davvero raccontare questo film?’. The Brutalist segue un’evoluzione articolata. László infatti inizia la sua vita a Filadelfia dal cugino Attila, per il quale costruisce mobili, dedicando le sue giornate al lavoro, fin quando non gli viene commissionata la ristrutturazione dello studiolo del magnate Harry Lee Van Buren dal figlio. Tuttavia, a seguito della furia del padre, che vede la villa messa a soqquadro da sconosciuti, László e Attila non verranno retribuiti per il progetto dello studiolo. Il suo lavoro verrà apprezzato solo dopo, grazie ai numerosi complimenti che Harrison riceverà, e al seguito dei quali commissionerà a László un monumentale centro ricreativo polivalente, il Van Buren Institute.
Su questa sinusoide di eventi lavorativo-artistici continua la ricerca al ritorno della natura profonda del rapporto con la moglie, che ritroverà solo nella seconda parte del film intitolata ‘Il nocciolo duro della bellezza’. Oltre la polpa dell’effimero, continua la ricerca del nocciolo, scorza dura e impenetrabile, del nucleo essenziale del personaggio, che resiste alle avversità degli eventi che si susseguono.
La trama del film persegue la struttura dello stesso monolite brutalista che László sta progettando, lunghi corridoi bui e angustianti, come riflesso del periodo passato nei campi di concentramento, illuminato a sprazzi dalle fenditure sul solaio, perseguendo la ricerca della libertà fisica ma anche intellettuale. In fondo, l’artista trova la sua libertà attraverso l’espressione della sua arte. C’è un intersecarsi continuo della storia passata del personaggio e di quello che l’istituto Van Buren vuole esprimere agli occhi di chi lo guarda, solo dopo aver attraversato gli occhi di László.