«Il blues è la musica degli sconfitti» ci spiega Fosco Bandiera, che perdente si è sempre sentito, tranne quando impugna la sua Stratocaster e diventa un trascinatore. Ma i sogni, si sa, muoiono sul cuscino come le lacrime degli innamorati, e la vita chiama, forte e stentorea: la vita vera, quella fatta di luce albina, che ben poco conserva dei clamori e delle illusioni della notte.
Recitava Ovidio, secoli fa: “Compreresti oro al buio?”.
Eppure la magia dell’inganno fa parte delle gioie della vita. Fino a quando non si è costretti a crescere. Ma crescere significa smettere di essere ciò che siamo, e per un artista – e artista non è chi vende, o necessariamente, raggiunge il cosiddetto “successo” – essere adulti significa tradire se stessi.
Fosco Bandiera ha un alleato speciale, amico-nemico, che lui chiama Lo Sciamano: è il trip, l’effetto devastante ma anche liberatorio della sua droga preferita, che “pratica” da anni e con la quale ha stabilito un rapporto di genuina complicità.
Mr. Brownstone lo chiamavano i Guns ‘n’ Roses.
«Posso tenere a bada la bestia» confida ai suoi sodali, che gli perdonano tutto, perfino quando sparisce, risucchiato nell’ennesima storiaccia tossica che questa volta però ha dei risvolti macabri: Fosco, infatti, si infila nel letto sbagliato, quello di Petra, la donna di un boss serbo decretandone l’atroce morte.
La vendetta sarà atroce, e il senso di colpa spingerà Fosco a sparire nel nulla, come capita a decine di persone ogni giorno che piantano la loro vita e si danno alla macchia.
Accolto in una specie di “comunità” alpina, tagliata fuori dal mondo, farà la conoscenza di un gruppo di persone che simpaticamente dimenticano il proprio nome, il proprio passato, preferendo appellarsi l’un l’altra con i numeri della Smorfia napoletana: c’è ‘O chianto, il pianto, una donna dal dolore soppresso, ma vistoso; ‘o Guaglione, un ragazzo adottato che però non è felice di essere stato “salvato” dalla sua vera vita; c’è ‘a Mamma, nonna-chiocchia che accudisce tutti.
C’è Fosco, 67 con riferimento alla chitarra.
Persone in fuga che non chiedono, non domandano: ascoltano e basta. Sarà qui che Fosco cercherà di ricostruire i cocci della sua vita. Improvvisare, proprio come succede nel migliore, e più ispirato blues.
Con una prosa pacata, alternata a melodie sublimi, e versi poetici che la chitarra inchioda, Fulvio di Sigismondo ci porta di peso nel mondo della musica, del perdersi e del non volersi ritrovare, della sconfitta che alla lunga sembra più accattivante del più bello dei successi, da tutti inseguito.

