FREEMAN WILLS CROFTS

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Se è indubbio che gli anni Venti e Trenta del secolo scorso costituirono l’età d’oro del mystery (o la Golden Age of Detective Fiction, per dirla con gli anglo-americani), è altrettanto vero che del giallo classico o deduttivo Freeman Wills Crofts fu uno degli esponenti più importanti. Irlandese di Dublino, nato il 1° giugno 1879, Crofts era figlio di un ufficiale medico al servizio della British Army, che morì prima della sua nascita durante una missione all’estero. La madre allora, risposatasi con un arcidiacono della Chiesa d’Irlanda, si trasferì col figlio a Belfast, dove quest’ultimo studiò in un collegio metodista, senza mai manifestare particolari interessi per la letteratura, e a 17 anni entrò a lavorare nella Belfast and Northern Counties Railway grazie all’interessamento dello zio, che di quella compagnia ferroviaria era l’ingegnere capo. La competenza del giovane Crofts in materia di ingegneristica ferroviaria gli valse una serie di promozioni, finché nel 1909 diventò assistente ingegnere capo nella stessa compagnia. Nel 1912 ai sposò con Mary Bellas Canning, figlia di un dirigente bancario, e fino al 1919 la sua biografia non registra eventi di particolare interesse; in quell’anno però, in seguito a una malattia che lo tenne lontano dal lavoro, Crofts cominciò a scrivere per diletto, o per vincere la noia, quello che di lì a un anno diventò il suo primo, lodatissimo, romanzo poliziesco.

Non è inconsueto nel Novecento, a pensarci, il caso agrodolce di una lunga convalescenza all’origine di una fortunata carriera narrativa (basti pensare, nell’àmbito del Giallo, a un Van Dine, o, fuori dal mystery, al nostro Moravia). Fatto sta che Crofts presentò senza troppe speranze The Cask (I tre segugi) all’editore Collins, che sorprendentemente lo accettò e lo pubblicò nel 1920, lo stesso anno – tra parentesi – dell’esordio di Agatha Christie col suo Poirot (nell’Affare Styles). Questo giallo, dotato della freschezza spesso tipica delle opere d’esordio, è considerato tuttora da molti il suo capolavoro, tant’è che, quando nel 1967 ne venne pubblicata una ristampa, il noto critico statunitense Anthony Boucher lo definì senza remore la migliore “opera prima” della storia della narrativa poliziesca.

In The Cask la ricerca della soluzione – che riguarda l’omicidio di una donna, il cui cadavere viene ritrovato in una botte – vede impegnati ben tre rappresentanti della legge, i tre segugi appunto: un ispettore di Scotland Yard, un funzionario della Sureté e infine un detective privato, cui toccherà il compito di coronare col definitivo successo la fine delle indagini.

Individuo modesto e laborioso, appassionato di musica classica e di giardinaggio oltre che di romanzi, Crofts scrisse nei tre anni successivi altrettanti gialli, The Ponson Case (1921), The Pit-Prop Syndicate (1922) e The Groote Park Murder (1923), tradotto da noi come La tela del ragno. Finché nel 1924 Crofts creò il suo personaggio per ecellenza, l’ispettore Joseph French di Scotland Yard – con la cui serie contribuì al periodo d’oro del giallo classico – continuando poi a pubblicare quasi un romanzo all’anno fino alla sua morte, avvenuta a Worthing l’11 aprile 1957.

La bibliografia di Crofts è dunque imponente e comprende, dal 1924 in avanti, ben 30 romanzi accertati, alcuni dei quali con doppio titolo (il secondo quasi sempre per l’edizione statunitense), che ci sembra utile differenziare a seconda della loro avvenuta traduzione o no nella nostra lingua. Ci risultano editi in italiano, per Mondadori, Inspector French’s Greatest Case, 1924 (da noi Il grande mistero); Inspector French and the Starvel Tragedy, 1927 (L’incendio nella brughiera); Mystery in the Channel, 1931 (Intrigo sulla Manica); The Hog’s Back Mystery, 1933 (Il silenzio delle ombre); The 12:30 from Croydon, 1934 (Il volo delle 12.30 da Croydon); Fatal Venture, 1939 (Roulette sull’oceano); Fear Comes to Chalfont, 1942 (Paura a Chalfont). Risultano ancora inediti in Italia, invece, Inspector French and the Cheyne Mystery, 1926 (e The Cheyne Mystery); The Sea Mystery, 1928; The Box Office Murders, 1929 (anche The Purple Sickle Murders); Sir John Magill’s Last Journey, 1930; Sudden Death, 1932; Death on the Way, 1932 (anche Double Death); Mystery on Southampton Water, 1934 (anche Crime on the Solent); Crime at Guildford, 1935 (anche The Crime at Nornes); The Loss of the “Jane Vosper”, 1936; Man Overboard!, 1936 (anche Cold-Blooded Murder); Found Floating, 1937; The End of Andrew Harrison, 1938 (anche The Futile Alibi); Antidote to Venom, 1938; Golden Ashes, 1940; James Tarrant, Adventurer, 1941 (anche Circumstantial Evidence); The Losing Game, 1941 (e, con minima modifica, A Losing Game); The Affair at Little Wokeham, 1943 (anche Double Tragedy); Ned’s Gay Village, 1944; Enemy Unseen, 1945; Death of a Train, 1946; Silence for the Murderer, 1949; French Strikes Oil, 1951 (anche Dark Journey), e l’ultimo, Anything to Declare?, del 1957, l’anno della morte.

