CLAYTON RAWSON

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Il giallista che presentiamo questo mese fu personaggio lui stesso, e di singolare peculiarità; creatore, infatti, del personaggio del mago Merlini, Clayton Rawson fu a sua volta un autentico mago professionista, prestigiatore, illusionista, esperto in occultismo, studioso di parapsicologia, e i suoi romanzi polizieschi sono pieni, “spesso fino a un divertito eccesso” (Di Vanni-Fossati), di dotte disquisizioni su questi argomenti.

Nato a Elyria, nell’Ohio, il 15 agosto 1906, Rawson, prestigiatore in pubblico già a soli otto anni (secondo una benevola leggenda domestica), sposò Catherine Stone – da cui avrà quattro figli – nel 1929, lo stesso anno in cui si laureò presso l’Ohio State University. All’inizio lavorò come disegnatore nel campo delle riviste illustrate e della pubblicità, per tentare poi a più riprese la carta dell’editoria, attività che lo interesserà e lo impegnerà fino agli ultimi anni della sua vita. Esordiente nella letteratura poliziesca nel 1938 con il romanzo Death from a Top Hat (Morte dal cappello a cilindro), Rawson fu più tardi uno dei quattro membri fondatori della Mystery Writers of America (che assegna tuttora l’annuale Edgar Award per i generi giallo, horror e thriller), ricevendo nel 1949 lo Special Edgar Award per i suoi vari contributi alla scrittura del mistero, dopo aver ideato il primo, storico slogan della stessa fondazione, Crime Does Not Pay… Enough (“il crimine non paga… abbastanza”). Lo scrittore, infine, fu direttore editoriale della “Ellery Queen’s Mystery Magazine” tra il 1963 e la sua morte, avvenuta a Mamaroneck, New York, il 1° marzo 1971.

 

La produzione letteraria di Rawson, in pratica, risulta concentrata tra il 1938 e il 1942, e comprende quattro romanzi della serie con Merlini, un mago professionista che gestisce un negozio di articoli di magia, seguiti da alcuni racconti lunghi imperniati anche sulla figura di Don Diavolo, inizialmente pubblicati su riviste talvolta con lo pseudonimo di Stuart Towne. Anche lui mago, ma stavolta da palcoscenico, Don Diavolo perfeziona i suoi trucchi professionali in un seminterrato al Greenwich Village, dove lo viene spesso a trovare il tormentato ispettore Church della Omicidi, o per arrestarlo per un crimine impossibile o per chiedergli aiuto. E di queste opere – tutte tradotte in italiano, ma in edizioni, ahimè, ormai da bancarella – offriamo qui l’elenco dettagliato e, presumiamo, completo:

 

1938, Death from a Top Hat (Morte dal cappello a cilindro,  I Classici del Giallo Mondadori [CGM] n. 417, 1983; Gli Speciali del Giallo Mondadori [SGM] n. 9, Magia Gialla, 1996);

1939, The Footprints on the Ceiling (Le orme sul soffitto, I Libri Gialli Mondadori n. 264, 1941; poi Le impronte sul soffitto, CGM n. 825, 1998; SGM n. 60, Delitti dall’aldilà, 2010);

1940, The Headless Lady (Muori, muori, collana “I Libri che scottano” n. 73, Longanesi, 1968; CGM n. 905, 2001);

1942, No Coffin for the Corpse (L’assassino invisibile, CGM n. 762, 1996);

1948, From Another World (Da un altro mondo, nel numero di giugno della “Ellery Queen’s Mystery Magazine [EQMM]; AA.VV, La Queentessenza di Ellery Queen, a c. di A. Boucher, Feltrinelli 1965; poi in I delitti della camera chiusa 2, Omnibus Gialli Mondadori, 1977);

1949, Off the Face of the Earth, EQMM, settembre; poi SGM n. 36, Delitti in camera chiusa 2003);

1958, Nothing Is Impossible (Gli uomini che vengono dalle stelle, EQMM, luglio; poi in Ellery Queen presenta: Estate Gialla 1970, Mondadori 1970);

1958, Miracles – All in the Day’s Work (Gioco di prestigio, EQMM, ottobre; poi in Ellery Queen presenta: Inverno Giallo 78-79, Mondadori 1978);

1964, The Golden Book of Magic (Giochi di prestigio spiegati dal Grande Merlini, Mondadori 1965).

