Gli apocrifi sherlockolmiani (o meglio watsoniani, poichè le avventure di Sherlock Holmes vengono narrate in prima persona dal suo amico dottore John Watson) hanno preso così piede, per l’ ampio successo riscosso tra i lettori, da essere diventati un vero e proprio sottogenere della letteratura gialla. E dire che il creatore di Holmes, lo scrittore scozzese Arthur Conan Doyle, considerava le storie del detective di Backer Street una sua produzione minore. È del resto abbastanza misterioso perché proprio Sherlock Holmes, che non è stato, tra i detective letterari, né il primo né quello coinvolto nelle indagini più avvincenti, sia diventato una leggenda senza eguali nella narrativa poliziesca. Il suo caso somiglia, mutatis mutandis, a quello della Gioconda leonardesca, universalmente considerato il dipinto per antonomasia anche se esistono molte opere di pittori altrettanto notevoli, se non di più.
Ma bisogna comunque prendere atto che, come i visitatori si affollano al museo del Louvre quel per andare a vedere La Gioconda, qualunque persona, anche se legge pochissimi libri, e tantomeno gialli, considera Holmes il più grande investigatore della storia. Non solo quella letteraria, ma anche quella reale, se è vero che Holmes continua a ricevere posta al suo indirizzo immaginario come se fosse un individuo in carne e ossa, ma evidentemente longevo come gli antichi personaggi biblici, essendo nato nella seconda metà dell’800. Il genere degli apocrifi watsoniani sta contribuendo a consolidare il mito di Sherlock Holmes con tutto un fiorire di iniziative letterarie, anche in Italia, dove Il Giallo Mondadori ha creato addirittura una collana specifica con costanti uscite mensili. L’editore Tabula Fati, molto attivo nella letteratura di genere, ha lanciato di recente la collana “La Torre Nera”, il cui primo volume è proprio un’antologia di quattro apocrifi watsoniani, a cui si aggiunge la traduzione di uno dei più celebri racconti di Doyle con protagonista il suo famosissimo detective.
La diffusione del sottogenere non deve ingannare: proprio perché molti si cimentano negli apocrifi di Sherlock Holmes è divenuto sempre più difficile produrre storie interessanti. Il rischio, insomma, è cadere nel cliché o, cercando originalità, nella stravaganza, visto che ormai Holmes è stato inserito nei contesti più svariati, persino in quello fantasy o fantascientifico.
Gli autori di “Quattro misteri per Sherlock Holmes, Andrea La Rovere, Angelo Marenzana, Anna Maria Pierdomenico, Nicola Lombardi – in ordine di successione dei loro lavori nel libro – hanno spaziato, classicamente, nei temi più diffusi nel filone degli apocrifi, fornendo prove convincenti per aver saputo coniugare il rispetto del modello, anche per l’attenzione ai dettagli storici, con il rigore e la particolarità dell’enigma poliziesco proposto. Non per far torto a Doyle ma, soprattutto per noi lettori più moderni che veniamo da un secolo e mezzo di letteratura gialla, le sue storie non di distinguono per le trame particolarmente complicate e sorprendenti.
Non possiamo e soprattutto non vogliamo dire di più, ma il racconto di La Rovere, “L’avventura di Old Strinker”, declina con mano felice il tema dell’avvenvura investigativa (in apparenza?) soprannaturale, di cui è sempre difficile tirare coerentemente le fila; il racconto di Marenzana “Un’avventura nel regno delle Iron Family”, è una contaminazione, non nuova ma sempre eccitante, tra giallo e fantastico, nella fattispecie lo streampunk, che ci restituisce un Holmes uguale a sé stesso ma rinnovato; il racconto di Anna Maria Pierdomenico, “L’avventura di Devil’s Cherries” è un intricato intrigo famigliare, con ambientazione in un suggestivo collegio, in cui Holmes per arrivare alla soluzione deve dar fondo alle sue doti di psicologo; il racconto di Nicola Lombardi, Sherlock Holmes e la compagna di Moxon, è un meccanismo a orologeria con sorpresa finale, dominato da una inquietante figura di donna robot.

