Sangue marcio
Pietro e Massimo sono due bambini privilegiati. La loro è una famiglia facoltosa e hanno tutto quello che si può desiderare: una villa con piscina, un campo da tennis privato, i primi videogiochi. Un’infanzia felice, sospesa in un sogno borghese. Finché, un giorno d’autunno del 1976, il mondo crolla. La polizia irrompe in casa e il padre viene arrestato. I giornali, pochi giorni dopo, lo ribattezzeranno “il mostro delle Cinque Terre”. Quasi trent’anni più tardi, i due fratelli non potrebbero essere più diversi. Pietro è cresciuto in un istituto a Torino ed è diventato un cronista di nera. Massimo, affidato a uno zio, è un commissario di polizia. A unirli di nuovo è una scia di delitti, firmati da un serial killer spietato. Il tempo li ha cambiati. Massimo, un ragazzino impulsivo che metteva tutti in riga con il suo motto «Vatti a nascondere in Tibet» oggi è un uomo svuotato, con troppe ombre e troppi Martini in corpo. Pietro ha un carattere introverso, incapace di lasciarsi accostare dagli altri. Ma il passato non si dimentica. E così, mentre il killer continua a colpire, i due fratelli si riavvicinano, tanto da ritrovarsi ad affrontare una resa dei conti, indietro fino al giorno in cui è crollato il mondo. “Sangue marcio” è un romanzo magnetico che scava nella psicologia dei personaggi, costringendo il lettore a confrontarsi con il lato oscuro dell’essere umano. È l’esordio di Antonio Manzini, pubblicato vent’anni fa che torna finalmente in libreria.
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Sangue marcio è il romanzo che segnò l’esordio dell’attore e sceneggiatore romano Antonio Manzini. Uscito per Fazi editore nel 2005, viene ripubblicato a distanza di vent’anni dalla Piemme dando la possibilità ai lettori di recuperare questo prezioso volume che si avvale della prefazione dello stesso autore.

Manzini si affacciò nel panorama letterario italiano senza pretese e con la grande umiltà che lo ha sempre contraddistinto. Questo testo sarà solo l’inizio della sua brillante carriera letteraria che l’ha visto raggiungere il successo grazie al suo personaggio di punta, il vicequestore Rocco Schiavone e apprezzabili romanzi che passano dalla narrativa contemporanea come Orfani Bianchi (una storia che porterò per sempre nel mio cuore) al genere noir.

Sangue marcio è un thriller psicologico che vede protagonisti Pietro e Massimo cresciuti in una famiglia borghese. Il padre è il titolare di una fabbrica, ben voluto dagli operai e che nasconde un inquietante mistero, la madre è una donna schiava di medicinali che la fanno dormire tutto il mattino per svegliarsi il pomeriggio e andare in giro per i negozi, effettuare spese e vedere le sue amiche.

Vissuti in uno stato di benessere incondizionato, i due bambini si possono permettere tutto: dalla villa con piscina alla scoperta dei primi videogiochi con l’Atari e un campo da tennis dove si possono allenare grazie a un istruttore a loro dedicato. Sembra procedere tutto per il meglio fino al fatidico autunno del 1976 dove in casa Sini irrompe la polizia e arresta il padre dei ragazzi. La stampa lo definirà “il mostro delle cinque terre”.

Come mai hanno ribattezzato così l’uomo? La denominazione del mostro delle cinque terre apparteneva alla statua del Gigante Nettuno, simbolo della città di Monterosso a Mare, situata sulla scogliera di Fegina.

Sarà la fine di tutto per la famiglia Sini e per i ragazzi, l’inizio di una nuova vita che sta per cominciare, come li ritroveremo trent’anni dopo?

Pietro, dopo essere cresciuto in un istituto di Torino si è affermato diventando un giornalista di cronaca nera, Massimo è stato affidato allo zio Roberto ed è ora un commissario di Polizia che sta seguendo le indagini di un pericoloso serial killer.

Ma chi sono Pietro e Massimo? O meglio chi sono diventati?

Pietro è un tipo solitario proprio come la sua città in cui si è stabilito. L’ Aquila si presenta come un capoluogo riservato e silenzioso, una delle città più fredde d’Italia con la neve dell’imponente Gran Sasso che attraverso il suo vento gelido entra nelle ossa.

La chiamata del suo caporedattore lo fa correre verso Fontanefredde dove si è consumato un efferato delitto ad opera del serial killer che prende di mira solo donne bionde, lo stesso colore di capelli di sua madre.

Ad occuparsi del caso è suo fratello maggiore Massimo, proprio quel ragazzino che metteva in riga tutti compreso lui e ora è un uomo tormentato, dedito all’alcool, sposato con Gloria che ha dato alla luce due figlie e che vive un matrimonio in bilico.

Quel che fa ricongiungere i due fratelli è proprio un’interminabile scia di sangue che sta seminando il panico nel capoluogo abruzzese. Entrambi sembrano seguire le tracce del mostro, uno da commissario di polizia e l’altro da giornalista di nera che non vede l’ora del trionfo del suo eroe come definisce Pietro suo fratello Massimo.

Ma quale elemento accomuna i due fratelli Pietro e Massimo in questa storia cruda, violenta e oscura scritta da Antonio Manzini? La totale mancanza di empatia nei confronti del prossimo e l’incapacità di relazionarsi con gli altri. Entrambi si portano dietro l’enorme peso di un passato inquietante, ma che ancor di più oserei dire incisivo e decisivo nel percorso di crescita dei due ragazzi diventati ormai adulti.

Pietro e Massimo sono uniti dalla loro stessa solitudine e dalle proprie ferite che non si rimargineranno mai e saranno vittime di un male che trova dimora nella loro stessa vita e che non fa sconti.

Sangue marcio racconta una storia nerissima, i toni sono forti, una scrittura potente e chirurgica potrebbe anche mandare knock out il lettore attraverso scene disturbanti e al tempo stesso spiazzanti che mettono in evidenza le perversità dell’uomo che non si ferma davanti a nulla.

Un romanzo spietato e cattivo che arriva come un Martini Ice ghiacciato nello stomaco, ma che affronta una realtà cruda e destabilizzante.

La tecnica narrativa dei flashback servirà a rompere l’equilibrio di un ritmo serrato e particolarmente coinvolgente che condurrà il lettore fino all’inevitabile resa dei conti.

L’ottimo Gaber nel suo album e brano del 2001 La mia generazione ha perso, faceva una critica spiacevole e pungente sulla condizione umana della società in cui viviamo priva di punti di riferimento in un’epoca che va incontro a un repentino e costante cambiamento; Manzini con questo romanzo segue la sua  stessa scia focalizzandosi sui malesseri di una società allo sbando e alla deriva che relega l’uomo a una totale sensazione di vuoto e disorientamento, completamente privo di ideali da diventare una creatura animalesca guidata solo da puro istinto e con la totale mancanza di pensiero.

L’autore romano ci invita a una profonda riflessione sulla condizione umana e anche sui tempi che stiamo vivendo, mi sembra che questo romanzo sia stato scritto appena ieri e non vent’anni fa, ma da allora non è cambiato assolutamente nulla e a mio avviso sembra non esserci limite al peggio.

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