Claude Aveline, pseudonimo di Evgen Avtsine, nacque a Parigi il 19 luglio 1901 e nella capitale francese morì il 4 novembre 1992. Di famiglia russa emigrata in Francia nel 1891 per sfuggire ai pogrom antisemiti della Russa zarista (e nazionalizzata francese nel 1901), dopo i primi anni di scuola a Parigi, prima al lycée Henri-IV, poi al lycée Hoche di Versailles, dovette abbandonare gli studi in prima liceale per gravi problemi di salute, che lo indussero a soggiornare a Cannes nel 1918-19. Proprio qui cominciò a scrivere, adottando lo pseudonimo di Claude Aveline.
Aveline visse intensamente le vicende sociali e politiche del suo tempo, dal Fronte Popolare al Maquis alla ricostruzione, e seppe mescolare con intelligenza critica engagement e avanguardia, scoperta di nuove strade espressive e radicamento nella cultura di massa. Giovanissimo, fu editore in proprio di testi filosofici (una cinquantina di opere nella “Collection Philosophique”), amico di mostri sacri – fin dagli anni ’20 – come Anatole France e Jean Vigo (in cui onore fondò e presiedette il Premio omonimo) e partecipe dei fermenti innovativi che percorrevano la cultura parigina negli anni Trenta, a fianco dei comunisti, al processo dei minatori di Oviedo, alla costituzione delle prime Case della Cultura e ai Congressi degli Scrittori per la difesa della cultura a Valencia e a Madrid (1937) in piena guerra civile, fino alla stesura de Le Prisonnier (1936), un romanzo che potrebbe aver ispirato addirittura L’Étranger di Albert Camus.
Il limitato successo dei suoi primi scritti – tra articoli di giornale, saggi, romanzi psicologici e drammatici (come Le Point du jour, 1928, o Madame Maillart, 1930) – indusse Aveline a rinunciare a un certo punto a forme espressive più complesse, per approdare ai canoni e allo stile del poliziesco. Nacque così, nel 1932, il suo primo giallo, La double mort de Fréderic Belot; primo di una serie di cinque, tra il ’32 e il ’70 (che qui elenchiamo nelle versioni italiane), poi riuniti dallo stesso autore in un solo volume, Suite policière (Mercure de France, 1987), seguito da una Double note sur le roman policier e da una Confession policière.
1) 1932, La double mort de Frédéric Belot (La doppia morte dell’ispettore Belot, “I Libri Gialli” Mondadori n.77, 1933; poi in Omnibus Giallo Mondadori L’occhio di gatto, 1974 [insieme a Vettura 7, posto 15; Il getto d’acqua e L’occhio di gatto]; Oscar Mondadori 1982);
2) 1937, Voiture 7 place 15 (Vettura 7, posto 15, in Omnibus Giallo L’occhio di gatto cit. 1974);
3) 1947, L’abonné de la ligne U (L’abbonato della linea U, Omnibus Giallo Mondadori 1972);
4) 1947, Le jet d’eau (Il getto d’acqua, in Omnibus Giallo L’occhio di gatto cit., 1974; poi Oscar Mondadori 1980);
5) 1970, L’oeil-de-chat (L’occhio di gatto, in Omnibus Giallo L’occhio di gatto cit. 1974; poi Oscar Mondadori 1981).
Fu anche grazie ad Aveline che al poliziesco francese vennero finalmente riconosciuti quei “certificati di nobiltà” che da tempo attendeva, benché Aveline non abbia mai voluto accreditarsi come esponente “colto” del genere Giallo. Nella nota introduzione, infatti, che lui stesso antepose al suo romanzo d’esordio (La doppia morte dell’ispettore Belot), lo scrittore si impegnò a dimostrare che non esistono differenze fra il romanzo psicologico e quello poliziesco, dal momento che anche in quest’ultimo si realizza alla perfezione il disegno di “dipingere le passioni e come esse dirigano le azioni degli uomini.” E a un intervistatore che in altra occasione gli domandava; “Come si spiega che lei possa scrivere indifferentemente dei romanzi polizieschi e dei romanzi psicologici?” Aveline rispondeva: “Io non faccio alcuna distinzione fra gli uni e gli altri. La psicologia è un elemento indispensabile nel romanzo poliziesco, che, senza di essa, si ridurrebbe a un gioco, magari perfetto nella sua costruzione, ma senz’anima. Nello stesso modo che il problema, lo spunto drammatico, ciò che induce il lettore a domandare che cosa succederà? (una domanda che ci poniamo anche leggendo Proust o Dostoevski) è indispensabile nel cosiddetto romanzo psicologico che, altrimenti, diviene soltanto una dissertazione romanzata. Quanto alla forma, perché dovrebbe essere trascurata in un caso e non nell’altro? Poe scriveva con la medesima penna Storie straordinarie, poesie e saggi.”