Considerato dunque uno dei massimi rappresentanti della Golden Age, Crofts rientra pubblicamente nel novero degli aderenti al cosiddetto Decalogo di R. Knox, che il critico compilò nel 1929 (quasi contemporaneamente alle 20 regole, più note e articolate, di Van Dine) per qualsiasi giallista rispettoso del fair play, e che ci pare interessante riproporre al lettore odierno:
1. Il criminale deve fare la sua comparsa all’inizio della storia, e non all’ultimo momento.
2. La soluzione del delitto deve essere logica, senza ricorsi al soprannaturale.
3. E’ permesso l’uso di una sola stanza o passaggio segreto.
4. E’ proibito usare veleni nuovi, sconosciuti o che non lascino tracce.
5. Niente stranieri dall’aspetto sinistro o maligno (in particolar modo cinesi).
6. La soluzione del delitto non deve mai avvenire per una fortunata coincidenza.
7. L’investigatore non deve mai essere anche il colpevole.
8. L’investigatore non deve a bella posta nascondere al lettore gli indizi o le ragioni delle sue deduzioni.
9. Se viene introdotto un “Watson”, questi non deve nascondere le sue opinioni.
10. Mai ricorrere a gemelli identici oppure a sosia.

Ma che tipo di detective è, in definitiva, l’ispettore French, e come si inserisce nel quadro del poliziesco contemporaneo? “French rientra in pieno nella tendenza parzialmente imperante in quel periodo di opporre al detective eterodosso e bizzarro una fisionomia di investigatore fondata sulla pura professionalità.” Crofts infatti introduce nei suoi gialli migliori “una tecnica investigativa, se non nuova, comunque più concreta e attenta all’effettiva verosimiglianza (anche se questo fatto può talvolta ingenerare una certa noia nella lettura)”, con una detection conseguente molto scrupolosa e metodica, “una sorta di sviluppo più scolastico dell’occhio di Lecoq, ma con una vastità di impiego e una capacità di correlazione molto più progredita, e l’esemplarità della sua routine investigativa è meno sonnolenta di quella di scrittori come Henry Wade o Helen Reilly” (Di Vanni-Fossati, Guida al Giallo). Il limite più evidente di Crofts, per dirla ancora con la coppia di critici appena citati, sta in una “monotonia di fondo nei temi e nelle tecniche”, con una “ripetitività a cui non dà parziale giovamento l’ausilio di uno stile che è, sì, limpido, ma non arguto e sottile (…) L’identità dell’assassino, l’enigmaticità della situazione non sono fatti oggetto di particolare sfruttamento sul piano oggettivo e retorico”, dal momento che l’interesse narrativo è tutto incentrato “sul procedere incessante dell’indagine, in ciò ricordando Austin Freeman.”

Tutto considerato, però, l’opera di Crofts è da valutare fra le più mature prodotte intorno agli anni Venti. Oltre al giallo d’esordio, I tre segugi, merita particolare apprezzamento anche Il volo delle 12.30 da Croydon, in cui si applica la tecnica dell’inverted tale, muovendo dalla figura dell’assassino per poi arrivare ai due capitoli conclusivi dedicati all’esplicazione di French. A me, personalmente, è piaciuto anche Paura a Chalfont, un vero classico nella migliore tradizione anglosassone, in cui l’indagine è svolta con molto rigore e il procedere di French, seppure lento, appare sempre accattivante.

 

 

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