 

Molti anni fa Anthony Boucher, noto critico del New York Times,  qualificò Rawson come l’unico scrittore che nell’ambito del romanzo poliziesco avesse esplorato la relazione fra magia e delitto – cosa che sul piano analitico significa massima attenzione al risvolto psicologico – e che i suoi libri, “dal punto di vista dell’immaginativo e del gusto fantastico” sono uguagliati soltanto dai migliori romanzi di John Dickson Carr. Più di recente Pietro De Palma (nel suo interessante lamortesaleggere.myblog.it, 23/06/2013) ha ribadito la legittimità dell’accostamento (“è il solo autore che, nell’ambito dei misteri della Locked Room, possa stare e storicamente e inventivamente alla pari di Carr”), argomentando che “se Rowson ha un evidente gap di qualità letteraria delle sue storie, sempre troppo fredde, annulla però il gap in forza di una straordinaria inventiva che ammutolisce i più scettici, derivante dall’attività principale di Rawson, quella di illusionista.”

 

Altri critici hanno però eccepito che tale parallelo sia eccessivo. Per il duo Di Vanni- Fossati, per esempio, “i quattro romanzi imperniati su Merlini e sul suo amico Ross Harte, lo scrittore-giornalista che narra in prima persona le avventure del mago, sono molto disuguali per respiro e qualità, e di essi eccellono solo i primi due.” Per Mike Grost, critico americano, inoltre, la qualità di Rawson andrebbe ridimensionata perché nella struttura dei testi l’autore non darebbe importanza a determinati soggetti (per esempio i testimoni) o non valorizzerebbe le descrizioni, riducendo queste componenti all’essenziale e concentrando invece tutta l’attenzione sull’ideazione del plot. Rawson, in altre parole, focalizzerebbe la propria attenzione sulla ricerca di tutti quegli effetti atti a stupire il lettore, proponendogli delle sfide impossibili, fatte di piccoli particolari, che rendono le sue opere assolutamente visionarie. E non a caso l’illusione entra vincente in più di un suo romanzo, che si fa esponente del mystery più cerebrale, quello appunto della Camera Chiusa.

 

Il giallo d’esordio, Death from a Top Hat (Morte dal cappello a cilindro, 1938) è la storia di una serie di delitti che colpiscono alcuni maghi e illusionisti colleghi di Merlini: questo tipico milieu à-la-Rawson consente allo scrittore una serie di colpi di scena sulla materia così familiare a lui e al personaggio. Il secondo mystery, al contrario, The Footprints on the Ceiling (Le impronte sul soffitto, 1939), per la stessa scelta dei motivi, per l’introduzione ambientale e dei caratteri, si avvicina direttamente a Carr, che ricorda anche nella volontà di far emergere il tema irrazionale come elemento dominante dell’atmosfera, e anche per l’analogo modo di condurre i dialoghi. E qui la nostra memoria di lettori corre precisamente a He Wouldn’t Kill Patience, un capolavoro di Carr pubblicato nel 1944, in cui la vittima è uccisa in una camera non chiusa solamente, ma sigillata, tanto che neanche l’aria ne esce fuori.

 

In sostanza, i gialli di Rawson appaiono rispettosi solo in partenza dei canoni tradizionali del mystery novel, peccando un po’ di lentezza nel ritmo narrativo, anche se sono innegabili i pregi di ingegnosità nella confezione dell’enigma, e talvolta risulta gustosa la coreografia che il geniale Merlini (personaggio tra l’altro stranamente poco istrionico) crea attorno alle proprie avventure. E altri critici hanno rilevato come lo scrittore abbia dato il meglio di sé nei racconti, perché probabilmente soddisfacevano alla sua volontà di creare un problema virtualmente irrisolvibile, per poi fornirne la soluzione in poche pagine, senza dilungarsi in descrizioni psicologiche e di luoghi, in artifici di stile, in stravolgimenti della trama che generassero tensione, perché non ne possedeva le qualità, cioè non era un vero romanziere.

 

Ma l’analisi più lucida e approfondita dei difetti narrativi di Rawson si deve, per noi, a un critico/giallista di valore quale Giulio Leoni (in “Thriller Magazine” 28/11/2013). “I suoi personaggi sono spesso sbozzati via veloci, i suoi poliziotti sono più macchiette da two-reels movies che reali investigatori, le sue metropoli sono spesso dei fondali di cartapesta, con dei cattivi improbabili e dei buoni zuccherosi. Sono le città americane come le reinventava Hollywood nelle sophisticated comedies, piene di belle donne impellicciate e gentiluomini in cilindro. Per non parlare poi delle fanciulle, al cui confronto la Narda di Mandrake corre il rischio di sembrare un’eroina scespiriana (…) E poi, ahimè, nelle storie di Rawson non c’è quasi il sesso, se non per caste allusioni; il mago Merlini ha una moglie, sfuggente matrona come quella del tenente Colombo; Ross Harte, l’Archie Goodwin della sua coppia di investigatori dilettanti, ha delle sottintese amichette, o al più una fidanzata” nel rispetto del più puro codice Hayes del three seconds kiss.

