Recensione a cura di Antonio Falleti
Quattro volte me è un romanzo sorprendentemente moderno, quasi disturbante nella lucidità con cui Maria Lazar descrive la fragilità dell’identità.
La domanda che attraversa tutto il libro potrebbe essere formulata così: quanto di ciò che chiamiamo “io” appartiene veramente a noi?
La protagonista sembra incapace di desiderare senza appropriarsi del desiderio altrui. Ama Grete e diventa Grete. Osserva Anette e assume la sua sensualità. Frequenta Ulla e ne riproduce perfino la scrittura. Le altre donne non sono semplicemente personaggi: diventano possibilità alternative della protagonista.
Per questo il titolo Quattro volte me è molto più inquietante di quanto sembri.
Grete, Ulla, Anette e la narratrice non sono soltanto quattro donne. Sono quattro modi diversi di essere donna dentro una società dominata dalle convenzioni, dagli uomini, dal denaro e dallo sguardo degli altri.
Ma esiste in realtà una quinta figura: l’Estranea. Ed è forse lei il personaggio più importante del romanzo.
L’Estranea può essere letta psicologicamente come il rimosso, il lato della protagonista che non vuole riconoscere. Ma può essere anche interpretata in maniera ancora più radicale: è lo sguardo che rimane quando tutte le identità costruite vengono eliminate.
Lo specchio, quindi, non serve a riconoscersi. Serve a scoprire che non ci riconosciamo. È questa una delle intuizioni più potenti del libro.
Anche lo stile contribuisce all’inquietudine. La narrazione procede per associazioni, ricordi improvvisi, flashback, anticipazioni, immagini sensoriali e bruschi cambi temporali. Il passato viene continuamente invaso dal presente. Un ricordo d’infanzia può improvvisamente trasformarsi nella confessione di qualcosa che accadrà molti anni più tardi.
Ne nasce una scrittura febbrile, quasi cinematografica, dove il pensiero sembra muoversi più velocemente della narratrice stessa.
Il risultato è un libro che può inizialmente disorientare. Non è una lettura costruita sulla trama tradizionale. Chi cerca una successione lineare di avvenimenti può percepirla come frammentaria. Ma quella frammentazione è precisamente il cuore dell’opera: la forma del romanzo riproduce una mente che non riesce più a distinguere nettamente se stessa dagli altri.
Particolarmente riuscito è anche il rapporto tra corpo e identità. Lazar descrive sangue, gravidanza, desiderio, fame, malattia, sessualità e maternità senza trasformarli in semplici elementi narrativi. Il corpo diventa il luogo nel quale l’identità viene continuamente messa in discussione.
E poi ci sono gli specchi. Ritornano ossessivamente. Ogni volta sembra che debbano finalmente dire alla protagonista chi è. Ogni volta le restituiscono invece qualcuno che non riconosce.
Fino alla conclusione. Ed è proprio il finale a dare senso all’intero romanzo: dopo avere cercato per tutta la vita di separarsi dall’Estranea, la protagonista arriva davanti allo specchio e comprende finalmente che non esiste separazione possibile.
L’Estranea sono io.
Non è una liberazione completa. È qualcosa di più amaro: un riconoscimento.
Ed è probabilmente questa la grande forza di Quattro volte me. Maria Lazar non ci consegna una protagonista che alla fine “trova se stessa”. Fa qualcosa di molto più moderno e crudele: mostra una donna che comprende che il proprio io non è mai stato compatto, puro o indipendente.
Siamo fatti anche delle persone che abbiamo desiderato, di quelle che abbiamo invidiato, di quelle che abbiamo imitato e di quelle che abbiamo perduto.
E forse diventare adulti significa proprio smettere di domandarsi quale di queste persone sia quella autentica.
Perché, alla fine, lo specchio restituisce una sola figura: estranea, familiare, pallida, risoluta. Noi stessi.
Valutazione
★★★★½ – Un romanzo psicologico intenso, inquieto e sorprendentemente contemporaneo. Non sempre facile e volutamente frammentario, ma capace di trasformare una crisi d’identità individuale in una riflessione feroce sul desiderio, sulla femminilità e sul bisogno di costruirsi attraverso lo sguardo degli altri.
Riferimento bibliografico
Maria Lazar, Quattro volte me, a cura di Albert C. Eibl, traduzione di Laura Ragone, Adelphi, Milano, 2026.


