La quattordicesima domenica del tempo ordinario

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Regia di Pupi Avati Film del 2023 con Gabriele Lavia, Edwige Fenech, Massimo Lopez, Lodo Guenzi, Camilla Ciraolo, Nick Russo, Cesare Bocci, Cesare Cremonini, Fabrizio Buonpastore

Genere Drammatico

Due amici e una donna in un presente passato che corre sui binari di flashback e flashforward in una miscela di spazi in cui convivono nostalgia e amarezza, con spunti autobiografici di un vissuto non vissuto e di una interiorità imbevuta di fantasia creativa. Il presente che trascina ombre di un passato non recuperato di cui si sente il sospiro, ma non il respiro.  Esorcizzare il dolore mettendolo in scena in una giostra nostalgicamente triste, guarnendolo di drammaticità che spesso angoscia più che intristire col dolce amaro di personaggi ormai anziani, ma mai cresciuti in un salto che si muove in qualcosa di inespresso o forse troppo espresso. Pur se opera di un grande regista e sceneggiatore, siamo lontani “da regalo di Natale”, “il papà di Giovanna”, “il cuore altrove” e molti altri capolavori, Avati crea, pensando a sé o per sé

Per trascinarci in una interiorità mai vissuta. Lavia interprete unico e colonna portante del film. Lopez egregio in un breve siparietto che fa da tragedia e apre la storia con un primo schiaffo in faccia allo spettatore. L’icona del passato passa da una foto in bianco e nero che ritrae delle ragazze davanti a un chiosco di gelati e da un deus ex machina costituito dal gelataio che diviene figura quasi ectoplasmatica.

La musica che è poi sigla, leitmotiv accompagna e strazia di pessimismo anche se è infusa dalla bravura di Sergio Cammariere. Edwige Fenech, sulla cui bellezza sembra passata alta l’ombra del tempo che interpreta in maturità la donna che spezzò il giovanile legame, con spunti di omosessualità, tra i due amici e il sodalizio che aveva i crismi dell’eternità.  Per il resto ci sono tutti gli ingredienti che Avati predilige Bologna in primis. Avrei voluto uscire dal cinema con l’amarezza a nutrimento dello spirito, non con attimi di angoscia dura in cui il film pesca a piene mani, scandito dalle note sempre uguali della stessa canzone suonata e risuonata e che alla fine rigurgita come un pasto troppo abbondante. Un Lavia la cui bravura artistica trova linfa nell’età in crescendo conduce la storia dell’illusione che scivola in un tramonto senza età. Bravi gli interpreti della età giovane che hanno seme di talento nel sostenere il loro ruolo. La musica, l’amore, il tradimento, gli archi stupendi di una città che da sola è scenario teatrale.  Una miscellanea in cui Avati trova gli ingredienti giusti. Forse ne poteva creare una pietanza da gustare lentamente per conservarne il sapore.

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