Oggi Parliamo Con...

Scarlett Phoenix

Abbiamo il piacere di avere con noi a GialloeCucina Claudia Zani, nome di battaglia Scarlett Phoenix, ed è quanto mai appropriato parlare di battaglia perché la nostra interlocutrice è la fresca vincitrice del ‘Premio Altieri’, il più importante riconoscimento per la letteratura di Spy-Action in Italia. Il suo esordio nella cosiddetta ‘Italian Legion’ si intitola ‘RED Reaper. Il gioco del diavolo’ ed è stato pubblicato nella prestigiosa collana ‘Segretissimo’ di Mondadori. Cerchiamo subito di conoscere meglio la protagonista della nostra intervista.

GeC: Claudia quando e come nasce il tuo alter-ego Scarlett Phoenix e a cosa è dovuta la scelta di un genere letterario, lo spionaggio d’azione, generalmente ad appannaggio degli uomini?

SP: Il placido fluire degli eventi non mi è mai interessato, ho sempre seguito l’attualità e in prima persona ho sperimentato come la vita sia un susseguirsi di situazioni che fanno parte di un enorme incastro frutto di fatalità e calcolo. Scarlett fa parte, a pieno titolo, di questo tipo di incastro. È ciò che potrei essere o, forse, ciò che sono stata in un’altra vita. 

Lo scrittore colombiano Gabriel García Márquez ebbe a dire che tutti gli esseri umani hanno tre vite: una pubblica, una privata e una segreta ma la scrittrice de ‘Il gioco del diavolo’ va ben oltre questa definizione. 

Scarlett può muoversi con agilità e sicurezza sul filo della lama, fa quelle cose che io non ammetterei mai di aver anche solo pensato. È la parte nascosta, quella sul lato in ombra della luna.  A volte la combatto ma spesso prende il sopravvento. Dove viva, cosa faccia, cosa pensi, onestamente non lo so nemmeno io. Assomiglia molto a quelle creature delle favole che sbucano al momento giusto, più spesso in quello sbagliato, fanno ciò che devono e poi svaniscono nel nulla. Questo nel presente, ma l’alter ego fine a sé stesso nasce da esigenze diverse. Per anni ho bazzicato il mondo dei giochi di ruolo, roba decisamente nerd, lo ammetto, che mi ha formata per quanto riguarda l’azione. Nel gioco di ruolo il world building è importante, soprattutto nelle ambientazioni fantascientifiche o post-apocalittiche. Nella creazione delle ambientazioni mi sono spesso lasciata ispirare dai mondi sull’orlo dell’Armageddon creati da Alan D. Altieri. La sua Gottshalk Yutani è l’emblema assoluto della corporazione mondiale che stringe la mano a dio e al diavolo. Non ti nego che il mio primo amore è stato lo spionaggio, ma, come costruttrice di trame so quanto possa essere divertente scagliare i propri personaggi nel fuoco dell’inferno per farli emergere forgiati di nuove caratteristiche e consapevolezze. Chi ha amato L’Ulisse o l’Odissea non può non apprezzare l’azione che, dal mio punto di vista, non è fatta solo di bossoli roventi che schizzano da ogni parte.  Agire significa pianificare, ideare strategie e metterle in atto.  Un magnifico cavallo di Troia che può cambiare il corso degli eventi.

GeC: Un giorno ti arriva una telefonata e ti comunicano che sei la nuova vincitrice del Premio Altieri… ci racconti com’è andata e cos’hai provato la sera della premiazione, al MystFest di Cattolica, quando hai visto in anteprima sul mega-schermo la copertina del tuo libro?

