Il banchiere nero e la bambina scomparsa
Liguria, valle Argentina, a pochi chilometri da Sanremo. Tra il 1968 e il 1969 questo incantevole angolo di entroterra diventa lo scenario di un crimine efferato che ha come vittima Maria Teresa Rebaudo, una ragazzina di soli tredici anni, rapita dalla casa degli zii in piena notte a Badalucco. Della piccola, da quel maledetto 16 dicembre del 1968, si perdono le tracce fino a quando non viene ritrovata morta, dopo otto mesi di prigionia, nel sotterraneo di una casa isolata, a pochi chilometri da Triora, antico borgo divenuto famoso nel tempo per il processo alle streghe. Dopo più di cinquant’anni, il ritrovamento del cadavere di Osvaldo Russo, originario di Milano, genera una strana inquietudine tra i pochi abitanti di Realdo, frazione di Triora. Le circostanze farebbero pensare ad un suicidio, ma c’è chi non ne è del tutto convinto, al di là della versione ufficiale fornita dalle forze dell’ordine. Costui, già amico del Russo, è Raoul Sforza, meglio conosciuto come il “banchiere nero”, uomo da sempre al centro di scandali e processi, con un passato legato al mondo della destra eversiva. Freddo e calcolatore, cinico e spietato, Sforza si calerà nelle atmosfere suggestive della valle, conducendo un’indagine personale dai risvolti imprevedibili e devastanti.
Quando il noir incontra il male più umano
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Alessandra Rinaldi
Ciao a tutti, sono Alessandra. Adoro leggere, fin da bambina sono cresciuta con i libri in mano. Ho dei generi preferiti, come tutti, ma mi piace spaziare. Mi sono cimentata nella scrittura, ma ho trovato la mia dimensione nell’editing, nella correzione di bozze e nella valutazione dei testi. Mi piace entrare in contatto con gli autori, cercare di immedesimarmi nei loro pensieri, per collaborare e provare a migliorare i testi. Grazie a GialloeCucina ho la possibilità di trasferire su carta, attraverso le recensioni, le emozioni che un romanzo mi regala. GialloeCucina mi permette di scoprire nuovi autori, di leggere le interviste esclusive e di assistere alle dirette, oltre che informarmi attraverso le varie rubriche. E, dettaglio da non trascurare, ho la possibilità di migliorare la mia scarsissima esperienza in cucina. Cosa c’è di meglio che mangiare un buon pezzo di torta, sorseggiando un calice di vino mentre si legge un buon libro?

Ci sono romanzi che intrattengono e altri che riescono a lasciare addosso un’inquietudine difficile da scrollarsi via. Il banchiere nero e la bambina scomparsa di Ippolito Edmondo Ferrario appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Un noir cupo, feroce e profondamente umano che prende spunto da una vicenda reale — quella della piccola Maria Teresa Novara, rapita e uccisa alla fine degli anni Sessanta — trasformandola in una storia capace di mescolare cronaca, memoria e atmosfere quasi gotiche.

L’autore ambienta il romanzo nella suggestiva Valle Argentina, tra Triora, Realdo e i piccoli borghi dell’entroterra ligure. E proprio l’ambientazione diventa uno degli elementi più riusciti del libro. Triora, il celebre “paese delle streghe”, non è un semplice sfondo, ma una presenza costante: le superstizioni, i silenzi, le ombre delle montagne e il peso delle antiche credenze avvolgono il lettore in un’atmosfera densa e inquietante. Ferrario riesce a rendere questi luoghi vivi, concreti e allo stesso tempo sospesi, quasi fuori dal tempo. È una Liguria lontana dalle cartoline, dura e misteriosa, che contribuisce a dare forza alla narrazione.

Al centro del romanzo si muove Raoul Sforza, il “banchiere nero”, personaggio già noto ai lettori della saga dell’autore. Ed è proprio lui il vero punto di forza della storia. Sforza è tutto ciò che normalmente dovrebbe allontanare il lettore: cinico, spietato, compromesso con ambienti oscuri, uomo abituato a muoversi in una zona grigia dove morale e legalità non coincidono mai davvero. Eppure Ferrario riesce nell’impresa più difficile: renderlo profondamente umano.

Seguendo le tracce del delitto della bambina, in Sforza emergono emozioni inattese. La rabbia, il disgusto e perfino una forma di dolore sincero prendono lentamente il sopravvento. Di fronte a un crimine tanto infame, il protagonista sembra scoprire un limite invalicabile persino per uno come lui. È qui che il romanzo trova la sua dimensione più interessante: nella riflessione sul confine tra giustizia e vendetta. Ferrario non cerca di rendere Sforza un eroe positivo e non prova ad assolverlo; gli costruisce invece attorno un personale codice d’onore che rende il personaggio ambiguo, disturbante e incredibilmente affascinante.

Il romanzo funziona anche perché riesce a mantenere costante la tensione emotiva. Pur partendo da un cold case ispirato a fatti realmente accaduti, la storia non si limita alla semplice ricostruzione investigativa. C’è un senso di malessere continuo, quasi una sensazione di contaminazione morale, che accompagna il lettore fino alle ultime pagine. Il male raccontato da Ferrario non è mai spettacolarizzato: è sporco, concreto, umano. Ed è forse proprio questo a renderlo così disturbante.

Molto efficace anche la scrittura, asciutta ma evocativa, capace di alternare momenti brutali a passaggi quasi contemplativi legati ai paesaggi della valle. Il ritmo resta sempre alto senza sacrificare l’atmosfera, e il risultato è un noir che riesce a essere insieme indagine, viaggio nei territori dell’orrore e riflessione sull’oscurità nascosta nelle persone.

Il banchiere nero e la bambina scomparsa è un romanzo che colpisce nel profondo perché non parla soltanto di un delitto, ma della traccia che il male lascia nelle vite e nei luoghi. Un noir intenso, cupo e magnetico, capace di trascinare il lettore in una spirale di rabbia, inquietudine e amarezza difficile da dimenticare.

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