Non conoscevo prima Massimo Soumaré, di conseguenza credo di avere le carte in regola per fornire un giudizio spassionato su questa antologia di racconti davvero fuori ordinanza.
Soumaré è un “meticcio” italo-giapponese – o, se più piace giappoitalico- conosciuto e apprezzato come traduttore della contemporanea letteratura fantastica giapponese. Parallelamente, s’è messo in proprio come autore di storie in cui esprime, in un mix accattivante, la sua doppia discendenza e la passione per la narrativa di fantasia.
Il libro è diviso in due parti.
Nella prima, che mi è particolarmente piaciuta, Italia e Giappone si contaminano in trame in cui elementi fantastici di derivazione nipponica si innestano in un contesto nostrano/ occidentale, o viceversa. Memorabile l’avventura nel Sol Levante di un vampiro pluricentenario che deve confrontarsi con una creatura orrorifica giapponese.
Nella seconda parte, l’ambientazione dei racconti, tra il fantasy e il favolistico, è tutta giapponese, e le morali che li caratterizzano sono spiazzanti e profonde come sa essere la cultura dell’antica, intramontabile Cipango.
Non c’è niente da fare: il mondo giapponese, radicalmente diverso dal nostro, ci appare incomprensibilmente migliore.
In un panorama editoriale che soffre di omologazione, la voce di Soumaré è un’indubbia oasi di originalità, e verrebbe da dire di unicità, che avvince il lettore costringendolo ad andare avanti con mezzi e formule nuove, di cui non sospettava l’esistenza.

