Film horror- Polonia, Regno Unito 2025 – durata 110’ uscito in Italia il 06/03/2026 Titolo originale: Good Boy Regia: Jan Komasa. Con Stephen Graham, Andrea Riseborough, Anson Boon, Kit Rakusen, Monika Frajczyk
Recensione a cura di Antonio Falleti
Quando trovi una casa proprio dentro il tuo peggiore incubo.
Good Boy, diretto da Jan Komasa, parte da un’idea tanto semplice quanto disturbante: cosa può provare un ragazzo abituato a vivere al limite — alcol, droghe, eccessi, notti senza regole — quando si risveglia con una catena al collo, prigioniero nel seminterrato di una famiglia apparentemente normale?
È qui che il film costruisce il suo grottesco. La casa, luogo che dovrebbe rappresentare protezione e sicurezza, diventa una gabbia. E la famiglia, invece di rassicurare, assume lentamente i contorni di una piccola istituzione totalitaria. I suoi sequestratori non sembrano voler semplicemente torturare il ragazzo: pretendono di correggerlo, educarlo, quasi redimerlo. La violenza viene così mascherata da cura, la coercizione da disciplina, la prigionia da possibilità di salvezza.
Nella prima parte domina una feroce lotta psicologica tra aguzzini e vittima. Ma Komasa gioca continuamente con i ruoli. Chi è davvero malato? Il giovane autodistruttivo che vive senza limiti o quella famiglia ordinata che, dietro la facciata della normalità, costruisce un sistema delirante di controllo?
Ed è proprio qui che Good Boy diventa più interessante. A poco a poco ciò che sembrava chiarissimo comincia a deformarsi. I presunti psicopatici diventano quasi rassicuranti, mentre la cosiddetta vita normale assume qualcosa di mostruoso. Non perché il film assolva i carnefici, ma perché mette lo spettatore nella posizione scomoda di dubitare delle proprie categorie morali.
Quando sembra arrivare finalmente la possibilità della fuga, il film cambia nuovamente direzione. Il ribaltamento conclusivo impedisce una lettura facile di vittima e carnefice e trasforma la vicenda in qualcosa di ancora più ambiguo.
Visivamente c’è qualcosa di surrealista e perturbante, quasi una casa uscita da un quadro di Magritte: ambienti familiari, oggetti comuni, gesti quotidiani, ma collocati in una realtà che ha perso la propria logica. Tutto sembra normale e proprio per questo tutto appare sbagliato.
Interessante anche la presenza della cameriera straniera, figura marginale che cerca a sua volta un rifugio e un posto dentro quella casa. Potrebbe sembrare soltanto una presenza laterale, ma diventa un altro tassello del sistema: anche chi prova ad adattarsi e a rendersi utile può essere espulso quando non serve più. È un’immagine amara dell’estraneità e dell’illusione dell’appartenenza.
Good Boy è quindi un film cinico, grottesco e volutamente sgradevole, che distrugge progressivamente la distinzione rassicurante fra casa e prigione, educazione e violenza, normalità e follia.
E alla fine resta una domanda velenosa: se la tua vita precedente ti stava distruggendo, chi ti incatena per “salvarti” è soltanto il tuo aguzzino?