SP: Ciò che è accaduto è diventato un aneddoto che tengo in tasca e ripropongo spesso, già mi immagino quando, a novant’anni suonati, alzerò l’indice tremante indicando la badante, o la finestra e declamerò “quella telefonata…” Premere il tasto di risposta a quella telefonata ha creato un momento di sospensione che ha anticipato la consapevolezza. Una frazione di secondo in cui ho realizzato, sperato, sognato, prima ancora che mi venisse confermata la vittoria. Va detto che, sebbene non ci siamo mai conosciuti, la voce di Franco Forte mi è nota, dato che ho seguito molte sue interviste e i suoi consigli di scrittura su YouTube. Quando l ’ho sentita ho avuto un tuffo al cuore, seguito da un: ‘Ma è proprio lui?’. Gli avvenimenti che preludono questa telefonata diventeranno un aneddoto che non mi stancherò mai di narrare.  Quel numero sconosciuto mi aveva già contattata il giorno precedente ma, temendo si trattasse del solito venditore di forniture, avevo quasi pensato di bloccarlo in entrata.  Per fortuna ho pensato bene di rispondere, ma con un piglio piuttosto sostenuto dato che da settimane ero bombardata dai call center. Franco Forte non lo sa ma mi sono commossa, quando ho realizzato chi fosse in realtà, al punto che non sono stata in grado di dire granché. Non so spiegarlo in modo razionale, ma in quel momento la mia mente è andata alla persona a cui è dedicato questo concorso, ho sussurrato piano: ‘Alan, ce l’abbiamo fatta!’. E poi, non ho potuto non apprezzare la pacatezza di Franco, che ha una voce rassicurante e modi che mi hanno fatta sentire ‘accolta’. Vedere la copertina che giganteggiava sullo schermo dietro al palco mi ha fatto crescere di dieci centimetri, peccato che l’emozione mi abbia anche levato dieci anni di vita, quindi ho fatto pari e patta! Morirò più alta e più giovane.

GeC: Entriamo nel dettaglio del tuo romanzo. ‘RED Reaper. Il gioco del diavolo’ ha per protagonista Sonia Orlandi altrimenti nota come Reaper, la Mietitrice, specialista nella sicurezza informatica, abile nell’infiltrazione e nel pedinamento insieme ad altre competenze acquisite sul campo, in seguito ad un duro addestramento. Caratteristica fondamentale, Sonia possiede una speciale percezione delle cose che le permette di vedere dispiegata davanti a sé ogni variabile grazie alla semplice analisi ed elaborazione di dati. Com’è nato questo personaggio?

SP: Queste abilità sono state create sulla base di alcune caratteristiche che mi appartengono. Da bambina sono stata dislessica, inoltre sono macina, questa peculiarità mi ha da sempre obbligata a muovermi negli spazi in modo differente dagli altri, dato che il mondo occidentale è stato creato a misura di destrimano.  Dato che l’argomento mi tocca da vicino ho fatto degli approfondimenti in merito, ideando una capacità basata proprio su quello che molti considerano un difetto.  Studi scientifici dimostrano che i mancini sono maggiormente competenti nella percezione-gestione degli eventi che si susseguono nel tempo, come ad esempio la concatenazione logica del pensiero. il lato del cervello implicato è maggiormente qualificato nella percezione analitica della realtà e nelle funzioni percettivo-spaziali, nella rappresentazione mentale dello spazio e del tempo, nel riconoscimento di un volto e delle espressioni facciali, nella percezione e nella produzione della musica. I mancini sembrano inoltre possedere la capacità di percepire le cose globalmente, di comprendere e risolvere i problemi in maniera intuitiva, con delle improvvise “illuminazioni” dove tutto appare chiaro e trova la giusta collocazione senza l’ausilio di alcun procedimento logico. Nell’ attività sportiva in cui si è a diretto contatto con l’avversario, possono essere disarmanti tanto da disorientare chi hanno di fronte, inoltre, rispetto ai destrimani, il ponte di fibre nervose che collega i due emisferi del cervello, è più sviluppato dell’11%, questo permette loro di affrontare meglio il pensiero divergente, ovvero la capacità di pensare a diverse soluzioni per un unico problema, una caratteristica cognitiva della creatività. Secondo uno studio australiano pubblicato nel 2006 sulla rivista Neuropsychology, i mancini tendono a stabilire connessioni più veloci tra l’emisfero sinistro e l’emisfero destro del cervello: questo porta ad un’elaborazione delle informazioni più rapida. Ecco qui, la dote speciale di Reaper non ha nulla di medianico, è pura scienza!

GeC: C’è da dire che hai fatto una scelta decisamente coraggiosa che è stata quella di non dare ai lettori un’eroina dall’aura di invulnerabilità e che prende tutti a calci ma, anzi, una donna in carne, ossa e sangue che, per raggiungere il suo scopo finale è disposta anche a subire (e in questo libro non le viene risparmiato niente sia fisicamente che psicologicamente…). Come sei giunta a questa decisione?

