In libreria per Fazi Editore, nella collana Darkside, «Lutto di miele» (titolo originale Deuils de miel, Éditions Pocket 2008), tradotto dal francese da Daniela De Lorenzo. È il terzo capitolo della saga che ha reso Franck Thilliez uno dei nomi più solidi del thriller francese contemporaneo, quello della coppia investigativa Franck Sharko e Lucie Hennebelle, e arriva a distanza di anni dal capostipite “La stanza dei morti”, di cui è diretta continuazione.
L’incipit è un’immagine che si fa fatica a scrollarsi di dosso: il cadavere di una donna, nuda, rasata, ritrovato in un confessionale. Nessuna ferita visibile, eppure gli organi sembrano essere collassati dall’interno. Sul cranio, sette farfalle sfinge testa di morto, disposte con cura quasi liturgica. Da qui parte un’indagine che porterà Sharko nei tunnel sotterranei di Parigi, tra simbologie criptiche lasciate volutamente dall’assassino e un gioco del gatto col topo che si fa via via più personale.
Il vero terreno di scavo è però psicologico. Thilliez sceglie di riprendere in mano il suo commissario in un momento di macerie private, un lutto che lo ha svuotato, insonnia, dipendenza dai farmaci, e lo spinge fino al limite della tenuta mentale. Non è un caso che il titolo giochi proprio su questa ambiguità: il lutto non è solo quello scoperto sulla scena del crimine, ma quello che Sharko si porta addosso. La scelta espone il romanzo a un rischio narrativo evidente, ma l’autore la controlla con mestiere, rendendo il confine tra ciò che il protagonista vede davvero e ciò che la sua mente ferita gli restituisce il motore della suspense.
Thilliez usa uno stile sincopato, capitoli brevi, tagliati con l’accetta, alternanza serrata di punti di vista: è la sua grammatica tipica, pensata per un consumo quasi compulsivo. L’autore lavora molto sul disgusto fisico, un uso dell’entomologia (insetti, larve, simbolismo naturalistico legato alla morte) come firma ricorrente nella sua produzione, costruendo immagini che restano scomode. Chi cerca un procedurale rassicurante resterà spiazzato: qui l’obiettivo dichiarato è disturbare, non consolare.
L’intreccio tiene fede alla reputazione dell’autore: false piste ben calibrate, un antagonista costruito con pazienza (quasi un “co-protagonista” nell’economia del romanzo), un finale che non concede nulla fino alle ultime pagine. La caratterizzazione di Sharko, per chi segue la serie, segna un salto di maturità rispetto agli esordi: meno eroe, più uomo in bilico.
In sintesi: un thriller nervoso, disturbante nel senso più tecnico del termine, che funziona perché non ha paura di far soffrire davvero il proprio eroe.

