Recensione a cura di Lidia Del Gaudio
Un romanzo corale sull’amore, un’unica storia che si propaga attraverso i secoli, che inizia come affresco a più voci e si rivela, nel finale, una rete di anime
Un’equazione di Dirac in apertura e un verso della Commedia in chiusura. Tra le due citazioni, quasi duecento pagine in cui Chiara Tortorelli costruisce un romanzo che pone fin dal titolo una questione di fondo: l’amore porta alla felicità, e se sì quale amore, ma poi nella sostanza fa qualcosa di più radicale di quanto la sinossi lasci intendere.
Le tre storie d’amore raccontate non si limitano a correre in parallelo per affinità tematica, ma, nella seconda metà del libro, diventano la stessa storia, la stessa “vibrazione”, parola che il romanzo stesso utilizza, ripetuta come un leitmotiv, che attraversa epoche diverse e abita corpi diversi.
Nel presente, a Roma, Barbara, sessantasei anni, tre matrimoni alle spalle, vive con Luke un legame che resta sulla soglia dell’amicizia platonica, mentre osserva la nipote sedicenne Ingrid affannarsi in un amore, con Marco, che non le restituisce mai la felicità che si aspetta.
Nei primi del ‘900, in un paese di provincia, Donna Maria ,”Maria la dolce”, cresce la figlia Mena tra le dicerie del paese, e Mena stessa vive con Ginetta un amore che il prete locale, Don Teodoro, è chiamato a esorcizzare come opera del demonio.
In un passato più remoto, dichiarato esplicitamente come la seconda metà del 1200, Pia, figlia di un ricco mercante di Perugia, prigioniera di un’educazione che le impone il ricamo e il silenzio, ama Filippo e sogna di liberarsi dal giogo di una vita per lei già scritta.
Fin qui, la struttura sembra quella di tre racconti paralleli legati da un tema. Ma dal momento in cui Ingrid scopre un piano disabitato della villa di famiglia e vi incontra Mena come presenza fuori dal tempo, il romanzo introduce un quarto livello che cambia la natura di tutto il resto: Helena, donna di un’epoca intermedia, diventa il canale attraverso cui Pia si manifesta, posseduta non da un demonio, come crede inizialmente lo stesso Don Teodoro chiamato di nuovo a intervenire, ma dalla voce di un’altra donna vissuta secoli prima.
Le quattro storyline non corrono quindi più separate: si toccano, si parlano, si influenzano a vicenda, in un meccanismo che il romanzo lega esplicitamente, nella nota finale dell’autrice, all’entanglement quantistico e a Dante: l’amore diventa forza che continua ad agire a prescindere dalla distanza, qui letteralizzata come distanza nel tempo oltre che nello spazio.
Il punto più elegante di questa svolta è che produce conseguenze narrative concrete, non resta un semplice artificio simbolico. Nello stesso capitolo in cui Pia, lontano nel tempo, raggiunge una sorta di estasi mistica suonando la ghironda e fondendosi con uno stormo di uccelli, Donna Maria sente all’improvviso il bisogno di ricamare, gesto che le scioglie il cuore e la spinge a fare pace con Mena, accettando finalmente Ginetta in casa.
È la prova che il romanzo offre di sé stesso: l’energia liberata da un’anima in un’epoca si propaga e sblocca un nodo irrisolto in un’altra. La lettera che Pia scrive alla madre prima di andarsene, rivendicando un amore che non è “stordimento” ma “una precisa esatta vibrazione… uno stato del cuore”, funziona come manifesto dell’intero libro, e trova eco diretta nelle parole con cui Ingrid, nel capitolo finale, spiega alla nonna cosa ha capito: che l’amore “è un cammino che non porta da nessuna parte, ma che se accetti di perderti poi cambia tutto”.
Mena resta, in questo disegno, la voce più riuscita sul piano drammatico: il suo confronto con Don Teodoro, in cui smonta pezzo per pezzo la logica dell’esorcismo, costringendolo ad ammettere il proprio timore del dolore più che del demonio, è probabilmente il momento più alto del libro proprio perché anticipa, in chiave concreta e politica, la tesi mistica che il romanzo dispiegherà solo più avanti.
Lo stile resta personale: frasi brevi che cadono come pietre, aperture liriche improvvise, dialoghi serrati alternati a pagine di pura introspezione. Godibile nelle voci di Barbara e Mena, entrambe dotate di un’ironia o di un’intensità ben temperate; più enunciativo nella sezione finale di Pia ed Helena, dove la materia si fa più visionaria.
In conclusione
L’amore impossibile non è solo il romanzo corale che la sinossi promette, ma qualcosa di più audace: un tentativo di mostrare, attraverso la trama, anziché soltanto attraverso il tema, che l’amore non è un’esperienza isolata di ogni singola vita ma un’unica vibrazione che si trasmette tra le epoche e le persone. La transizione dal romanzo realistico al romanzo visionario arriva fino in fondo senza tirarsi indietro, ed è proprio questo coraggio strutturale, più che la trama di superficie, a renderlo memorabile.
Chiara Tortorelli, “L’amore impossibile”, Homo Scrivens, novembre 2025.

