Regia di Mike Newell
Film del 1997 con Johnny Depp, Al Pacino, Anne Heche, Michael Madsen, Bruno Kirby, Robert Miano, James Russo, Val Avery
Genere: Drammatico
Joe Pistone, alias Donnie Brasco, è un agente dell’FBI italoamericano che tenta di infiltrarsi in una cosca della Cosa Nostra newyorkese. Il destro per l’iniziazione gli viene offerto dal sicario Lefty Ruggiero, che scorge in lui un grande potenziale e decide di introdurlo nella sua famiglia. Ora Donnie può finalmente documentare le attività criminali della banda; ma quando si rende conto che Lefty ha garantito per lui davanti ai capi e che, qualora venisse scoperto, sarebbe il suo “padrino” a pagare per primo, l’integrità morale di Donnie comincia a scricchiolare… Basato su una storia vera.
È difficile che un film biografico, così specificamente localizzato nello spazio e nel tempo e condizionato dalla realtà dei fatti che racconta, riesca a superare la dimensione storica e personale del suo protagonista per veicolare significati e interrogativi più grandi, propri ad un tempo della Storia e delle storie degli uomini.
Donnie Brasco, invece, ci riesce benissimo: la relatività del bene e del male, della legge e della morale, è il nucleo semantico ed emotivo della pellicola, condensato nei due personaggi principali, nel loro complesso, tormentato, struggente legame affettivo e reso vivido e impattante dalla sua attualizzazione, ovvero dalla patina crime che lo riveste. Così una delle tante vicende criminali a base di sbirri e gangster si trasforma in una sorta di tragedia manzoniana, vibrante di tensioni morali, di slanci romantici, di personaggi archetipici.
Il dilemma che tormenta Donnie è vecchio come il mondo, e chi scrive si scusa fin d’ora per il gioco di parole: se chi fa il male ci fa del bene, è giusto fargli del male in nome del bene? Viene prima la legge o il sentimento?
Donnie, che non ha mai avuto dubbi sulle risposte da dare a quesiti simili, comincia invece a tentennare, a confondersi, a perdersi nella “zona grigia” del nostro sentire, molto più complesso e ingarbugliato della legge e dell’etica, quando nella sua vita irrompe Lefty. Ventisei omicidi sulle spalle e lui ne porta meticolosamente il conto, con orgoglio, quasi fossero altrettante medaglie appuntate sul suo petto di graduato della mafia. Uccidere non gli fa né caldo né freddo, è lavoro, routine. Ma a ben guardare Lefty è un perdente: poco intelligente, ingenuo e inetto, buono solo a fare il gorilla, pieno di debiti con i suoi superiori, un’ex moglie che vive nel suo stesso palazzo, una compagna svampita e un figlio drogato. Insomma, un fallito, sia come uomo che come criminale. In Donnie, lui vede il figlio che non ha mai avuto nonché l’occasione per la sua rivalsa in un mondo spietato, quello della criminalità organizzata, che lo ha usato sempre e solo come galoppino.
Con buona pace per Johnny Depp, protagonista de iure, è Pacino il vero astro splendente del film, che riesce a portare in scena un personaggio complesso e trasversale, che oscilla fra tragedia e farsa, un pluriomicida che incute timore e soggezione ma che si fa fregare dai suoi debitori, che viene rimproverato dal capodecina davanti a tutti perché non ha pagato gli interessi, che ha paura di spegnere il fuoco divampato nella sua cucina mentre si dà arie da chef e delega il compito alla fidanzata. Un uomo che, malgrado la sua spietatezza, soffre per l’umiliante ruolo che gli tocca ricoprire, quello di zimbello della mala, e che non smette mai di combattere per “salire di grado”, sebbene poi fallisca sempre. E che, soprattutto, è capace di slanci emotivi e affettuosi che difficilmente ci si potrebbe aspettare dalle cosiddette persone normali. Insomma un personaggio, quello di Lefty, da cui promana ad un tempo la tragicità del titano e la leggerezza gradassa e buffonesca tipica di tanti personaggi della migliore commedia.
Al contempo, Donnie vede in Lefty il padre che non ha mai avuto e che, peraltro, non sa e non può essere. Un padre che farebbe tutto per suo figlio, persino immolarsi per lui. Tutto il contrario di ciò che fanno i suoi capi, burocrati in carriera che lo trattano come un facchino, mandandolo a svolgere missioni suicide in nome della sua incontestabile bravura. Anche Donnie, a modo suo, è una “pecora nera”, l’ultima ruota del carro, un fallito, sia come poliziotto che come padre e marito: le sue interminabili missioni gli impediscono di tornare a casa e stare in famiglia quanto vorrebbe, mentre sua moglie fa anche da padre alle sue tre figlie. Si tratta di una prospettiva speculare a quella attraverso cui ci viene presentato Lefty: se il bene può mescolarsi al male, è possibile anche l’opposto, e il confine fra il mondo dei giusti e quello dei cattivi è spesso molto meno definito e netto di quanto si possa pensare.
Con questi presupposti, non c’è da stupirsi se, poco dopo il suo ingresso negli affari di Cosa Nostra, Donnie entra in crisi. Inchiodare i gangster con cui si è messo significa inchiodare Lefty e condannarlo a morte. Non farlo, significa perdere la propria identità, le proprie certezze nonché la propria famiglia e diventare come Lefty e i suoi colleghi. Il dilemma è amletico, turba e strazia, toglie il respiro ed è foriero di rabbia. Un tale subbuglio interiore non può non coinvolgere lo spettatore, che si domanda fino alla fine se Donnie supererà o meno il punto di non ritorno.
Ma a catturare lo spettatore nel vortice della storia ci pensa anche la struttura “parabolica” dell’intreccio, che conserva le dinamiche tipiche dei filoni poliziesco, gangster-movie e noir e le impiega con efficacia e perizia: crescendo emotivo, azione, suspense, colpi di scena, sequenze di violenza talora gratuita e brutale, sesso, momenti risibili e battute ad effetto; come quella, divenuta iconica, del “che te lo dico a fare!”. Donnie è un uomo d’azione, non certo un contemplatore, non si perde in chiacchiere come farebbero Amleto e Adelchi, ma si angustia fra una rapina e un giro in barca col boss della Florida.
È così che il film riesce ad accattivarsi anche l’attenzione di un pubblico più “pop”, poco avvezzo all trattazioni sulle grandi questioni morali, sui grandi temi dell’umanità e abituato invece a prodotti più commerciali, in cui la trama è il fulcro dell’opera. Ed è così che anche a quest’ ampia fetta di pubblico arriva, tanto inaspettatamente quanto intensamente, il significato “alto”, quello che esula dal genere e dai suoi canoni. Del resto, il bello del cinema cosiddetto di genere è proprio questo – e noi italiani lo sappiamo bene, dato che un suo maestro indiscusso, Sergio Leone, ci ha regalato dei capolavori assoluti ricorrendo all’ibridazione fra esso e il cinema d’autore: talvolta, il primo è tale soltanto all’apparenza.
Dulcis in fundo: il film è reso memorabile da un’altra grande interpretazione, quella del compianto Michael Madsen – scomparso, ahimè, da poco più di un anno – nei panni del capodecina Sonny Black. La sua performance ha regalato alla storia del cinema un altro villane degno di lode, un capomafia tanto prepotente, cinico e spietato da risultare sgradevole, repellente agli occhi degli spettatori.
Ma come al solito ho parlato troppo; adesso è ora di lasciar parlare questo bellissimo film. Correte a vederlo – o a rivederlo! Che ve lo dico a fare…