Recensione a cura di Lorenza Giraud
C’è un elemento di immaginazione nell’ultimo romanzo di Andrea Vitali che consente all’autore di mettere a fuoco, con leggerezza e ironia, una criticità profondamente contemporanea: l’incapacità di essere empatici e di rivolgere un’autentica attenzione all’altro.
Velarus, nome scelto senza un motivo da una madre troppo indaffarata per interrogarsi sul senso delle cose, fin dalla nascita è percepito come un ingombro, e affidato a figure di passaggio. La sua crescita quindi avviene per delega e distrazione, tra mani estranee e attenzioni casuali, rappresentando qualcosa da sistemare piuttosto che un’esistenza da accogliere.
In un lento scolorire, il bambino si assottiglia progressivamente nella percezione altrui fino a diventare invisibile, in una forma estrema di sottrazione a un mondo che non sa né vedere né attendere. Il paradosso si compie quando questa condizione, invece di suscitare interrogativi, viene interpretata dai genitori come un’opportunità, come se anche l’assenza potesse essere messa a profitto.
Vitali costruisce così una fiaba amara, in cui l’assurdo si intreccia con una satira affilata della società contemporanea. I genitori di Velarus incarnano l’iperbole di un modello culturale che celebra esclusivamente efficienza e successo, relegando gli affetti a “progetti” da incasellare nelle fitte agende di adulti incapaci di fermarsi.
Questa dinamica si configura come metafora di una tendenza sociale più ampia, che privilegia gli obiettivi individuali e marginalizza ciò che non si allinea al ritmo dominante. Chi rallenta, inciampa o devia finisce così per dissolversi, escluso da uno sguardo collettivo sempre più selettivo e distratto. È la stessa logica che preferisce intervenire sulle crepe in superficie piuttosto che interrogarsi sulle fondamenta, inseguendo soluzioni immediate invece di soffermarsi sulle cause.
Il romanzo, costruito come un lungo monologo, alterna con naturalezza registri iperbolici e momenti di sottile malinconia, in un equilibrio che trasforma il sorriso in una reazione spesso accompagnata da un’immediata sfumatura di amarezza.
A lettura conclusa, resta un’inquieta consapevolezza: quella di appartenere a una società presbite, incapace di mettere a fuoco ciò che le è più vicino. Ci si scopre allora a interrogarsi se sia davvero preferibile restare visibili ma non visti, oppure sottrarsi a questo sguardo distratto, scegliendo, come Velarus, una forma di trasparente marginalità.


