Romanzo d’esordio per Ruth Ware con tanto di lodi da parte di autori come Dorn e Straub. Ebbene il mio molto meno autorevole parere è che questo libro sia un flop sotto tanti punti di vista. Se dovessi considerarlo un thriller psicologico direi che non ci siamo proprio e che un’amnesia da shock traumatico sia veramente poca roba per immaginare una crisi di identità della portata descritta nella storia. Nel romanzo si fa un riferimento a “Dieci piccoli indiani” della Christie ma, anche volendo vedere la cosa sotto questo punto di vista, i protagonisti dovrebbero essere perlomeno tutti sospetti in un omicidio e così non è. Da un punto di vista investigativo, le indagini e le loro conclusioni sono imbarazzanti. Per terminare la storia compare un personaggio alla fine che ha l’effetto del coniglio che esce dal cilindro. Tecnicamente è apprezzabile lo stile dell’Autrice ma è veramente troppo poco per sopperire ad una trama poco convincente. Persino la motivazione che innesca la storia è troppo fine a se stessa. Se ricevessi un’invito per partecipare ad un addia al nubilato (o meglio celibato nel mio caso altrmenti i motivi per partecipare ci sarebbero eccome) da parte di una persona che non vedo e sento da dieci anni, potrei anche chiedermi perché partecipare e alla fine credo che me ne starei a casa, piuttosto che chiedermi ossessivamente perché dovrei partecipare. Ci fosse stato un background sostanziale alle spalle, la cosa avrebbe anche avuto un altro taglio. Cosa mi rimane di questo romanzo? Poco. Molto poco. Direi persino troppo poco per consigliarlo.