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Il diavolo veste Prada 2
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Antonino67
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Mi chiamo Antonino Falleti, 58 anni. Sono iscritto al DAMS, dove approfondisco lo storia del cinema e della scrittura .

Film 2026 Genere Commedia. Regia di David Frankel. Cast Meryl Streep, Emily Blunt, Kenneth Branagh, Meryl Streep, Stanley Tucci, Justin Therouh, Lucy Liu. Tibor Feldman. Data di uscita 29/04/2026. Sceneggiatura Aline Brosh McKenna. Produttore Wendy Finerman. Produttore esecutivo Michael Bederman, Aline Brosh McKenna, Karen Rosenfelt. Casa di Produzione 20th Century Fox, Wendy Finerman Productions, Sunswept Entertainment. Musiche Theodor Shapiro. Fotografia Florian Ballhaus. Montaggio Andrew Marcus. Scenografia Jess Gonchor. Costumi Molly Rogers.

Recensione a cura di Antonio Falleti

C’era davvero bisogno di un sequel? È la domanda che resta addosso, più del film stesso. Perché il primo Il diavolo veste Prada, senza essere un capolavoro assoluto, era diventato un piccolo gioiello pop: elegante, cattivo quanto bastava, ironico, leggero senza essere stupido. Aveva ritmo, personaggi riconoscibili e soprattutto possedeva quella qualità ormai rarissima: sapeva prendersi sul serio senza credersi importante.

Vent’anni dopo il diavolo torna a vestirsi, ma sembra aver perso il gusto. O forse siamo cambiati noi. È possibile. Siamo diventati più cinici, più veloci, più abituati a vedere il lusso scorrere sullo schermo di uno smartphone. Ma il problema è che il film sembra cambiato ancora più di noi: ciò che un tempo appariva glamour oggi assomiglia spesso a una vetrina ben illuminata; ciò che era ironia diventa battuta telefonata; ciò che era carattere si trasforma in macchietta.

Miranda, Andy, Emily e Nigel ritornano come vecchi amici che avevamo conservato nella memoria molto meglio di come li ritroviamo. Ed è quasi imperdonabile. Non perché siano invecchiati — anzi, sarebbe stato interessante vedere davvero cosa il tempo avesse fatto a loro — ma perché sembrano imprigionati nell’obbligo di ricordarci continuamente chi erano. Più che personaggi, a tratti paiono citazioni di se stessi. Entrano in scena e sembra quasi di sentire il pubblico sussurrare: «Ecco, adesso deve dire quella cosa da Miranda». E puntualmente la dice.

La cosa più triste è la poca ironia. Il primo film riusciva a essere feroce senza gridarlo. Bastava uno sguardo di Meryl Streep, una pausa, un cappotto lanciato su una scrivania. Qui invece tutto viene sottolineato, lucidato, confezionato. Il glamour non è più un linguaggio: è arredamento. E Milano, soprattutto Brera, viene mostrata con un entusiasmo così insistito da far pensare talvolta a una pubblicità poco occulta: scorci perfetti, locali perfetti, vestiti perfetti, persone perfette. Manca soltanto il QR code per prenotare il weekend.

È questo forse il paradosso più amaro: un film che dovrebbe raccontare il mondo della moda finisce per assomigliare alla moda peggiore, quella che si consuma in fretta. Immagini bellissime, superficie impeccabile, pochissima memoria. Un tempo si usciva dal cinema ricordando il ceruleo, le cinture quasi identiche, le umiliazioni di Andy, il gelo di Miranda. Qui si rischia di uscire ricordando soprattutto una location, una borsa e qualche inquadratura costruita per diventare immediatamente una storia sui social.

Forse era più interessante lo spot promozionale. Almeno quello non fingeva di essere altro: prometteva nostalgia, abiti, star, ritorni. Il film, invece, vorrebbe anche raccontarci qualcosa sul tempo che passa, sul tramonto della carta stampata, sul potere che cambia forma, sulle nuove generazioni e sull’identità nell’epoca digitale. Ma la riflessione resta spesso più da smartphone che da cinema: rapida, levigata, pronta per essere condivisa e dimenticata.

E soprattutto nessuno sembra credere davvero fino in fondo a quello che dice. Gli attori sono professionisti straordinari, ma talvolta sembrano partecipare a una costosissima rievocazione del film precedente. Meryl Streep conserva naturalmente una presenza che riempie lo schermo, Anne Hathaway ha ancora eleganza, Emily Blunt sa essere affilata e Stanley Tucci possiede una grazia che non si compra. Ma la sceneggiatura li costringe troppo spesso a interpretare il ricordo dei loro personaggi invece dei personaggi stessi.

Poi arriva Lady Gaga. E per qualche minuto accade qualcosa. Non importa quasi cosa faccia: il suo cameo è l’unico momento che possiede davvero il senso dello show, dell’eccesso, dell’apparizione. Entra e ricorda al film quello che il film avrebbe dovuto ricordare da solo: il glamour non è mettere insieme vestiti costosi, monumenti, star e tavoli apparecchiati. Il glamour è presenza. È mistero. È sapere che qualcuno è entrato nella stanza prima ancora di voltarsi a guardarlo.

Il primo Il diavolo veste Prada ha lasciato un segno perché dietro i tacchi, le borse e la crudeltà da redazione nascondeva una domanda molto semplice: quanto siamo disposti a cambiare pur di essere accettati dal mondo che desideriamo? Questo sequel sembra invece domandarsi soprattutto quanto del primo film sia ancora possibile rivendere.

La risposta è: moltissimo. Ma rivendere non significa reinventare.

Alla fine resta una sensazione malinconica, quasi più amara della delusione. Forse certi film dovrebbero essere lasciati dove sono, nel tempo preciso in cui hanno funzionato. Non tutto ciò che abbiamo amato ha bisogno di tornare. Alcune storie diventano più belle proprio perché finiscono.

Il primo film, dopo vent’anni, lo ricordiamo ancora. Questo secondo, mentre scorrono i titoli di coda, sembra già un ricordo sfocato.

Il diavolo veste ancora Prada. Peccato che, questa volta, sotto il vestito si intraveda soprattutto il cartellino del prezzo.

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