SP: Sono felice di poter rispondere a questa domanda. Inizio ribadendo una verità fondamentale e anche un po’ scontata: Sonia non è un uomo; non si considera meglio né peggio di un uomo, è semplicemente femmina e agisce da femmina; quindi, in modo differente da ciò che ci si aspetterebbe da un protagonista maschile. Non bisogna dimenticare che Sonia è una One Woman Army che si trova inaspettatamente coinvolta nello scontro tra organizzazioni criminali, il suo antagonista, Edoardo di Castro, appartiene a un’associazione a delinquere che non ha nulla da invidiare alla Spectre.  Tutto accade in pochi giorni, un periodo di tempo troppo ristretto per un’analisi tattica soddisfacente.  Ecco perché Reaper, cacciatrice per natura, si traveste da preda, perché sa esattamente come si muove un predatore e per stargli alle calcagna deve dargli ciò di cui lui pensa di avere bisogno. Edoardo di Castro, il villain in questione, è un uomo di potere e Sonia deve fargli credere di avere il potere. Aggredire fisicamente il nemico, in modo diretto, in questo caso, non servirebbe a nulla, se non a trasformarla nell’ennesima vittima predestinata.

 Reaper è paziente anche se deve correre sul filo del rasoio, la pazienza spesso viene scambiata per debolezza; invece, è uno degli ingredienti indispensabili nel ricettario della brava spia. Un altro aspetto fondamentale è che il collante della storia è dato dall’erotismo, che vibra sotterraneo lungo tutta la narrazione ed è fondamentale per creare la tensione necessaria per la caccia ma anche un espediente necessario per tenere in vita Sonia il più a lungo possibile.  Mi piace includere la componente erotica nelle storie che scrivo, perché come diceva Oscar Wilde “Everything in the world is about sex, except sex. Sex is about power.”  – Tutto ha a che fare col sesso, tranne il sesso. Il sesso ha a che fare con il potere. C’è una scena di sesso nel romanzo che è fondamentale, non è messa a caso, serve a definire i ruoli ed è a metà tra una caccia e un tango.   Sonia sa sfruttare la situazione per creare una connessione, ovviamente ne dovrà pagare le conseguenze se vorrà portare a casa la pelle e un risultato utile per la sua missione. 

In questo romanzo i super poteri non sono contemplati, se ti sparano perdi sangue, soffri e non ci sono truccatori che ti sistemano i lividi sotto il cerone.  Reaper è l’emanazione di una donna piena di conflitti e contraddizioni che esplodono e convergono. A pensarci bene è un miracolo che riesca ad arrivare viva fino all’epilogo.  Possiamo definire Il gioco del Diavolo il racconto della nascita di una spia, sono proprio la fatica e la sofferenza a trasformarla e a farla evolvere. Questo accade molto banalmente in tutte le storie che contrappongono due antagonisti: invece il villain, in genere, rischia di cadere nel baratro a causa della sua visione statica della situazione.  Per contro Sonia Orlandi è adattabile, fluida come l’acqua e capace di fare un passo indietro quando necessario.  Ha imparato bene le lezioni del padre, che le ha insegnato a combattere come un lupo adulto. Abbandonando la foga dei cuccioli che si buttano nella mischia senza riflettere.

Questa non è una storia di ‘buoni’ vs ‘cattivi’.  Nemmeno a Sonia sono chiari i piani del suo supervisore, ma ha un motivo imprescindibile per non lasciarsi scappare il peggior villain che abbia mai conosciuto.  Lo spionaggio è un gioco psicologico, le armi servono solo a fare il lavoro sporco. Ciò che conta in questo romanzo sono la tattica e la strategia. Il termine strategia si riferisce ad un progetto che si vuole raggiungere con uno studio e un’analisi complessiva di tutta la situazione mentre la tattica fa riferimento ai mezzi, ai tempi e alle risorse con le quali realizzare la strategia stessa, ossia lo scopo che si era prefissato.  Questo è il suo mestiere. I lividi che le sono rimasti sono il carburante necessario per mettere a fuoco il bersaglio e distruggerlo, non ingannatevi, lo farà.  

