Quattro volte me
Quattro volte me è soprattutto un romanzo sull’impossibilità di essere una persona sola. La protagonista, una donna di cui non conosciamo il nome, tenta di raccontare la propria vita attraverso una sorta di confessione privata. Fin dall’infanzia, però, scopre di possedere una sensibilità inquietante: davanti agli altri non si limita a osservarli, ma sembra assorbirli, appropriandosi dei loro gesti, delle loro emozioni, perfino della loro identità. Il primo episodio decisivo avviene quando ha dodici anni. Non riesce a salutare con un bacio la domestica Horky perché si vergogna davanti allo zio Max. Poco dopo, sul treno, viene travolta da una sensazione quasi fisica di essere diventata quella donna: ne sente il corpo, la fatica, la gravidanza, la vita estranea. È la prima frattura dell’io. Da quel momento la protagonista comincia a non sapere più con certezza dove finisca se stessa e dove inizino gli altri. Al centro della sua giovinezza ci sono tre compagne di scuola: Grete, Ulla e Anette. Grete è bella, luminosa, privilegiata, apparentemente perfetta. La protagonista la ama, la invidia e progressivamente ne assimila atteggiamenti, voce e sorriso. Anette rappresenta invece la sensualità, il desiderio, l’esibizione del corpo e una forma più spregiudicata di femminilità. La narratrice comincia a imitarne persino i movimenti e, durante la scoperta della propria sessualità, sente le proprie mani trasformarsi simbolicamente nelle “dita di Anette”. Ulla è intelligente, dura, povera, razionale. Anche lei entra nella protagonista: la narratrice ne imita addirittura la grafia così perfettamente che l’insegnante confonde i loro compiti. Le quattro donne finiscono così per essere legate da una relazione ambigua fatta di amicizia, rivalità, attrazione, imitazione, gelosia e dipendenza. Accanto a Grete, Ulla e Anette compare però una presenza ancora più inquietante: l’Estranea. La protagonista la vede negli specchi, nelle finestre, nelle vetrine, nelle superfici riflettenti. È un’altra se stessa, ma insieme è qualcosa di estraneo, oscuro, incontrollabile. Ogni volta che la protagonista assume l’identità o i desideri delle altre donne, l’Estranea sembra osservarla. Lo specchio diventa così uno dei simboli fondamentali del romanzo: non restituisce un’identità stabile ma ne denuncia la dissoluzione. Anche l’amore diventa contaminazione. Nella vita adulta la protagonista teme di sottrarre agli altri persino i sentimenti: arriva a pensare di “rubare” la vita di Grete appropriandosi dei suoi baci e del suo uomo. È terrorizzata dall’idea che ciò che desidera non appartenga realmente a lei, ma sia qualcosa che ha assorbito da qualcun altro. La scrittura nasce allora come tentativo disperato di difendersi dalla dissoluzione. La protagonista vuole fissare sulla pagina un “io” finalmente riconoscibile. La matita dovrebbe diventare un’arma contro Grete, Ulla, Anette e soprattutto contro l’Estranea. Ma il progetto fallisce. Scrivendo di sé, la protagonista scopre che non esiste un io puro da recuperare: la sua personalità è fatta proprio di tutte le persone che ha amato, invidiato, imitato e desiderato. Nel finale questa consapevolezza diventa definitiva. Dopo la morte di Grete e il ritorno dello zio Max, la protagonista comprende che gli altri non si sono presi cura di lei, ma soprattutto che lei stessa non si è mai presa cura di sé. Potrebbe ricominciare in centinaia di modi diversi: partire, lavorare altrove, seguire Anette, chiedere aiuto a Ulla, costruirsi un’altra esistenza. Ma ogni possibilità la conduce alla stessa figura. Negli specchi e nelle vetrine vede finalmente l’Estranea. E riconosce che quell’Estranea è lei stessa.
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Antonino67
Firma della Redazione
Antonino67
Mi chiamo Antonino Falleti, 58 anni. Sono iscritto al DAMS, dove approfondisco lo storia del cinema e della scrittura .

Recensione a cura di Antonio Falleti

Quattro volte me è un romanzo sorprendentemente moderno, quasi disturbante nella lucidità con cui Maria Lazar descrive la fragilità dell’identità.