Non bisogna però a questo punto pensare che i romanzi polizieschi di Aveline siano immersi in uno psicologismo che limiti l’elemento poliziesco, e che quindi la detection e lo scioglimento dell’enigma non siano seguiti con attento rigore in ogni fase del loro sviluppo. Si può invece dire che “la psicologia è un fattore essenziale che entra nei romanzi di Aveline come contenuto piuttosto che come tecnica formale” (Di Vanni-Fossati).
E’ stato notato da alcuni critici che, nonostante gli storici exploits, tra Otto e Novecento, di scrittori francesi quali Gaboriau, Leroux o Leblanc [tutti già da noi trattati in questi MAESTRI DEL GIALLO], non è sostenibile la tesi di una scuola francese del romanzo poliziesco. Non si può negare, tuttavia, che sia sempre esistito, in Francia, uno stile sufficientemente autonomo e originale da accostare a quelli riconoscibili delle scuole inglese e americana. E mentre scrittori come Jean-Louis Bouquet, Pierre Very, Noel Vindry, Pierre Boileau e Thomas Narcejac sono approdati a formule quasi totalmente affrancate da quella sorta di impronta francese che caratterizzava i maestri suddetti dell’800 (senza contare gli sviluppi contemporanei di un Pierre Lemaitre, Guillaume Musso o Serge Brussolo), in uno scrittore come Aveline l’eredità espressiva s’è trasmessa e conservata, aggiornandosi in risultati di sicura modernità.
Come struttura, poi, i romanzi di Aveline “rispondono un po’ allo schema dell’inchiesta, e questo in qualche caso li fa avvicinare alle avventure di Maigret. Il taglio espressivo tende in genere a una sdrammatizzazione che, per contro, può dare talvolta l’impressione di eccessiva freddezza e, volendolo accostare alla tradizione del mystery inglese, Aveline è certo più vicino a un Van Dine che a una Christie” (ancora Di Vanni-Fossati).
Nel romanzo d’esordio, La doppia morte dell’ispettore Belot, Aveline persegue con originalità di spunto la traccia del romanzo-enigma, e qui un tema psicologico per eccellenza – lo sdoppiamento d’identità – è lasciato a lungo latitare col suo potenziale drammatico, per rivelarsi soltanto in un finale che viene a colmare con tempestivo riscontro tutti i vuoti e gli interrogativi del mistero. Altra particolarità è che, con questo primo romanzo, lo scrittore non intendeva creare un personaggio fisso da riproporre in una serie: l’ispettore Belot, infatti, nasce e muore subito, in questa storia. “Avevo fatto morire il mio poliziotto al primo colpo, e perfino due volte, non avevo previsto che avrebbe dovuto riprendere servizio. Per fortuna, non l’avevo fatto morire troppo giovane. In seguito, ho quindi raccontato avventure accadute prima del 1932” confessò apertamente Aveline, prima di ripresentare il suo protagonista altre volte, nell’arco di quarant’anni, a conferma di come non ci fosse, da parte dell’autore, nessun confine fra i romanzi polizieschi e quelli privi di qualsiasi connotato di genere. Tant’è che, s’è detto, fin da questo romanzo Aveline sentì il bisogno di spiegare (come a loro modo avrebbero fatto Zangwill, Glauser, Chandler) quanto vi potesse essere di profondo nel poliziesco, che racconta “le passioni degli uomini e il modo in cui ispirano le loro azioni”, non diversamente da come aveva fatto Dostoevski.
Ne La doppia morte dell’ispettore Belot – dal plot pur definito “un po’ folle” da qualche critico, col suo risvolto passionale e “freudiano – il narratore immagina che Simon Rivière, giovane ispettore di polizia, incontrandolo presso una comune amica, gli racconti la più straordinaria avventura di Frédéric Belot, suo padrino e capo della Brigata Speciale. Una sera Rivière, recatosi a casa di Belot, lo trova a terra, morente in mezzo al salotto, col viso insanguinato e un revolver accanto. Poi, dietro una tenda, scopre il cadavere di un altro uomo, identico a Belot, e crede di perder la ragione. Quale dei due, infatti, è il vero Belot?
