VENERE PRIVATA di Giorgio Scerbanenco
A cura di Claudia Proietti
Quando nel 1966 Giorgio Scerbanenco – che di generi letterari ne ha esplorato un quantitativo che molti non immaginano – pubblica Venere privata, procede nella straordinaria intuizione di trapiantare il modello dell’hardboiled americano in Italia, anzi, più precisamente a Milano che, nella sua identità di metropoli fredda e spietata, si pone di fatto come set cinematografico perfetto per vicende crude e drammaticamente realistiche. Nasce così, grazie a un visionario genio poliedrico, il noir italiano moderno. Tuttavia, ridurre questo romanzo a un semplice poliziesco o soltanto all’esordio del celebre Duca Lamberti significa perderne la cifra più autentica. Venere privata è un’anatomia spietata, quasi clinica, delle contraddizioni del miracolo economico italiano, travestita da indagine criminale.
La Milano di metà anni ‘60, lontana dalle cartoline patinate della ripresa economica, è una metropoli grigia, operosa e alienante, dove il benessere materiale appena conquistato genera mostri invece che serenità. La città è un personaggio cinico che accoglie e stritola, torrida e claustrofobica nella sua estate nostalgica fatta di locali dorati e umidità imperante. Questa entità ostile fa da placido e inquietante sfondo alla perversione dei suoi abitanti – operose ma infelici formiche – tra uomini distaccati e soli e la tempra composta e ribelle di donne che cercano indipendenza e riscatto anche attraverso la vendita del proprio corpo, materno eppure peccatore, volatile nella sua persistente purezza di intenti eppure carnale merce di scambio. La decadenza della società perbenista si scherma dietro un’apparenza borghese di ordine e rigore morale svuotata, in verità, da sentimenti ed emozioni.
Scerbanenco, magistrale nel suo ruolo di precursore dei tempi e delle dinamiche sociali, tratta temi per quegli anni ancora chimerici, lontani dalla comune percezione, come l’eutanasia, l’empatia verso il prossimo, il riconoscimento di perspicacia, sostanza e valore della figura della donna come individuo autonomo, libero e poeticamente coraggioso nel suo essere consapevole e lucido nei confronti della realtà. Il titolo stesso racchiude il nodo centrale del romanzo. La vittima, Alberta Radelli, ragazza intelligente e acculturata emigrata dal Sud in cerca di affermazione e finita “svenata” in un prato della zona industriale di Metanopoli, è la “Venere” la cui bellezza viene trasformata in merce di scambio, fotografata, oggettificata e infine distrutta. Scerbanenco affronta con decenni di anticipo anche il tema della violenza di genere, nelle declinazioni dello sfruttamento dell’immagine femminile e del voyeurismo. La dinamica del ricatto e della pornografia sommersa svela la doppiezza morale di una società benpensante che consuma nell’ombra ciò che condanna in pubblico.
Viene da chiedersi se, oltre al caso di Wilma Montesi – giovane di belle speranze ritrovata cadavere sulle spiagge di Torvaianica l’11 aprile del 1953 – Scerbanenco non abbia approfondito anche il macabro mistero della Dalia Nera, l’aspirante attrice Elizabeth Short – barbaramente mutilata e dissanguata – rinvenuta nei pressi del Leimert Park a Los Angeles nel gennaio del 1947. Questi due casi, pur diversi in modalità e fattori, accesero il confronto pubblico e mediatico dell’epoca su quella tipologia di tragico epilogo che, spesso, spettava proprio a giovani fanciulle piene di sogni e prive di fortuna, dilaniate dalle bestie del successo bugiardo e della mondanità crudele.
A prescindere da eventuali spunti e riferimenti di cronaca, nello scenario morale sconfortante della Milano sopra descritta, si muove Duca Lamberti, una figura di antieroe di eccezionale complessità, lontana sia dai cliché dell’investigatore infallibile sia da quelli del detective cinico e disilluso. Ex medico radiato dall’ordine e condannato a tre anni di prigione per aver praticato eutanasia per pura compassione, Lamberti reca su di sé una mutilazione professionale ed esistenziale che ne definisce irrimediabilmente lo sguardo e l’essenza. Per Duca, disilluso e svuotato dei principi, la Giustizia intesa come sterile o vendicativa applicazione della norma statale non esiste: egli approccia la materia delittuosa con il metodo diagnostico di chi analizza una patologia sociale, anche quando, nello specifico, si tratta della patologia morale e umana del suo assistito, Davide Auseri, giovane rampollo di una benestante famiglia di imprenditori che sembra avere come unico scopo quello di autodistruggersi, nel disperato intento di fare ammenda a una colpa che non ha.
L’efficacia investigativa di Lamberti non risiede affatto nella forza fisica o nella deduzione pura, bensì in un’empatia dolorosa e quasi fisica. Questa dote lo spinge a sintonizzarsi con le vittime e a comprendere a fondo le fragilità di chi si trova sull’orlo del precipizio, come emerge chiaramente proprio nel complesso e delicato rapporto che instaura con il giovane Auseri. Il cuore, nascosto dietro a una sorta di mutismo selettivo, del ragazzo funge da innesco per il cuore, arrugginito dietro le sbarre di una cella, dell’ex dottore.
L’ingresso in scena di Livia Ussaro, giovane donna ruvida e autentica che accetta di collaborare all’indagine, introduce un ulteriore elemento di contrasto. La sua presenza crea un cortocircuito etico e sentimentale all’interno dell’inchiesta: il rischio reale che la ragazza corre mette continuamente in discussione la bontà dei metodi d’indagine e costringe Lamberti a fare i conti con la propria responsabilità morale, trasformando l’inseguimento della verità in un percorso costellato di dilemmi personali.
Sul piano stilistico, la prosa di Scerbanenco mostra chiaramente perché, a oggi, egli è inoppugnabilmente tra i padri indiscussi della letteratura, non solo di genere. Attraverso un flusso di coscienza in terza persona, l’autore mette in essere un’essenzialità prosciugata da ogni compiacimento formale o estetizzante, rifiutando il sensazionalismo e la ridondanza aggettivale a favore di un ritmo narrativo incalzante, fatto di dialoghi secchi, asciutti, scanditi da pause, sottintesi e da una spiccata aderenza alla psicologia del parlato. Le descrizioni ambientali mantengono un disincanto quasi documentaristico che, tuttavia, non smorza la tensione emotiva, amplificandola per contrasto e lasciando che sia l’accumulo misurato dei dettagli della vita quotidiana – dal fumo delle sigarette al freddo umido delle strade milanesi – a creare una sensazione di sottile e costante inquietudine.
Si potrebbe parlare di questo capolavoro a oltranza ma nulla, neppure la più accurata analisi, riuscirebbe a restituire la vera essenza dell’opera. Venere privata rimane una lettura imprescindibile, forse davvero imperativa, non soltanto per chiunque voglia conoscere e comprendere la storia del genere giallo e noir, ma per coloro che ambiscano alla comprensione della narrativa italiana del secondo Novecento. Scerbanenco dimostra con straordinaria lucidità che la vera suspense non scaturisce dall’ingranaggio meccanico del delitto o dallo svelamento finale del colpevole: la tensione è, in realtà, conseguenza dell’esplorazione impietosa dei “perché” profondi e del tragico conteggio del prezzo umano che ogni atto di violenza porta inevitabilmente con sé.