GeC: Questa prima missione di Reaper la vede impegnata nella liberazione di uno spacciatore sequestrato da criminali di bassa lega, cosa di ordinaria amministrazione, ma  che prelude a scenari ben più letali: un fondo internazionale, traffici innominabili, sangue a fiumi. Cosa ti ha ispirato la trama per il tuo libro?

SP: In primo luogo mi sono ispirata all’attualità, che spesso è più drammatica delle peggiori fantasie.  Racconto la realtà e tutto ciò che ruota attorno ad essa.  Provate a fare un giro su internet per verificare cosa accade nelle Connection House di cui parlo nel prologo del romanzo, scoprirete che sono stata molto delicata nell’affrontare un argomento che affonda le sue radici nell’orrore. Mi interesso anche della situazione internazionale e, guarda caso, in questo romanzo si intersecano eventi che ora sono sfociati nell’accadimento in corso al confine tra Russia e Ucraina ma anche tra Cina e Taiwan. Seguivo con attenzione, già da qualche anno, i movimenti del Gruppo Wagner, chiedendomi le motivazioni per le quali la Russia avesse piazzato questi mercenari in Africa. Beh, diciamo che qualche risposta me la sono data.  Ma oltre ai fatti mi sono ispirata ai romanzi letti, alle esperienze di vita vissute da me e dalle persone che ho incontrato nel corso della mia vita, In realtà c’è tanto di me nel Gioco del diavolo, a partire dal lavoro di Sonia, molto simile al mio, anche se meno avventuroso.  Non fatevi illusioni, il Ragno esiste davvero e le sue zampe arrivano ovunque. Ho utilizzato più chiavi di lettura, inserendo vari rimandi. I richiami presenti attingono alle più disparate fonti. Alcune semplici e dirette, altre più imperscrutabili e filosofiche.

Per chi avesse voglia di approfondire, mi sono ispirata anche al “La fine di Satana” che è un vasto poema epico e religioso di Victor Hugo, incompiuto e pubblicato postumo.

Il primo libro racconta la storia di Nimrod, un re potente e mostruoso di Giudea. Vagando per la Terra, che ha completamente dominato e devastato, decide di conquistare i cieli. A questo scopo, costruisce una gabbia e vi attacca quattro aquile giganti, non vi fa venire in mente uno UAV a quattro rotori?  Inoltre, ho effuso tra le pagine tanto Sun Tsu, con la stessa generosità con la quale si sparge il cacio sui maccheroni.  

GeC: Sempre per quanto riguarda la trama del libro è piuttosto complessa e ricca di intrecci ma, a conti fatti, tutto torna al millimetro. Questo è uno di quei romanzi dove veramente viene da chiedersi come l’autore riesca a incastrare gli eventi in modo così preciso, e questa se vogliamo è un po’ la caratteristica delle migliori storie di spionaggio-action, pubblicate nella collana Segretissimo di Mondadori. E allora facciamola la domanda! Come hai fatto?

SP: Ho provato e riprovato, senza aggrapparmi con ostinazione a modelli predefiniti.  Questo ha significato, a volte, dover sacrificare un’idea brillante o un colpo di scena che credevo spettacolare, perché proprio non ci stava. Il problema vero è che spesso mi sono accorta delle incongruenze quando ormai ero avanti nella stesura, obbligandomi a ritornare sui miei passi e rifare tutto.  Non è stato affatto semplice, per aiutarmi, dato che la trama è complessa, ho creato degli schemini che mi hanno permesso di tenere d’occhio i collegamenti.  

GeC: Quale è, in generale, il tuo approccio alla scrittura? Prepari una scaletta per esempio? Quanto tempo ti ha richiesto la realizzazione definitiva del romanzo e quanto tempo hai dovuto dedicare alla ricerca?

