Quando si dice Roma, la mente va all’immensità dell’Impero e alla sacralità di questa città eterna, legata ad alcuni nomi illustri: Cesare, Nerone, Adriano e Marco Aurelio. Di imperatori, consoli, generali e figure che hanno segnato la storia ce ne sono tanti altri ma non vengono alla mente, a meno che non se ne parli tra studiosi.
La storia che ci racconta Forte parla semplicemente di Marco. Quando il piccolo erede Severo nasce, l’Impero Romano è già grande e il suo imperatore è Adriano, il grande. La sua infanzia trascorre negli studi classici, con i suoi mentori greci e latini e sostenuto dalla mamma, Domizia Lucilla. Marco si innamora della filosofia, della giustizia, della bontà e del bel parlare. Decide ben presto che sarebbe diventato un filosofo e avrebbe indossato il pallium, segno di conoscenza ed erudizione. Purtroppo gli dèi non lo assecondano, anzi, ciò che riservano al suo destino è esattamente l’opposto.
Da bambino, tredici anni, viene promesso sposo a una donna che non amerà mai, ma che rispetterà fino alla morte e che gli darà dodici figli. Non appena sposato, assume il cognome di suo padre – Vero – che sarà ciò che lo contraddistinguerà per sempre tra gli imperatori romani.
Marco Vero diventa Imperatore – Augusto – insieme al suo fratellastro Lucio Vero, in una sorta di patto tra fratelli e di accettazione. In un periodo storico in cui l’Impero Romano deve contrastare l’ascesa dei popoli sottomessi, conquistare nuovi territori e gestire tutti i tesori di Roma, Roma si ritrova ad accettare di avere due Augusti sul trono. Lucio è capace, sa combattere, sa comandare e sa come si va in guerra ad affrontare i nemici, barbari, che minacciano l’impero; Marco sa come improntare strategie, quali parole giuste usare con i popoli, quali “offerte” regalare a chi si mostra reticente affinché stia dalla parte dei romani, come tenere in alto l’onore di Roma a Roma.
Nonostante Marco, da piccolo, sia riuscito a conquistare in un gioco la statua del Dio Marte, sembra che gli dèi lo bistrattino e, ogni anno della sua esistenza, sarà una messa alla prova per lui. Non solo deve gestire un Impero così grande, complesso e tenace, deve anche gestire l’arrivo dei Cristiani che mettono in dubbio il culto degli dèi greci/romani e il culto della dea egizia Iside, a favore di un solo Dio, chiamato Messia, e per il quale sono anche disposti a morire, pur di non rinunciare alla fede e alla sua parola. Deve gestire una malattia strana che arriva dai territori conquistati, che provoca tanti morti e si diffonde a macchia d’olio. Neanche il suo più fido medico – Galeno – sa come porvi fine, né come prevenirla. Infine, deve gestire la sua famiglia. I figli maschi continuano a morire senza un motivo e la prospettiva di avere un erede diventa sempre più flebile. Ne sopravviverà soltanto uno, Commodo, la controfigura di suo padre. Un ragazzino dall’animo cattivo, dedito solo ai giochi, alle razzie, ai combattimenti e ai divertimenti. Marco, fino al suo ultimo giorno di vita, cercherà di insegnare la bontà a quel figlio che non sente come suo.
È la storia di un imperatore che avrebbe fatto il filosofo se gli dèi non avessero voluto proprio lui sul seggio più alto di Roma. E, come da legislazione, lui a Roma dà tutto e nel romanzo la sua figura è sempre presente, viva e divisa tra le sue meditazioni filosofiche con i mentori e le tattiche di guerra con i suoi generali, a comando delle legioni in tutto l’Impero.
Se collochiamo Marco Vero nel II secolo d.C., la storia potrebbe essere scritta anche oggi, con personaggi attuali. La conquista dei territori ai danni dei popoli locali per ottenere le merci, i tesori e imporre il proprio dominio; gli amori contrastati che durano per tutta la vita senza poter essere consumati; i tradimenti sentimentali e i figli illegittimi; i tradimenti politici per avere un ruolo o un riconoscimento; le malattie che arrivano da terre lontane, per le quali non si ha una cura; la religione, di uno o un altro credo, che vuole prendere il posto delle altre… sono passati duemila anni, ma la società è sempre la stessa. Chissà, magari un giorno tornerà un Marco Vero a gestire una grande città in pace, con filosofia e bontà, perché lui questo era, un imperatore e un uomo vero.
E Roma? Anche Roma è ancora lì, eterna, con i suoi monumenti a ricordarci uomini importanti, che hanno fatto la storia dei cittadini. E Marco? Marco Aurelio, oggi, guarda Roma da piazza del Campidoglio, con la sua figura imponente di Imperatore, con la barba del filosofo, dall’alto del suo cavallo e, benedice? Forse saluta? Forse sta solo ammirando la vastità del suo Impero? Il suo sguardo è fiero e vero, e lo sarà per sempre, come la sua città.


