Recensione a cura di Dario Brunetti
Zeno Rotondi sigla il suo esordio letterario con il romanzo Bestiario privato. Uscito nel 2024 per la collana i Gialli Damster, il volume è risultato vincitore della quinta edizione di Giallo Festival nella sezione romanzi inediti.
Protagonista di questo giallo è il capo della sezione omicidi della Squadra Mobile di Roma, Nico Alpi, alle prese con un efferato delitto: nel quartiere San Lorenzo viene rinvenuto il cadavere di Elisa Pagani, professoressa di liceo artistico. Il corpo della donna, avvolto da un accappatoio bianco, presenta numerose ferite da arma da taglio. I primi indizi del terribile omicidio portano al marito, Alberto Morra, noto come “il pittore di bambine”.
Intanto, Nico Alpi rivive costantemente il suo tormentato passato attraverso delle allucinazioni che lo conducono al suicidio della figlia Aurora.
Il romanzo si sviluppa su un doppio binario: da un lato, fa rivivere le atmosfere torbide e rarefatte di un’indagine che mescola l’arte alla psicologia; dall’altro, sviscera la condizione di un trauma interminabile, capace di recidere le forze del protagonista.
Due percorsi che non corrono in modo parallelo, ma che trovano una spaventosa convergenza in cui finiscono inevitabilmente per scontrarsi. In Bestiario Privato, la collisione di queste due realtà rivela al protagonista una verità dolorosa e incessante che impatta in modo negativo sulla stessa inchiesta. Nico Alpi non potrà mai sconfiggere il suo mostro interiore, che vede palesarsi attraverso allucinazioni di bestie inferocite che diventeranno il suo Bestiario Privato.
Queste creature impazzite troveranno il proprio habitat naturale nella mente del vicequestore. Non si tratta di semplici visioni, ma la rappresentazione plastica e visiva del suo senso di colpa incarnato nel fantasma di sua Aurora, un’ombra disposta a non dargli tregua.
Zeno Rotondi ci conduce in una Roma notturna e indecifrabile, avvolta dalle inquietanti ombre del quartiere San Lorenzo, dove i vicoli oscuri si trasformano in quei labirinti psicologici che intrappolano il protagonista, privandolo di una realtà vivida che sembra sfumare a ogni istante.
In Bestiario privato, l’introspezione psicologica prende il sopravvento sulla logica deduttiva: se nel giallo classico l’indagine si muove con un meccanismo ad orologeria, in questo romanzo ogni elemento viene filtrato attraverso il trauma interiore del protagonista. Nico Alpi cercherà la verità non avvalendosi di indizi materiali, ma attraverso uno scontro frontale con un dolore permeabile e impattante, che affoga nel suo stesso senso di colpa.
Rotondi evita il solito cliché narrativo al quale gli amanti del giallo sono abituati, proiettandoci in una dimensione onirica e visiva in cui niente sarà come realmente sembra.
Nel panorama del noir italiano, mi è capitato pochissime volte di trovarmi davanti un testo così originale, capace di sovvertire gli schemi del genere, allo scrittore cavese va riconosciuto questo grande merito, ma al tempo stesso il coraggio di rischiare offrendo un’opera sperimentale molto ambiziosa e di rara, suggestiva bellezza.
La lettura di questo testo mi ha ricordato una canzone di Giorgio Gaber dal titolo I mostri che abbiamo dentro (tratta dall’album del 2003 Io non mi sento italiano). Il brano del cantautore milanese esplora le battaglie interiori dell’essere umano, analizzandone la parte più oscura e inconscia.