SP: Sono lenta perché devo controllare tutto. La domanda che mi faccio sempre è: sto scrivendo una cazzata?  Il lavoro che dedico alla ricerca è continuo.  Raccolgo informazioni e notizie in cartelle apposite, che tengo aggiornate e le nomino con nomi simpatici tipo: ‘Come distruggere la terra in dieci comode rate’. Non preparo una scaletta degli eventi, anche se mi attengo a una linea di narrazione.  Se da un lato parto da una serie di dati, dall’altro preparo il profilo biografico e psicologico dei personaggi e sulla loro caratterizzazione, capita spesso, in effetti, che siano loro a decidere l’andamento della narrazione, con i loro capricci e idiosincrasie.  Detto questo una visione d’insieme è indispensabile, cerco di non uscire troppo dai range che mi sono prefissata. Ci sono molte cose che non si vedono ma fanno parte della tessitura della trama, punti di sutura invisibili ma necessari per far procedere parallelamente eventi ed evoluzione del personaggio.  Poi ci sono stati momenti in cui ero consapevole di aver scritto una stupidaggine ma ho sorriso e mi sono detta: ‘ci sta!’.

GeC: Hai dichiarato di aver ‘disegnato il personaggio di Sonia Orlandi aka Reaper ricalcando i contorni seducenti di Jessica Chastain. Una donna che da l’idea di essere una tigre appena scappata dalla gabbia’, ci vuoi un po’ di questa scelta?

SP: Sonia Orlandi ha avuto un’educazione rigida. Per anni ha impostato la propria vita secondo i valori  inossidabili appresi durante il servizio svolto nella Guardia di Finanza.  Valori che l’hanno obbligata a fare scelte impossibili.  Distruttive. Durante un colloquio con il colonnello Tokarev lui le chiede qualche informazione sulla sua vita privata. Lei risponde che aveva un fidanzato ma lo ha ammazzato. Ed è esattamente ciò che è successo.  Reaper per anni ha portato dentro di sé dei pesi insostenibili, lo ha fatto per lealtà e per senso dell’onore. Ma quando scende in campo, sulla scacchiera preparata da Edoardo Di Castro, le cose cambiano. Le regole si piegano a necessità differenti. In un gioco dove la lealtà conta ben poco. Il momento in cui entra nella trappola è lo stesso in cui si libera, in piena consapevolezza.

GeC: Se è vero che nella narrativa di fantascienza, negli ultimi anni abbiamo visto anche in Italia l’avvento di un agguerrito e nutrito gruppo di autrici, non altrettanto mi sembra di poter dire per quel che riguarda la letteratura di spionaggio. Se prendiamo ad esempio la collana ‘Segretissimo’, non andando troppo indietro nel tempo, ad oggi siete state pubblicate solo tu e la bravissima Scilla Bonfiglioli (Premio Altieri 2019 con il romanzo ‘Nero & Zagara: Fuoco su Baghdad’). A cosa è dovuto secondo te questo trend?

SP: È stata proprio Scilla Bonfiglioli a ispirarmi e a darmi il coraggio di buttarmi in questa avventura; quindi, è suo il merito di avermi aperto la strada.  E l’ho apprezzata maggiormente perché è una donna di una delicatezza e una competenza leggendarie, eppure ha saputo maneggiare perfettamente il suo affilatissimo personaggio.   Da lettrice di spionaggio, prima di risponderti, devo fare una premessa: a me interessano le storie, indipendente dal fatto che siano scritte da uomini o donne. Bisogna ammettere, però, che questo tipo di letteratura è nato per far sognare gli uomini attraverso personaggi d’azione a cui ispirarsi e a far sospirare le donne, innamorate delle facce da schiaffi dei begli avventurieri. Fino a poco tempo fa il genere era codificato in questo modo, lasciando poco spazio ad altre possibilità. Credo che sia stato il cinema, in questo caso, a dare una svolta, rappresentando eroine, fin troppo cazzute per i miei gusti, che hanno conferito una nuova percezione delle cose al pubblico femminile. Personalmente continuo a sostenere che ‘In medio stat virtus’, Un insieme di eventi e cambiamenti sociali, compresa la possibilità di accedere a lavori che un tempo erano prettamente maschili, ha permesso a molte donne di uscire dagli stereotipi che forse oggi non hanno più senso di esistere. Da parte mia, posso solo incoraggiare il pubblico femminile che ama questo genere a cimentarsi nella scrittura, case editrici come Mondadori, che ringrazio sentitamente, offrono la possibilità di emergere anche alle scrittrici.  La regola numero uno è quella di bandire pregiudizi e definizioni preconfezionate e credo che sia un concetto che proprio le donne, in primis, debbano fare proprio.

