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La corta notte delle bambole di vetro
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Regia di Aldo Lado

Film del 1971 con Jean Sorel, Mario Adorf, Barbara Bach, Ingrid Thulin, José Quaglio, Daniele Dublino, Luciano Catenacci

Genere: Thriller

In una Praga plumbea e angosciante, il giornalista Gregory Moore viene ritrovato in un cespuglio; morto, almeno all’apparenza: in realtà, si ritrova inspiegabilmente in uno stato di profonda catalessi. Mentre subisce i tentativi di rianimazione di un amico medico che dubita della sua morte effettiva, Gregory, paralizzato ma cosciente, ripercorre con la mente tutti gli strani, inquietanti eventi che l’hanno portato a giacere sul lettino di un obitorio…

La corta notte delle bambole di vetro è un film originale oltreché bello. Siamo nel 1971, Mario Bava e Dario Argento hanno ormai codificato lo spaghetti thriller o giallo all’italiana che dir si voglia e nelle sale italiane proliferano pellicole dove detective improvvisati devono affrontare assassini con guanti e cappellacci neri, che prediligono l’arma bianca e sono spesso fuori di testa.
La corta notte delle bambole di vetro non è decisamente fra essi. Niente maniaco, niente whodunit in senso stretto (perché la vera domanda è “cos’è accaduto?” piuttosto che “chi è stato?”) e l’investigatore dilettante c’è sì, ma fino a un certo punto…
Insomma, La corta notte delle bambole di vetro è un thriller sui generis, caratterizzato da scelte formali e tematiche peculiari.
Anzitutto, il plot narrativo, tutto incentrato su un lungo flashback che consta dei ricordi di un uomo in stato di morte apparente, inframmezzato da brevi ritorni al presente, dove proprio lui, il falso cadavere, occupa il centro della scena: è immobile, pallido, gli occhi spalancati, disteso su una barella e semicoperto da un lenzuolo; ma la sua mente è più che mai viva, riflette e ricorda, e lo spettatore può “sentirla” grazie ad una voce fuori campo ovattata e riecheggiante.
Proprio nei suddetti “intermezzi” si può notare un altro grande pregio della pellicola: l’uso sapiente, meticoloso ed espressivo, delle inquadrature. Quando il flusso dei pensieri del protagonista si fa più irruento, frenetico e angosciante, quando costui cerca con tutte le sue forze di risvegliare il proprio corpo e gridare ai medici che gli ronzano intorno di essere vivo e vegeto, si susseguono, con una velocità che pare ricalcare quella stessa frenesia rabbiosa, dettagli dei suoi occhi e delle sue labbra, che sono però rispettivamente immobili e serrate: tutto il contrario di quello che dovrebbero e vorrebbero essere. Il risultato è un parossismo di claustrofobia che costringe lo spettatore ad empatizzare con lo sventurato, a vivere la sua terrificante condizione di “sepolto vivo”.
Del resto, è l’estetica della pellicola nella sua totalità ad esserne un elemento strutturale, uno dei vettori semantici più potenti e incisivi. Le scenografie, ad esempio, sono selezionate con perizia, come si può chiaramente evincere dalla scelta di certi interni oltreché da quella della location principale: la città di Praga. Le sue mura di pietra, i suoi palazzi storici, i suoi monumenti sono velati da una patina bigia e smorta, che ne cava fuori suggestioni gotiche, lugubri, inquietanti. Anche qui, l’attenzione per i particolari architettonici e monumentali non poteva certo mancare: davvero sinistri quelli del celeberrimo orologio, con la sua sfilata di grotteschi, tetri automi.
Nulla di tutto ciò poteva riuscire senza un’adeguata, espressionistica fotografia, che non solo incupisce, ma fa altresì risaltare in maniera davvero suggestiva il contrasto luce-ombra oppure, quando è necessario, fa esplodere i colori più luminosi e vividi e risaltare luccichii cristallini nella penombra e nel buio. Emblematiche, in tal senso, sono le sequenze in cui Gregory trova finalmente, dopo tanto vagare, la ragazza scomparsa di cui è andato in cerca per tutto il film…
A questo punto, bisogna dirlo: siamo nel 1971 e il Dario Argento di Profondo rosso e Suspiria, con il suo espressionismo cromatico, la sua ossessione per i dettagli, il suo linguaggio filmico peculiare, la sua ricercatezza scenografica, è ancora di là da venire. Lo stesso si può dire di altre pellicole thriller fondate su tali stilemi filmici, uno su tutti Il profumo della signora in nero di Francesco Barilli. Bisogna quindi dare atto ad Aldo Lado – di recente, ahimè, scomparso… – di aver non soltanto realizzato un’opera originale e incisiva, ma di aver saputo battere una propria strada quando molti andavano invece preferendo la via, più sicura e agevole, dell’imitazione. Soprattutto, è lecito chiedersi: che invece non sia stato proprio Argento a prendere spunto dal film di Lado? Ad un certo punto, nella seconda parte del film, ci si ritrova in un’elegante sala marmorea nella quale si sta tenendo un concerto di musica classica, sala disseminata di drappi di un rosso purpureo, vivo, che risalta con evidenza sul grigiore circostante: un effetto cromatico che ricorda molto da vicino il “profondo” rosso che colora il teatro in cui si svolge la celeberrima scena della medium nell’omonimo capolavoro argentiano
Ma chi sono, dunque, le “bambole di vetro”? E perché spariscono nel nulla? E cosa è successo veramente a Gregory? Tutto verrà svelato nel truce, distopico finale, dove la “scoperta del colpevole”, al contrario di quanto spesso succede nel thriller italico, non porta con sé nessuna catarsi…
A completare la resa emotiva e semantica di un film come questo doveva esserci obbligatoriamente un commento musicale all’altezza. Non è casuale, infatti, che le musiche, oniriche, mesmeriche, angoscianti, siano firmate Ennio Morricone, che fra l’altro proprio in quegli anni musicava la trilogia degli animali di Dario Argento.
Cos’altro aggiungere, allora, se non… buona visione?
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Salvatore Napoli
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