Sandro Veronesi è un maestro nel rievocare la vita e i sentimenti in modo vivido e personale, e con Settembre nero torna a un’ambientazione anni ’70, un periodo carico di eventi storici e memorie personali. Il romanzo è narrato in prima persona dal protagonista Gigio, che riflette sulla sua adolescenza durante l’estate cruciale del 1972. Se la scrittura e i dettagli sono di altissimo livello, il ritmo narrativo e la struttura della trama lasciano però spazio a perplessità.
La storia si apre con una serie di episodi quotidiani che tratteggiano la vita di Gigio, un ragazzo immerso nei ritmi e nei conflitti di una piccola comunità. La narrazione anticipa costantemente un colpo di scena destinato a sconvolgere la sua vita, ma questo evento viene rimandato fino all’ultimo terzo del libro. Questo tipo di costruzione narrativa può risultare frustrante, specialmente perché, fino a quel punto, il romanzo sembra più interessato a dipingere un quadro nostalgico che a sviluppare una trama dinamica. Non che manchino momenti interessanti: gli episodi sportivi, i riferimenti musicali, le allusioni ai drammi politici e alla cronaca del 1972 sono pertinenti e permettono anche di apprendere una serie di curiosità, ma finiscono per distogliere l’attenzione dalla storia principale.
Veronesi è straordinario nel suo uso della prima persona. La voce di Gigio è autentica, ricca di sfumature emotive e capace di trasportare il lettore in una dimensione intima e personale. La scrittura è piena di dettagli sensoriali: si sentono i profumi dell’estate, si vedono le strade del luogo di villeggiatura d’infanzia, si percepiscono le tensioni familiari che serpeggiano tra i personaggi. Questo rende la lettura un’esperienza immersiva, ma non riesce a mascherare la debolezza strutturale della trama.
Uno dei punti forti del romanzo è il modo in cui Veronesi usa i dettagli culturali e storici per arricchire l’atmosfera. L’eco del duello a scacchi tra Fischer e Spasskij, il ricordo della tragedia delle Olimpiadi di Monaco, i brani musicali che scorrono come una colonna sonora: tutto contribuisce a dipingere un quadro affascinante. Tuttavia, il romanzo sembra eccessivamente dipendente da questi riferimenti, al punto da risultare un po’ autoreferenziale. Non è difficile immaginare che un lettore meno appassionato di storia sportiva o musicale possa sentirsi escluso o poco coinvolto.
E poi c’è il finale. Dopo tanta attesa, la rivelazione non riesce a soddisfare pienamente le aspettative. Non perché non sia significativa, ma perché sembra quasi un’aggiunta tardiva a una narrazione che fino a quel momento ha preferito girare attorno ai temi della nostalgia e del senso di perdita. È come se Veronesi ci avesse invitato a una festa dove la sorpresa finale arriva solo quando gli ospiti stanno per andare via.
Non solo, per un tipico effetto noto nel marketing, il tentativo spasmodico di creare l’hype, e la durata eccessiva dell’attesa, rischiano di creare un’aspettativa talmente alta da rendere inevitabile la delusione. Un vero peccato, perché i personaggi di Astel – la ragazzina per cui Gigio perde la testa – e della madre irlandese del protagonista sono di quelli che fanno breccia nel cuore del lettore.
In definitiva, Settembre nero è un romanzo che mescola elementi di grande forza con altri meno riusciti. Se amate la prosa raffinata di Veronesi e vi affascina l’idea di perdervi in un affresco nostalgico degli anni ’70, troverete sicuramente dei momenti da apprezzare. Se amate i romanzi di formazione, apprezzerete di certo. Ma se cercate una trama avvincente e una narrazione più equilibrata, potreste restare delusi.
Un romanzo che si legge con piacere, ma che lascia una sensazione di incompiutezza.


