Intervista a Paolo di Orazio
A cura di Claudia Proietti
Oggi su Giallo e Cucina abbiamo l’onore di avere ospite “Sir” Paolo Di Orazio, autorità indiscussa dell’horror/weird e demiurgo del perturbante.
Pochi autori nel panorama italiano contemporaneo sanno incarnare il concetto di “totale” come Paolo Di Orazio. Artista eclettico, la cui cifra stilistica attraversa i confini tra il visivo e il verbale con una naturalezza disarmante, Di Orazio non è soltanto uno scrittore, ma un vero e proprio “agitatore culturale” che ha saputo, nella sua lunga e fruttuosa carriera, fondere il linguaggio brutale del fumetto, la sperimentazione sonora e l’oscurità narrativa con fare sovversivo ma mai eccessivo.
Se il grande pubblico lo ricorda per le sue incursioni provocatorie nel mondo dei comics e della musica (è il batterista storico dei Latte & i Suoi Derivati), è nella letteratura che Di Orazio ha trovato la sede ideale per dare corpo ai suoi incubi più lucidi e, soprattutto, per condividerli con il grande pubblico. Con un percorso letterario che spazia dal grottesco al puro splatter, la sua scrittura agisce come un bisturi che seziona il perturbante, costringendo il lettore a guardare dove solitamente egli distoglie lo sguardo. Oggi, con il consolidamento del sodalizio con Delos Digital, Di Orazio si prepara a un nuovo capitolo, tra il lancio di collane personali, il rilancio dei suoi successi più iconici e la cura di antologie che promettono di ridefinire il canone dell’orrore italiano.
CP: Ciao Paolo, partiamo subito indagando il tuo personale rapporto col “nero”. La tua carriera è un percorso tortuoso che unisce musica, fumetto e letteratura. In che modo queste tre espressioni artistiche comunicano tra loro quando ti siedi a scrivere? Ci sono elementi visivi o musicali, immagini o ritmi particolari che guidano la genesi delle tue storie o tutto nasce e si evolve nel silenzio e nel buio?
PDO: Ciao, Claudia, ciao a tutti di Giallo & Cucina. Grazie per la magnifica intro. Quando mi siedo a scrivere, di solito c’è già una canzone o un intero album che in particolare si attacca alla dimensione della storia che voglio scrivere. Non so se sia un processo casuale o un’abbinata di laboratorio dell’inconscio; che va a pescare nella mia discoteca mentale il brano adatto alla storia che sto per affrontare. Quando ho scritto il primo capitolo di Debbi la strana, ero letteralmente ossessionato dal brano Ultraviolence di Lana del Rey – tra l’altro, citata nel reparto illustrativo del romanzo – ed è diventato un vero e proprio scheletro intellettivo-emozionale del libro. Idem per Vloody Mary, c’è il brano Millennium dei Killing Joke; per Il morso dello sciacallo, tutto l’album Liebe ist für alle da dei Rammstein. A volte, alle canzoni di supporto si associano anche immagini, prevalentemente dipinti: Bosch, Rousseau, Caravaggio, Dalì, Bruegel, Giger, De Chirico. Fra canzoni e visualizzazioni, cerco quelle atmosfere, quel caos, quella saturazione di orrore e metafisico che mi occorre dare al racconto. Ingrediente non ultimo, il silenzio. Mentre scrivo, niente musica, se non qualche sfondo ambient. Niente chiacchiere, no cani che abbaiano, clacson, trapani e batteristi del vicinato che si esercitano in casa.
CP: Il tuo stile è spesso crudo, viscerale e lontano da compromessi. Attraverso l’orrore mostri l’invisibile e rievochi gli incubi mai sopiti dell’animo umano, utilizzando la paura come una macabra lente di ingrandimento. Ma cosa cerchi tu nel perturbante? È una ricerca puramente estetica e “scenica” o trovi nell’horror lo strumento più efficace per raccontare le storture della società moderna?
PDO: Cerco in realtà entrambi gli aspetti. Mi piace descrivere orrori come se li volessi dipingere su tela e mostrare meraviglie figurative (penso a Guernica di Picasso, il Saturno di Goya). Assieme, voglio scavare nella psiche. In più mi piace strutturare la storia come un puzzle che lettore e protagonista devono comporre in tandem per fasi deduttive. Ecco perché solitamente, nei limiti, me ne fotto del problema del sacro point of view.