La domanda che attraversa tutto il libro potrebbe essere formulata così: quanto di ciò che chiamiamo “io” appartiene veramente a noi?

La protagonista sembra incapace di desiderare senza appropriarsi del desiderio altrui. Ama Grete e diventa Grete. Osserva Anette e assume la sua sensualità. Frequenta Ulla e ne riproduce perfino la scrittura. Le altre donne non sono semplicemente personaggi: diventano possibilità alternative della protagonista.

Per questo il titolo Quattro volte me è molto più inquietante di quanto sembri.

Grete, Ulla, Anette e la narratrice non sono soltanto quattro donne. Sono quattro modi diversi di essere donna dentro una società dominata dalle convenzioni, dagli uomini, dal denaro e dallo sguardo degli altri.

Ma esiste in realtà una quinta figura: l’Estranea. Ed è forse lei il personaggio più importante del romanzo.

L’Estranea può essere letta psicologicamente come il rimosso, il lato della protagonista che non vuole riconoscere. Ma può essere anche interpretata in maniera ancora più radicale: è lo sguardo che rimane quando tutte le identità costruite vengono eliminate.

Lo specchio, quindi, non serve a riconoscersi. Serve a scoprire che non ci riconosciamo. È questa una delle intuizioni più potenti del libro.

Anche lo stile contribuisce all’inquietudine. La narrazione procede per associazioni, ricordi improvvisi, flashback, anticipazioni, immagini sensoriali e bruschi cambi temporali. Il passato viene continuamente invaso dal presente. Un ricordo d’infanzia può improvvisamente trasformarsi nella confessione di qualcosa che accadrà molti anni più tardi.

Ne nasce una scrittura febbrile, quasi cinematografica, dove il pensiero sembra muoversi più velocemente della narratrice stessa.

Il risultato è un libro che può inizialmente disorientare. Non è una lettura costruita sulla trama tradizionale. Chi cerca una successione lineare di avvenimenti può percepirla come frammentaria. Ma quella frammentazione è precisamente il cuore dell’opera: la forma del romanzo riproduce una mente che non riesce più a distinguere nettamente se stessa dagli altri.

Particolarmente riuscito è anche il rapporto tra corpo e identità. Lazar descrive sangue, gravidanza, desiderio, fame, malattia, sessualità e maternità senza trasformarli in semplici elementi narrativi. Il corpo diventa il luogo nel quale l’identità viene continuamente messa in discussione.

E poi ci sono gli specchi. Ritornano ossessivamente. Ogni volta sembra che debbano finalmente dire alla protagonista chi è. Ogni volta le restituiscono invece qualcuno che non riconosce.

Fino alla conclusione. Ed è proprio il finale a dare senso all’intero romanzo: dopo avere cercato per tutta la vita di separarsi dall’Estranea, la protagonista arriva davanti allo specchio e comprende finalmente che non esiste separazione possibile.

L’Estranea sono io.

Non è una liberazione completa. È qualcosa di più amaro: un riconoscimento.

Ed è probabilmente questa la grande forza di Quattro volte me. Maria Lazar non ci consegna una protagonista che alla fine “trova se stessa”. Fa qualcosa di molto più moderno e crudele: mostra una donna che comprende che il proprio io non è mai stato compatto, puro o indipendente.

Siamo fatti anche delle persone che abbiamo desiderato, di quelle che abbiamo invidiato, di quelle che abbiamo imitato e di quelle che abbiamo perduto.

E forse diventare adulti significa proprio smettere di domandarsi quale di queste persone sia quella autentica.

Perché, alla fine, lo specchio restituisce una sola figura: estranea, familiare, pallida, risoluta. Noi stessi.

Valutazione

★★★★½  –  Un romanzo psicologico intenso, inquieto e sorprendentemente contemporaneo. Non sempre facile e volutamente frammentario, ma capace di trasformare una crisi d’identità individuale in una riflessione feroce sul desiderio, sulla femminilità e sul bisogno di costruirsi attraverso lo sguardo degli altri.

Riferimento bibliografico

Maria Lazar, Quattro volte me, a cura di Albert C. Eibl, traduzione di Laura Ragone, Adelphi, Milano, 2026.

 

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