Non avevo letto il primo capitolo della serie con Angela Di Cori (Nessun perdono), e la prima cosa che ho apprezzato di Mia è proprio questa: il romanzo funziona perfettamente anche come lettura autonoma. Non ci sono vuoti narrativi né la sensazione di trovarsi davanti a personaggi di cui mancano pezzi fondamentali. Le autrici gestiscono bene il contesto della Crime Academy e del gruppo investigativo, offrendo al lettore tutte le coordinate necessarie senza appesantire la narrazione con spiegazioni retrospettive.
Il caso da cui prende avvio la storia, ovvero la scomparsa di una donna e della figlia di tre anni, apre subito uno scenario inquietante. L’indagine si sviluppa lungo una Roma cupa e vulnerabile, lontana dalla cartolina turistica, e si muove dentro territori eticamente complessi, dove le categorie di giusto e sbagliato diventano progressivamente meno nette.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è il modo in cui viene trattato il tema della maternità. Flumeri e Giacometti evitano accuratamente qualsiasi deriva sentimentale o idealizzata: la maternità qui non è un’immagine romantica, ma un’esperienza concreta, fatta di paura, protezione, istinto e scelte difficili. È una maternità che esce dagli stereotipi narrativi e diventa materia viva della trama.
Il libro affronta inoltre un tema molto attuale e raramente discusso: una forma sotterranea di violenza di genere che riguarda alcune madri, spesso straniere, alle quali viene sottratta la possibilità di decidere
per le proprie figlie. È un terreno delicato, che le autrici esplorano con attenzione, mostrando come le dinamiche di potere e controllo possano insinuarsi anche nei contesti istituzionali e familiari.
Ancora più rischioso è il secondo grande tema del romanzo: la pedofilia. Quando la direzione della storia diventa chiara, il timore di trovarsi davanti a una trattazione superficiale o sensazionalistica è inevitabile. Invece la narrazione procede con lucidità e misura, evitando semplificazioni e frasi fatte. È un equilibrio difficile, ma il romanzo riesce a mantenerlo senza perdere tensione narrativa.
Tra i personaggi, quello che mi ha colpito di più è Franco. Il suo percorso è costruito attorno a un bisogno di riscatto molto umano: la volontà di mettersi in gioco, di fare la cosa giusta, di trasformare il proprio passato in qualcosa che possa avere un valore diverso. Non è un personaggio eroico nel senso classico, ma proprio per questo risulta credibile.
Dal punto di vista della struttura, Mia è un noir psicologico che punta più sull’analisi delle motivazioni e delle zone grigie dei personaggi che sul semplice meccanismo del colpo di scena. L’indagine procede per stratificazioni, portando alla luce dinamiche familiari, fragilità mentali e rapporti di potere che rendono il quadro progressivamente più complesso.
In definitiva, Mia è un romanzo che affronta temi estremamente delicati senza trasformarli in strumenti di facile shock narrativo. È una storia tesa e contemporanea, che interroga il lettore su quanto sia sottile il confine tra protezione e possesso e su quanto, a volte, la giustizia sia costretta a muoversi dentro territori dove non c’è una separazione netta tra bene e male.