GeC: Oltre al Premio Altieri è stato istituito da quest’anno anche il Premio Stefano Di Marino (per il miglior racconto di spionaggio) in memoria di questo grandissimo narratore recentemente scomparso e autore, con lo pseudonimo di Stephen Gunn, della mitica saga de ‘Il Professionista’. Cosa rappresentano per te Altieri e Di Marino? Hai avuto la possibilità di conoscerli personalmente?

SP: Purtroppo non ho mai avuto la possibilità di conoscere personalmente né Altieri né Di Marino.  Alan Altieri ho avuto modo di apprezzarlo attraverso i suoi romanzi, da Città oscura a Kondor, senza dimenticare la trilogia di Magdeburg e personaggi come Russell Brendan Kane. Una delle cose che ho imparato leggendolo è che tutto si trasforma e nulla si distrugge, compreso il male ma anche l’alito della speranza, che a volte può avere il volto di una Mietitrice. Ho già ribadito molte volte che avrei voluto rapirlo e farlo mio concubino.

Con Stefano Di Marino ho avuto un rapporto diverso, ci conoscevamo in modo virtuale, attraverso i social. Stefano è sempre stato un autore disponibile e paziente, pronto ad ascoltare e a interagire con i suoi lettori. Abbiamo potuto scambiare quattro chiacchiere sulle piattaforme digitali e queste conversazioni mi hanno fatto capire quanto fossimo affini.  Leggere i suoi romanzi d’avventura è un’esperienza liberatoria!

GeC: Proprio di recente è stata pubblicata nella collana ‘Segretissimo’ un’antologia di racconti in ricordo di Alan D. Altieri, a cui hanno preso parte praticamente tutti gli scrittori facenti parte della ‘Italian Legion’ (‘Big Wolf’, Segretissimo 1666, luglio 2022). A scorrere l’elenco degli autori c’è da rimanere letteralmente a bocca aperta… come si sente Scarlett Phoenix ad essere entrata a far parte di questa élite?

SP: È un onore, ho avuto la possibilità di conoscerli quasi tutti personalmente, sono persone e professionisti splendidi. Dotati di straordinaria umanità. È bello poter fare gruppo, in un periodo di forte individualità contare sulla Legione è un valore aggiunto.  

GeC: Quali sono l’autore e il romanzo nel genere spionaggio che hai apprezzato particolarmente?

SP: Sul podio metto John le Carré. Mi rendo conto che rispetto ad altri romanzieri sia più lento ma i suoi intrecci sono simili alle spire di un serpente, che si srotola con una facilità del tutto incomprensibile all’essere umano. Non ho un romanzo preferito, ne elenco alcuni, Il nostro traditore tipo è l’esempio perfetto di come mi piacerebbe scrivere. Poi, La spia che venne dal freddo, La talpa, Il direttore di notte, Il sarto di Panama.  Anche Graham Greene mi ha influenzata molto, ho adorato Il nostro agente all’Avana e il triste epilogo de Il fattore umano. A questi scrittori di spessore aggiungo la fantapolitica di Tom Clancy e la verve e l’accuratezza di Stefano Di Marino che ho apprezzato tantissimo quando ha trasferito la scena in Italia, a Milano. Con Gangland ha trasformato il nostro paese nello sfondo ideale per trame d’azione. Una menzione speciale ad Alan Altieri, che mi ha ispirato nel corso della vita, come ho già detto, e non solo per la spy story. 

GeC: Cosa fa Scarlett Phoenix nel tempo libero, quando non progetta missioni per la Mietitrice?

SP: Mi occupo di volontariato, mi do da fare in campo umanitario e mi piace sporcarmi le mani in prima persona. Pratico sport, mi piace andare a cavallo ma non riesco a farlo quanto vorrei. Mi piace cucinare e udite udite, mi cimento anche con la macchina da cucire, anche se, in fatto di macchine preferisco le automobili. Guidare mi rilassa e molte idee nascono proprio durante la guida. Alterno momenti di solitudine a momenti di condivisione.  Ho amicizie a cui tengo molto e che sono importanti al pari della mia famiglia. Ho interessi infiniti che coltivo con cura maniacale.  

