Recensione a cura di Dario Brunetti
Fabrizio Carcano, autore e curatore per Mursia editore della collana Giungla Gialla torna con il suo nuovo romanzo dal titolo Il volto della medusa. Quest’opera nasce come lo spin-off del testo precedente Il fiore della vendetta scritto in collaborazione con l’autore Giorgio Maimone e ambientato nell’estate del 1993 a Milano e nel 2023 tra Rapallo e Milano.
Ci sono storie che non si limitano ad essere lette o ascoltate, ma si sentono nella pelle e sono state vissute in prima persona diventando parte della vita. È un po’ quel che accade al protagonista di questa storia, il giornalista Federico Malerba. Era ancora un ragazzo di vent’anni e si accingeva a intraprendere le sue prime esperienze da giornalista. Era il 1993 e a Milano ci fu la strage di via Palestro, un attentato mafioso di Cosa Nostra che provocò il crollo del PAC (Padiglione di Arte Contemporanea) e dei danni nei pressi della Galleria d’Arte Moderna uccidendo cinque persone di cui tre vigili del fuoco, un poliziotto e un cittadino marocchino.
Siamo nel 2023 e Federico ha cinquant’anni ed è un affermato giornalista di cronaca nera e non vede l’ora di godersi le sue meritate vacanze, quando viene chiamato dalla redazione per seguire un caso di suicidio avvenuto a Rapallo. Si tratta di Ferruccio De Lelli, un medico milanese precipitato con la sua Renault da una scogliera. Per Federico è un’indagine personale perché l’uomo è un suo ex compagno di liceo. Affiorano ricordi di una vita e soprattutto silenzi di un passato tornato all’improvviso.
Durante le operazioni che porteranno a recuperare l’autovettura, il reparto sommozzatori dei Vigili del fuoco faranno un’incredibile scoperta. È stata individuata nel fondale un altro veicolo con all’interno del bagagliaio uno scheletro privo di testa imbragato da catene da sub.
Nell’estate del 1993 Antonia, una ragazza che frequentava quel liceo dove ne hanno fatto parte rispettivamente Federico e Ferruccio, è scomparsa nel nulla. A chi appartiene intanto quel cadavere trovato nel fondale?
Misteri del presente e del passato si intrecciano in un giallo che poggia su due piani temporali e che fanno emergere dei segreti inquietanti.
Una narrazione ben strutturata e calibrata dal buon Carcano favorisce una trama investigativa di particolare rilievo che si snoda tra lo scoop giornalistico e la verità interiore. Federico Malerba è chiamato a intraprendere un percorso di introspezione tra la vita pubblica che riguarda il mestiere di giornalista, tra ambizioni lavorative che vanno a contraddistinguere la sua carriera a livello professionale e una sfera privata, ripercorrendo il suo passato dove dei ricordi lo porteranno a cercare di superare ostacoli emotivi più che destabilizzanti.
Il cold case per il quale dovrà indagare, porterà il nostro protagonista una verità agghiacciante e inaspettata e dove c’è un assordante silenzio che regna incessante lasciando un vuoto incolmabile.
Torniamo a quel luglio del 1993, dove la radio trasmetteva il suo tormentone dell’estate che molti adolescenti suonavano, cantavano e ballavano; Hanno ucciso l’uomo ragno degli 883 rappresenta il passaggio dal sogno adolescenziale che volge al termine a una realtà cruda che col passare del tempo diventerà sempre più cinica.
Federico Malerba e Fabrizio Carcano in fondo si assomigliano, sono dei ragazzi che hanno sognato ad occhi aperti come la generazione di quell’epoca, poi all’improvviso si son dovuti svegliare e guardare in faccia la realtà affrontando gli ostacoli e le insidie della vita senza mai arrendersi.
Essere giornalista di cronaca nera non vuol dire solo recarsi sul luogo del delitto o raccontare eventi tragici o andare all’estenuante ricerca dello scoop, significa affrontare le emozioni umane, implica la costante relazione con il dolore altrui accettando mille contesti. È una sfida anche con sé stessi che spesso può comportare molti sacrifici.
Buona lettura!

