Recensione a cura di Lorenza Giraud
Niccolò Ammaniti torna alla sua vena più inquieta e visionaria con Il custode, un romanzo breve ma densissimo che intreccia con sorprendente naturalezza mitologia greca e provincia italiana. È in questa contaminazione tra archetipi antichi e realtà marginale che risiede la forza del libro: una storia sospesa tra grottesco e tragedia, favola nera e romanzo di formazione.
La “cosa nel bagno” non è un mistero da decifrare né una creatura indefinita: è Medusa in persona, la Gorgone della mitologia greca, con la chioma di serpenti e lo sguardo capace di pietrificare. Ammaniti la strappa al marmo del mito e la rinserra, pulsante, in un bagno di periferia, nascosta dietro una porta che separa appena il sacro dal ridicolo, l’orrore dall’abitudine.
Medusa è custodita dai Vasciaveo da tempo immemore, un compito che la famiglia si tramanda di generazione in generazione e a cui nessuno si è mai sottratto. Il timore che avvolge il suo mistero è talmente profondo da garantire un equilibrio stabile con la criminalità locale, che non osa interferire nella prosperità assicurata dalla produzione del marmo ottenuto dalla pietrificazione delle sue vittime.
Con una scrittura asciutta, visiva, quasi cinematografica, Ammaniti fonde mito e quotidianità in un unico impasto narrativo, nel quale il fantastico si insinua nel reale fino a contaminarlo. Si avvertono l’odore del mare d’inverno, la noia del paesino e l’inquietudine di quella porta chiusa dietro cui abita l’innominabile. Se ne colgono quasi il respiro e il fruscio dei serpenti che si muovono nell’ombra.
Ed è proprio lì, rintanata dietro quella porta, che Medusa, più che un mostro mitologico, incarna la metafora di quell’insieme di consuetudini e doveri tramandati che, pur nati per garantire continuità e appartenenza, si trasformano in gabbie da cui è difficile emanciparsi.
Questa tensione attraversa soprattutto Nilo, adolescente inquieto e tenero, sospeso tra il senso di appartenenza alla propria famiglia e il desiderio di sottrarsi a un destino deciso molto prima della sua nascita.
L’amore, il desiderio e la scoperta di sé non rappresentano soltanto un passaggio verso l’età adulta, ma aprono per la prima volta la possibilità di immaginare una vita diversa, lontana dalla traiettoria che i Vasciaveo si tramandano.
In sole 176 pagine, che scorrono rapidissime, Il custode intreccia temi diversi, dalla famiglia alla criminalità, dal desiderio adolescenziale alle nuove forme di esposizione del corpo, senza mai perdere compattezza né allontanarsi dal conflitto che attraversa l’intera vicenda: quello tra appartenenza e libertà. Ammaniti non offre risposte univoche, ma lascia zone d’ombra che il lettore è chiamato ad abitare e interpretare. Il finale, sorprendente e lucidissimo, conferma questa scelta senza dissolvere l’ambiguità che alimenta il fascino dell’intera storia.

