Titolo originale: Keyke Mahboobe Man
Titolo internazionale: My Favourite Cake
Anno: 2024
Paesi di produzione: Iran, Francia, Svezia, Germania
Regia e sceneggiatura: Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha
Interpreti principali: Lili Farhadpour (Mahin), Esmaeel Mehrabi (Faramarz), Mansoore Ilkhani, Soraya Orang, Homa Mottahedin, Sima Esmaeili
Genere: commedia drammatica
Durata: 97 minuti
Distribuzione italiana: Academy Two
Uscita nelle sale italiane: 23 gennaio 2025
Il film, presentato in concorso alla Berlinale 2024, ha ottenuto il Premio della Giuria ecumenica e il Premio FIPRESCI.
Recensione a cura di Antonio Falleti
Che la storia sia ambientata in Iran potrebbe sembrare quasi una casualità. Mahin e Faramarz avrebbero potuto incontrarsi in un sobborgo di New York, di Parigi o di qualunque altra città attraversata dalla solitudine. Eppure la Persia non è soltanto uno sfondo: le limitazioni imposte alle donne, il controllo dei comportamenti e la paura della polizia morale aggiungono alla vicenda un significato politico. Il desiderio di amare diventa anche desiderio di libertà.
Al centro del film c’è Mahin, una donna di settant’anni, vedova da molto tempo, che vive sola nella sua casa con giardino a Teheran. I figli sono lontani e le telefonano raramente; le giornate scorrono silenziose, tutte uguali. Mahin non è però una donna rassegnata. Conserva un’ironia sottile, una dignità profonda e, soprattutto, un bisogno d’amore che il trascorrere degli anni non è riuscito a spegnere.
Durante un incontro davanti al tè con alcune vecchie amiche, tra confidenze, ricordi e discorsi sui malanni dell’età, comprende che il suo cuore batte ancora. Decide allora di uscire dalla propria solitudine e incontra Faramarz, un anziano tassista, ex soldato, gentile e altrettanto solo. Tra i due nasce immediatamente una scintilla: fragile, timida, quasi adolescenziale.
Mahin lo invita nella sua casa. In quello spazio privato, protetto dal giardino e lontano dallo sguardo del regime, i due possono finalmente essere se stessi. Mangiano, bevono, ascoltano musica, ballano e si raccontano. Per una notte dimenticano l’età, le regole e la solitudine. La regia osserva tutto con delicatezza, senza trasformare i protagonisti in caricature. I loro corpi anziani non sono mostrati con pietà, ma come corpi ancora vivi, capaci di desiderare e di emozionarsi.
L’amore nell’ultima stagione della vita appare come un ultimo, luminoso sussulto: il tentativo di afferrare qualcosa quando sembrava ormai troppo tardi. Ma proprio nel momento in cui la vita sembra ricominciare, il destino si manifesta nella sua forma più crudele. Il cuore di Faramarz non regge: forse per l’emozione, forse per il farmaco assunto per affrontare quella notte. Muore prima che i due possano consumare pienamente il loro incontro.
Il tono della commedia si spezza e il film assume la forma di una tragedia greca. Il desiderio viene punito proprio quando prova a diventare realtà. Mahin resta sola davanti al corpo dell’uomo che, per poche ore, le aveva restituito la possibilità di un futuro.
Il giardino diventa allora il vero spazio simbolico del film: un rifugio, un piccolo paradiso privato e, infine, il luogo in cui custodire per sempre un amore appena nato. Mahin vi seppellisce Faramarz quasi celebrando un rito segreto. Il mondo intorno continua a vivere, immutato e silenzioso, come se nulla fosse accaduto. Eppure, per lei, tutto è cambiato.
Il mio giardino persiano è una storia d’amore senile, ma soprattutto una riflessione sulla sensibilità e sulla fragilità della vita. Ci ricorda che l’età non cancella il desiderio, che la solitudine non rende invisibile il bisogno di essere toccati e ascoltati e che il cuore può continuare a battere fino all’ultimo istante.
Un film delicato, ironico e doloroso, capace di parlare a tutti, indipendentemente dal luogo in cui è ambientato. Da vedere assolutamente.
