Come lucciole nelle sere d’estate
In Come lucciole nelle sere d’estate l’autore, profondo conoscitore del Sol Levante, ci trasporta in un mondo reale e fantastico, dolce e crudele al tempo stesso, per di più velato di una malinconica poesia; un universo multicolore dove tutte le storie sono connesse – seppure a diverso livello – al Giappone e alla sua cultura. Nella prima parte troviamo racconti che hanno come protagonisti impiegati con il mal di testa cronico o bizzarri cuochi in cui però si ravvisa la quotidianità dell’Italia settentrionale, e in particolare del Piemonte, anche se spesso è trasfigurata per il penetrare del sovrannaturale, rappresentato ad esempio da una gatta bianca con tre paia di ali sulla schiena. La seconda parte presenta invece delle storie ambientate in varie epoche del Giappone dove compaiono figure leggendarie e storiche: antiche regine, maghe, spadaccine e famosi scrittori in crisi creativa.
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Non conoscevo prima Massimo Soumaré, di conseguenza credo di avere le carte in regola per fornire un giudizio spassionato su questa antologia di racconti davvero fuori ordinanza.

Soumaré è un “meticcio” italo-giapponese – o, se più piace  giappoitalico- conosciuto e apprezzato come  traduttore  della contemporanea letteratura fantastica giapponese. Parallelamente, s’è messo in proprio come autore  di storie in cui esprime, in un mix accattivante, la sua doppia discendenza e la passione per la narrativa di fantasia.

Il libro è diviso in due parti.

Nella prima, che mi è particolarmente piaciuta, Italia e Giappone si contaminano in trame in cui elementi fantastici di derivazione nipponica si innestano in un contesto nostrano/ occidentale, o viceversa. Memorabile l’avventura nel Sol Levante di un vampiro pluricentenario che deve confrontarsi con una creatura orrorifica giapponese.

Nella seconda parte, l’ambientazione dei racconti, tra il fantasy e il favolistico, è tutta giapponese, e le morali  che li caratterizzano sono spiazzanti e profonde come sa essere la cultura dell’antica, intramontabile  Cipango.

Non c’è niente da fare: il mondo giapponese, radicalmente diverso dal nostro, ci appare incomprensibilmente migliore.

In un panorama editoriale che soffre di omologazione, la voce di Soumaré è un’indubbia oasi di originalità, e verrebbe da dire di unicità, che avvince il lettore costringendolo ad andare avanti con mezzi e formule nuove, di cui non sospettava l’esistenza.

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