CP: Nel romanzo La Saponificatrice (edito da Libraccio nel 2025 e vincitore del NeRoma 2024 nella sezione inediti) il tema della manipolazione della carne e dell’identità raggiunge vertici inquietanti. Ispirato alle gesta di Leonarda Cianciulli, il testo si distingue per lo stile claustrofobico e la storia disturbante. Quanto è stato complesso bilanciare la brutalità della trama con la struttura narrativa del romanzo? E cosa rappresenta questo libro nel tuo percorso editoriale? Come mai hai sentito il bisogno di “omaggiare” proprio la famigerata serial killer di Correggio?
PDO: Sono ormai abituato a bilanciare trama e struttura narrativa. Nel senso che il libro finale è il risultato di spostamenti di porzioni della prima stesura. Non sono capace di rispettare la scaletta che mi sono prefissato perché spesso in corso d’opera mi rendo conto di essere partito con la parte debole, o riflessiva. Mi pongo da lettore esigente, e se mi accorgo che l’incipit non è il gancio giusto – come quando mi capitano libri di altri autori che abbandono per noia –, allora devo trovare qualcosa di magnetico.
La Saponificatrice mi ha regalato la soddisfazione di vincere ex aequo un premio prestigioso come il NeRoma, un’area editoriale più vicina al mainstream rispetto alla mia zona di comfort che è l’horror, e farmi apprezzare da autori e autrici di alto livello. Non si tratta di vanità, ma della mia naturale necessità di mettermi alla prova.
Da bambino mi capitò per le mani un numero di «Cronaca Vera», siamo nei primi anni Settanta, con la storia di Leonarda Cianciulli. Ne restai folgorato. Una madre di famiglia che fa a pezzi le persone e le cucina. Non era come le fiabe, quella signora lo faceva davvero. Nel tempo, ho sempre desiderato scriverne una storia. Mi piace affrontare il delitto realistico, dove il mostro non è affatto sovrannaturale e, spesso, al di là delle pareti della nostra casa. Nel 2022, quindi, spronato da un amico scrittore, ho sentito giusto il momento per sedurre un nuovo bacino di lettori, senza tradire il mio gusto dell’orrore. In questo romanzo c’è tutto il mio amore per Il silenzio degli innocenti, La finestra sul cortile, L’inquilino del terzo piano.
CP: Insieme a Marika Campeti e Claudia Cocuzza, sei curatore dell’Antologia 666 Racconti del terrore per Delos, un’impresa titanica che vi ha visto valutare e selezionare un quantitativo enorme di racconti e poesie. Qual è stato il criterio principale nella selezione dei testi? Cosa definisce oggi, secondo te, un buon pezzo horror in un panorama letterario che spesso tende a edulcorare e a imbellettare la paura?
PDO: Abbiamo cercato la qualità della scrittura, l’idea. Certo, spaventare in pochissime righe è piuttosto difficile, però gli autori scelti, su un totale di oltre mille candidature, sono riusciti a dipingere l’orrore che cercavamo. Un buon pezzo horror deve affrontare il sovrannaturale e l’impossibile senza mezzi termini. Non è necessaria la crudeltà, quanto la dimensione onirica del racconto, la credibilità con cui gli attori umani reagiscono di fronte al prodigio. Lo so, lo ha già detto Stephen King…
CP: Parliamo ora del futuro prossimo: sta per essere messa sul mercato una collana dedicata al tuo universo che prenderà il nome di Sir Paul e vedrà il rilancio di alcune tue famose opere come Vloody Mary, Spaghetti Western Freak Show e Santa Festival. Come hai vissuto l’evoluzione di questa idea? Che effetto ti ha fatto rileggere e curare scritti che hanno segnato tappe diverse della tua carriera? Hai trovato qualche “tesoro dimenticato” in questo scavo archeologico nel tuo passato?
