Recensione a cura di Giampaolo Pierno
L’opera ha fatto parte dei sei finalisti del premio Strega 2024 vinto da Donatella Di Pietrantonio con “L’età fragile” e vincitrice sempre nel 2024 dello Strega Giovani.
Prima di addentrarmi nell’analisi del romanzo di Voltolini che mi vede coinvolto come semplice lettore e, certo non critico letterario, mi rivolgo a coloro che non lo conoscono. ( tralascio il fatto che abbia scritto testi di canzoni). E’ docente presso la Holden Academy. Invernale è tra le sue opere migliori e ne sintetizza l’estrema sensibilità che definirei psicanalitica nel delineare i meandri dell’anima dei suoi personaggi che nelle sue mani e nello scritto prendono vita. “Voltolini, magistero letterario, strazio, furia composta, bellezza, disperazione e pudore. Le ultime pagine si leggono con le lacrime agli occhi”. Questa è la definizione che estrapolo dal giudizio di Antonio Muratori. Tralascio, per dovere di sintesi, altre qualità che implementerebbero la mia recensione, per rivolgermi ai lettori che si avvicineranno a quest’opera augurando loro di provare, senza ombra di smentita, la stessa intensità che ho provato io e un positivo ritorno di emozioni. Mi permetto ora, fuori onda, un giudizio del tutto personale scevro da altre velleità professionali di cui sono del tutto carente. Invernale per me avrebbe meritato lo Strega, senza nulla togliere al pieno merito dell’Età Fragile ed al giudizio sovrano dei giurati. Invernale ha rimosso e aperto una finestra sulla mia anima e mi ha preso alle spalle” mentre ti guarda in faccia” come si legge nella critica di Sandro Veronesi. Dirò solo due parole che sono impresse nel mio cuore: “E tu neppure c’eri”. Le ritroveremo alla fine del romanzo e le riporterò per il significato che assumono e che, alla fine della lettura comprenderete. Terribili e implacabili.
La storia si può riassumere in poche parole. Una storia che, nelle prime pagine potrebbe apparire banale, deludente nella sua normalità. Un padre macellaio, mestiere che esercita con passione e perfezione dalla mattina alla sera. Un banco al mercato in cui seziona carne e ossa, penetrando nelle viscere. Cesella fibre e muscoli per venderli a coloro che comprano senza sapere come si svolge questo lavoro di duro sacrificio, limitandosi a gustarne il frutto. “Lui si immerge nella voragine biologica tirandone fuori bistecche. Questa è la sua attività, la sua consuetudine dalla mattina all’alba alla chiusura della sera.”Si inoltra nella carne morta e ne esce, porgendola ai vivi, perché la vita non si esaurisca nel taglio, nella macellazione, nel sezionamento, ma prosegua dilungandosi negli stomaci. Ma, perché c’è un ma, che apre le porte e dà sviluppo a questo imperdibile romanzo. Un giorno qualcosa va storto nella banalità ripetitiva e sapiente del mestiere. Un coltello, di quelli che Gino maneggia con esperienza e abilità, lo tradisce e deviando il colpo gli mozza quasi un pollice. La cura è immediata. Il pollice è salvo con sapiente ricucitura. Perché questa storia divenga banalità, basterebbe chiuderla qui ed il romanzo perderebbe il suo spirito, il suo stesso senso e diverrebbe delusione. Sarei il primo a sconsigliarlo, nascondendo il volto per averlo fatto. Questa invece è l’inizio di una discesa nella carne, questa volta in quella di Gino. Quella lama che tagliava carni morte contiene batteri che lentamente, come sgraditi ospiti, penetrano il corpo di quell’uomo incolpevole, contaminandolo. L’infezione dilaga come una macchia indelebile, come un lago che straripa inarrestabile e che affoga la sua esistenza. Vorrei dilungarmi, un limite che mal sopporto, ma non lo faccio, ricordando che la mia ha pretesa di essere soltanto una recensione. Dirò solo che la storia prosegue in dolorosi e angoscianti protocolli sanitari, cure palliative e rimedi che alimentano la speranza di una guarigione.
L’Italia non basta, si va in Francia dove istituti specializzati nella ricerca hanno approntato cure all’avanguardia. Una serie di andate e ritorni, viaggi su e giù tra i due Paesi. Lo strazio dei mezzi di trasporto che lentamente si adattano alla malattia che progredisce. Aereo, auto, ambulanze. Entra in ballo il rapporto tra quel padre in lento declino e il figlio ventenne, finora estraneo a quel mestiere. Il figlio che studia ed è avulso da quella quotidianità. Un padre nella melanconia del congedo. Questo rapporto, che nasce quasi improvviso e inaspettato, coinvolgerà il giovane ed i lettori che scorreranno queste pagine, trascinandoli nell’intimità della storia, ”Parla di noi tutti, invincibili, invulnerabili e che invece il destino assale a 40 anni, quando ci si sente ancora giovani e forti” secondo le parole di Sandro Veronesi.
Qui concludo per non lasciarmi prendere ancora una volta dal romanzo da cui è facile venire avviluppati e tralascerò i meandri in cui si ramifica la malattia. Invernale è stato proposto da Sandro Veronesi per il premio Strega affinchè ne ricevesse il giusto coronamento. Il mio piccolo contributo, aldilà dei riconoscimenti, resta quella di consigliarne la lettura senza tema di smentita.