 

Eppure, continua Leoni, nei suoi scritti c’è un fascino sottile che in molti tratti ricorda proprio il primo Carr, quello di Skull Castle E dietro le sue trame, pur macchinose, si avverte l’inventore di effetti magici che fu, con il fascino per la bellezza del metodo più che per l’efficacia del risultato. Perché il tratto distintivo della sua attività di scrittore è inscindibile dall’altra sua attività pubblica, quella di mago e di diffusore della magia. “Per tutta la vita, del resto, Rawson resterà un adepto dell’arte segreta, e quando verrà il momento di scrivere trasporterà nei suoi romanzi tutta l’atmosfera della magia di quegli anni. Le sue opere saranno un distillato del meglio dell’illusionismo tra le due guerre in America. Questa è la sua grandezza e il suo limite, la passione per la magia. Perché questa passione opera in chi ne è vittima una sorta di distorsione mentale, abitua a vedere la realtà come una continua maschera: il che in un giallista è un abitus pericoloso, spinge a complicare le trame al quadrato, a farne un rito per iniziati. Insomma, se Rawson non ottenne quel successo che avrebbe meritato, forse fu proprio per il suo sviscerato amore per l’inganno, che lo spinse a trasformare ogni sua storia in una sorta di spettacolo di illusionismo, a cominciare proprio dalla figura del protagonista, il grande Merlini.

 

Già nel giallo d’esordio del 1938 Merlini, il mago-investigatore, è la nostra guida nel viaggio attraverso il mondo della magia di quegli anni, a cominciare dalla sua base operativa, il suo negozio di articoli per maghi che è un calco di quello di Martinka, il più antico e principale fornitore di attrezzi magici per illusionisti, il luogo segretissimo dove nacque l’American Society of Magician. Anche il negozio di Merlini ha un suo retrobottega attrezzato a teatrino per le prove, e non manca il suo coniglio personale che scorrazza tra i banchi pieni di Miracles for Sale,come recita l’insegna fuori dalla porta a vetri smerigliati. E con questo peculiare armamentario il nostro mago può indagare con successo sull’assassinio di Sabat – misterioso e ambiguo studioso di culti segreti e strani rituali – strangolato al centro di un pentacolo, a braccia e gambe divaricate a somiglianza dell’uomo vitruviano di Leonardo, dentro una stanza ovviamente chiusa dall’interno, secondo i dettami più ortodossi della Locked Room. Superfluo dire che il colpevole verrà alla fine individuato, nel corso dell’ennesimo gioco di illusione; uno schema strutturale che Rawson ripeterà per anni su questo doppio registro, mago di giorno e scrittore di notte, addirittura raddoppiando negli anni anni ’40, con un nom de plume nuovo (Stuart Towne) e un nuovo mago-investigatore, Don Diavolo, come abbiamo già detto.

Dai gialli di Rawson furono tratti due film, anche se le sue storie originali passarono nel tritacarne incomprensibile degli sceneggiatori degli studios. Nel 1939 il bravo Tod Browning girò Miracles for Sale, basato sul primo romanzo, Death from a Top Hat, dell’anno prima, in cui però il grande Merlini, interpretato da Robert Young, fu trasformato in un improbabile Mike Morgan. Nel 1942, poi, il regista Herbert I. Leeds diresse The Man Who Wouldn’t Die, una vistosa manipolazione di No Coffin for the Cropse del medesimo anno, dove il personaggio di Merlini venne sostituito da quello, commercialmente più redditizio, di Michael Shayne, l’eroe creato da Brett Halliday, che era già apparso sullo schermo con notevole successo. Si ha notizia, infine, di un breve episodio per la televisione, The Transparent Man, della durata di 30 minuti, scritto nel 1951 da Rawson e interpretato da Jerome Thor nei panni di Merlini, da Barbara Cook in quelli della sua assistente sul palco e da E.G. Marshall in quelli di un criminale: avrebbe dovuto essere l’episodio pilota di una serie, che però non ebbe seguito.

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