PDO: Hai detto bene, scavo archeologico. Non per questioni anagrafiche ma perché, solitamente, tendo a dimenticare ciò che ho scritto, quasi nell’immediato. Personaggi, frasi, concetti, mi sembra tutto relegato nel passato più che remoto. Il che è pericoloso perché magari potrei pentirmene, in futuro. Sir Paul è stata una proposta di Franco Forte (incluso il titolo): un trittico di ebook per recuperare testi fuori catalogo (Santa Festival è un antologico di tutti i miei racconti dedicati alla possessione demoniaca; titolo che avevo già concepito per un evento proposto al mio amico scrittore Luca Ruocco di IngenereCinema e direttore artistico del Fantafestival di Roma con Marcello Rossi) e dare una veste grafica nuova – le copertine sono una bomba! – per essere fruibili da chi ancora non li ha mai letti. La piattaforma Delos è un ottimo spazio, per me, e la proposta di Franco rappresenta un premio per i miei 40 anni di attività. Nella rilettura e nell’editing, l’effetto è bizzarro, perché come già detto ritrovo cose dimenticate, che magari non mi convincono più (ma fa parte del gioco). Quando mi capita di tornare su testi scritti 20+ anni fa, ho l’impressione di vedermi in una foto pettinato e vestito come non rifarei, magari con un paio di occhiali imbarazzanti che all’epoca ritenevo fantastici. Comunque provo piacere, certo. Sono fortemente legato ai miei personaggi. Più passa il tempo, più li dimentico. Poi, se e quando li rivedo, mi sembrano più profondi, persone vere. Il primo titolo programmato è Vloody Mary, la mia deejay zombi, con la sua amante necrofila Martyna e il mio amato Alfredo Red Vanacura, investigatore del paranormale. Li adoro tutti. Spaghetti Western Freak Show dovrebbe essere la seconda uscita, forse in cartaceo, ed è il mio titolo sommo in cui interpreto il protagonista, forse il mio personaggio più riuscito, il dottor Branzini, l’ortopedico marchigiano di fine XIX secolo e il suo circo Barnum di X-Men.
CP: Delos ti ha anche affidato un compito molto speciale: la realizzazione di una nuova collana: Horror Tales, attraverso la quale verrà data voce a vecchi e nuovi talenti e che promette di diventare un punto di riferimento per il genere. Qual è la missione editoriale di questo progetto? E, soprattutto, quale impronta tu vorresti lasciare attraverso questa “creatura”?
PDO: Horror Tales prosegue una collana già esistente, Horror Story, che ho ribattezzato per renderla più mia a livello concettuale. Cerco l’horror puro, sovrannaturale, mescolato a psicologia e conflitti umani. Non deve somigliare a me, a proposito di violenza, ma che direzioni il catalogo verso un body horror gotico, anche folk, anche grottesco. Ho conosciuto, anche attraverso la 666, un sacco di scrittori e scrittrici di talento e vorrei che mi sfruttassero attraverso questo progetto, ancora in lavorazione sui primi testi, con novelle di media lunghezza.
CP: Se analizziamo l’evoluzione del tuo immaginario orrorifico, possiamo dire che, dalla pubblicazione della celeberrima raccolta di racconti Primi Delitti (edito in prima edizione da Acme nel 1989), sei rimasto fedele a te stesso. Quell’esempio magistrale di splatter-punk che ti costò addirittura una condanna dal Parlamento per istigazione a delinquere, resta a oggi una perla (nera e sanguinolenta ma pur sempre una perla!) nel tuo curriculum letterario. Ma confrontando il Paolo autore di Primi Delitti con quello di oggi, quali cambiamenti noti nel tuo modo di approcciarti alla pagina bianca? È cambiata la tua percezione del limite e dell’orrore nel corso degli anni o credi sia rimasta invariata?
PDO: Sentimentalmente è invariata. Nel senso che i riferimenti di base (Poe, Kafka, Lovecraft, Barker; Stan Lee, Archie Goodwin, scrittori cult del fumetto horror americano dei ’60-’70) sono sempre gli stessi. Mi lascio influenzare anche da altri autori off horror che somiglino alla perfezione stilistica cui aspiro, magari puntando meno alla teatralità degli orrori che desidero raccontare (come nel romanzo La Saponificatrice o nell’imminente Delitti Finali), tenendo fede all’assioma di Hitchcock: “Fa più paura il non visto”. Forse.
CP: Restando fedeli all’abitudine di chiedere qualche anticipazione sui nuovi progetti, oltre alle collaborazioni con Delos che abbiamo già esplorato, c’è qualche “mostro” in cantiere di cui vorresti parlarci? Esiste un tema o un sottogenere dell’horror che senti di non aver ancora esplorato a fondo e che vorresti affrontare nei tuoi prossimi lavori?
PDO: Dei prossimi mostri in cantiere, ho due saggi illustrati (ma è prematuro annunciarne le date di uscita e i temi), il romanzo Delitti Finali, previsto per Halloween 2026 a chiudere la “delittrilogia” con D Editore. Un altro mostro, ma di autori vari, è un best of da edicola per i tipi di «Classic Rock», per cui recensisco 90 dischi importanti. Al forno ho un racconto zombie per Delos, uno per Tralerighe Libri e l’edit dei racconti per Horror Tales. So come e dove trascorrerò questa torrida estate 2026. Forse una breve vacanza in balcone con un frullato fresco di barbabietole rosse, per onorare una coerenza in armocromia.
CP: Grazie Paolo per essere stato con noi. E a presto con nuovi brividi!