GeC: Hai già qualche nuovo progetto editoriale nel cassetto? Pensi di cimentarti anche in un altro genere letterario?

SP: Si, ho qualcosa che bolle in pentola. Sono il tipo che dice: ‘Io? Io non scriverò mai gialli e tanto meno fantascienza!’ Poi, dieci minuti dopo, sto già prendendo appunti per una trama Si -Fi che mi gira nella testa. (al momento le trame sono diventate due, più un plot per un giallo). Uno dei miei scrittori di riferimento, al di fuori dello spionaggio, è Michael Crichton, un autore che è riuscito a spaziare nei generi trovando la chiave giusta per raccontare storie di successo molto diverse fra loro ma che hanno una cosa in comune, la fantasia sconfinata di chi le ha scritte. Inoltre, adoro le contaminazioni, sono convinta che si possa scrivere di spionaggio inserendolo in un contesto fantascientifico o raccontare una storia d’amore strappalacrime all’interno di un giallo a tinte fosche. Ciò che mi stimola dei progetti è la possibilità di costruire un’opera attraverso un percorso di analisi e ricerca, che si tratti di saggistica o puro fantasy.  Non mi do limiti in tal senso.

Ti ringraziamo tantissimo per la tua disponibilità, è stato veramente un piacere fare questa bella  chiacchierata con te! Ora, come tradizione di GialloeCucina ti chiediamo di salutarci con una ricetta che ami particolarmente e con una citazione che, in qualche modo, ti definisca:

SP: Grazie a te e a tutti i lettori di GialloeCucina.

La citazione che mi rappresenta è sicuramente quella di Umberto Eco: “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria! Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è una immortalità all’indietro”

Voglio condividere con voi una ricetta tipicamente piacentina, un piatto povero ma gustoso della tradizione che starebbe bene anche in un film di Sergio Leone.

Per i Pisarei: 

Farina 00 400 g

Pangrattato 150 g

Acqua tiepida 400 g

Sale fino 5 g

Per il sugo:

Cipolle dorate 60 g

Burro 30 g

Lardo (ma io uso la pancetta affumicata) 80 g

Fagioli borlotti secchi 220 g

Passata di pomodoro 200 g

Sale fino q.b.

Olio extravergine d’oliva 20 g

Grana Padano DOP grattugiato q.b.

Prendete i fagioli borlotti, metteteli in una ciotola colma d’acqua e lasciateli in ammollo per 12 ore coperti con pellicola trasparente. Scolateli e sciacquateli sotto l’acqua corrente, poi versateli in un tegame copriteli con l’acqua e cuocete per 30 minuti

I pisarei:

In una ciotola unite la farina il pangrattato e il sale. Versate a filo l’acqua tiepida e impastate energicamente, quindi formate un panetto compatto e avvolgetelo nella pellicola trasparente. Fate riposare l’impasto in un luogo fresco per 1 ora. Trascorso il tempo di riposo, riprendete l’impasto, dividetelo in piccole porzioni, create dei filoncini del diametro di 1cm circa. Tagliate i filoncini a pezzetti grandi come un fagiolo e con il pollice pressate ciascun gnocchetto per creare un incavo all’interno

Distribuiteli su un vassoio foderato con un panno da cucina leggermente infarinato.

Il sugo coi fasò:

Sbucciate e tritate finemente la cipolla, il lardo (o la pancetta). Poi in un tegame sciogliete il burro a fuoco dolce e fate rosolare il trito, mescolate e quando la cipolla sarà appassita, unite anche i fagioli cotti in precedenza e scolati.  Copriteli con la passata di pomodoro e cuocete per circa 20 minuti. Regolate di sale e aggiungete brodo vegetale se necessario, il sugo deve essere lento.

A questo punto siete pronti per preparare il piatto.  Portate a bollore l’acqua, salate a piacere e tuffatevi i pisarei. Cuoceteli pochi minuti il tempo necessario che riaffiorino in superficie; poi scolateli con una schiumarola e metteteli direttamente nel tegame con i fagioli. insaporite con il Grana padano grattugiato e una spolverata di pepe.

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