E’ evidente da subito che siamo lontani dallo schematismo di un Van Dine o dalle camere chiuse dell’ironico Dickson Carr, perché, “per umanizzare il romanzo-problema, Aveline ricorre all’accorgimento di coinvolgere emotivamente il suo investigatore, pur lasciandolo estraneo ai fatti, ed evitando così di trovarsi per le mani un personaggio robot, contrario al suo temperamento” (Alberto Tedeschi).
Aveline, tuttavia, rispetta la struttura del poliziesco classico, e il suo tema preferito è quello dello “sdoppiamento” fisico dei personaggi, ma non senza il risvolto dello sdoppiamento psichico. Va ricordato infatti che, se Frédéric Belot, per motivi strategici, ricorre ai servigi di un sosia che gli assomiglia come un gemello nei tratti e nel comportamento, nel romanzo successivo, Vettura 7, posto 15 (1937), si troverà un uomo che immagina d’essere un altro, e realizza il suo sogno.
Il getto d’acqua (1947), invece, è la storia ossessionante della famiglia Redoux, sconvolta per la sparizione della figlia maggiore. Per ritrovarla i Redoux, che abitano in una villa a Marlieux, si rivolgono a un vicino di casa, un colonnello reduce delle guerre coloniali, ma sarà il commissario Belot a far luce sul mistero. La scoperta della verità ai margini dell’incredibile significherà la fine per i Redoux, travolti dalla tragedia. E come a sottolineare l’atmosfera di incubo in cui si svolge la vicenda, c’è il lamento monotono di un getto d’acqua nella vasca del giardino che, simbolicamente, cessa al momento della grande rivelazione…
Ultimo della serie, L’occhio di gatto (1970) si presenta peculiare fin dallo stile, con la scelta dell’autore di un nuovo tempo verbale. “Non avevo mai scritto un romanzo che fosse tutto al presente, e ho voluto provare. E’ un tempo difficile, che rifiuta i compiacimenti grammaticali, le frasi piene di sé, un tempo secco. Ma una storia enigmatica può farlo apprezzare più di un altro: il lettore ne sa sempre quanto la storia stessa” (parole e scelta condivise, tra gli italiani, da un Loriano Macchiavelli e, più modestamente, dal sottoscritto).
Quanto alla trama, se non fosse nobilitato, appunto, da uno stile sobrio, privo di compiacimenti sanguinari, questo romanzo fin dall’inizio sarebbe potuto sconfinare nel grand-guignol. Un giovane infatti, partito con due valigie dalla stazione di Saint-Germain des Prés, una volta arrivato a Lione dai suoi, scopre con orrore, in una delle due valigie scambiate per sbaglio, la mano della sua fidanzata con l’anello che lui le aveva regalato, un gioiello di famiglia con una pietra semipreziosa, un occhio di gatto. Un caso complesso, quindi, e quasi inverosimile per l’ispettore Belot, le cui componenti andranno dalla passione all’odio, dal sordido interesse alla vendetta…
“La novità più saliente nella produzione di Claude Aveline – scrisse il critico Jean-Jacques Tourteau nel suo saggio D’Arsène Lupin à Sanantonio – è stata di riabilitare il romanzo poliziesco facendolo leggere a un pubblico serio come se fosse un’opera letteraria. Dal canto suo Aveline, dissertando sul genere, come si è sempre dilettato di fare, con saggi e conferenze, presenta una sua tesi originale: “la storia poliziesca”, dice, “è una storia che ricomincia alla fine. Se c’è un romanzo che si presta a essere riletto, questo, contrariamente all’opinione generale, è proprio il poliziesco. Il lettore ha seguito un’indagine, mettendosi nei panni dell’indagatore. Ebbene, ora può riprenderla, non più con gli occhi dell’autore, ma con quelli del criminale. Con gli occhi, il cuore, le viscere del criminale. Alle mosse del futuro trionfatore, si sostituiscono le angosce di un essere braccato dalla polizia, oppure dai propri rimorsi. Nel romanzo letterario consueto il lettore può sognare soltanto durate il suo primo contatto con l’opera. Qui invece egli si trova in grado di evocare un nuovo dramma. Qui può creare”.”
L’investigatore dunque, a ben guardare, rimane pur sempre il protagonista, ma con spostamento dell’interesse anche verso il criminale. Tuttavia, perché l’augurio di Aveline si concretizzi (augurio che estendiamo a tutti i libri gialli e a tutti i giallisti) occorre che il giallo sia letto, l’enigma sia risolto, l’identità del criminale sia rivelata, affinché il lettore possa dedicarsi alla scoperta di una personalità che fatalmente gli è stata tenuta nascosta per la natura stessa del romanzo-enigma.


