In Una strana bambola, Paola Zaccheroni ci conduce nei margini più oscuri e dimenticati di Bologna, lontano dai portici e dalle torri, per raccontare un noir atipico, vivace, inaspettatamente emotivo. L’avvio è di quelli che lasciano il segno: una prostituta, trovata impiccata nel proprio appartamento alla periferia della città, introduce un caso di apparente routine ma che si rivelerà carico di tensioni sepolte e risonanze del passato.
Il titolo del romanzo non si riferisce a un giocattolo inquietante, ma al corpo della vittima – definita dal medico legale una “strana bambola” – appesa come un fantoccio, in una scena che sin da subito chiarisce che il tono dell’opera oscilla tra il macabro e l’ironico. È un equilibrio difficile, ma che la Zaccheroni gestisce con disinvoltura.
L’indagine è affidata a due poliziotti dai caratteri opposti: Michele Venturi, idealista, rigido, ma umano fino al midollo, e Carmine Amadìo, disilluso, pigro, impiegato modello dell’indifferenza istituzionale. Il loro duello verbale, spesso caustico e divertente, porta avanti la trama investigativa ma, soprattutto, permette al romanzo di scavare nel cuore dei personaggi, compresi quelli secondari, senza mai perdere ritmo.
Lo stile dell’autrice è semplice, immediato, ricco di dialoghi serrati, con un linguaggio che strizza l’occhio alla commedia e al quotidiano. La prosa non cerca virtuosismi, ma è funzionale alla storia e alla sua ambientazione. In certi passaggi, il tono ricorda vagamente la leggerezza disincantata e popolare di Camilleri, soprattutto nel saper tratteggiare con pochi tratti personaggi memorabili, che sembrano usciti da una strada vera, da un quartiere reale.
Ma dietro all’umorismo e alla leggerezza apparente, si cela un’intensa malinconia. I personaggi che popolano le Case Rosse – prostitute, pensionati, portinai, immigrati, e fantasmi del passato – sono vinti della storia e della società, figure marginali che raramente occupano le prime pagine, ma che qui trovano dignità e voce. Il romanzo esplora la fragilità, l’abbandono, la solitudine. È un’indagine che cerca un colpevole, ma soprattutto cerca di restituire senso e giustizia a una vita dimenticata.
L’autrice costruisce un piccolo teatro umano in cui ogni figura ha un passato da riscattare, un presente da sopportare e una verità, spesso scomoda, da affrontare. E lo fa con ritmo, ironia e un rispetto sottile per la complessità del dolore. Non c’è voyeurismo né compiacimento nel raccontare il corpo della donna assassinata, solo la volontà di rimettere al centro dell’attenzione le vite di chi, altrimenti, verrebbe archiviato troppo in fretta.
Pur con uno stile accessibile e una costruzione narrativa lineare, Una strana bambola non è un semplice passatempo da scaffale di genere: è un romanzo che riesce a combinare il giallo e il sociale, il sarcasmo e la pietà, la denuncia e la compassione. Un noir bolognese che non punta sul sensazionalismo, ma sull’umanità ferita.
La Zaccheroni firma così un’opera coinvolgente e consapevole, che si legge d’un fiato, ma lascia sedimentare riflessioni profonde.

