Rapito di Marco Bellocchio

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Film 2023. Regia di Marco Bellocchio che ne cura anche la sceneggiatura con Susanna Nicchiarelli. Genere: Storico/Drammatico.

Interpreti: Paolo Pierobon, Fausto Russo Alesi, Barbara Ronchi, Enea Sala, Fabrizio Gifuni, Leonardo Maltese, Filippo Timi.

Marco Bellocchio, torna a rapirci, con questo capolavoro, coinvolgente e sconvolgente che non lascia spazio a riflessioni, ma a svilupparne l’effetto visivo percependo il contenuto della pellicola internamente. Il Maestro gestisce la regia, realizzando un film di straordinaria poetica e politica. Con “Rapito” si inoltra e ti conduce nei meandri della storia e nel complesso delle rappresentazioni che riproducono l’aspetto dei personaggi che gestisce con bravura e sensibilità, avvalendosi di interpreti di eccezione che rendono come ritratti o pitture i caratteri del ruolo che rivestono. A volte si ha l’impressione di trovarsi di fronte a dipinti e di percepirne l’immagine che raffigurano. Il film rievoca fatti realmente avvenuti negli anni che precedono l’Unità d’Italia. Il piccolo ebreo bolognese Edgardo Mortara, splendidamente interpretato da Enea Sala e che mette già in luce le caratteristiche di un attore consumato è il bimbo di 6 anni, la cui vicenda storica catturò l’attenzione anche oltre oceano tra gli anni 50 e 60, era ebreo, ma venne battezzato di nascosto dalla famiglia da una donna di servizio. Questo determinò il suo destino e della famiglia di origine. “Mi spiace il dirlo: loro sono vittima di un tradimento. Il loro figlio Edgardo è stato. battezzato e io ho l’ordine di condurlo meco”. Con queste parole pronunciate dal maresciallo Lucidi che suonano come una sentenza, ha inizio la vicenda che travolgerà la povera famiglia del commerciante ebreo a cui da luce l’interpretazione di Fausto Russo Alesi e lo strazio di una madre che si avvale della drammatica e commovente interpretazione di Barbara Ronchi che muove con eccellente arte da ruoli leggeri ad altri di estrema bravura, l’esempio lampante ne è questa prova attoriale in cui lo spettatore respira l’intensità del dramma di una madre a cui strappano il figlio senza una ragione che la giustifichi, se non la legge crudele di una Chiesa sorda alla pietà che pur non prevedendo il battesimo per i bambini ebrei, in una sorta di contraddizione ante litteram ammetteva che il sacramento potesse essere amministrato contro il volere dei genitori. la Curia e il Papa che ne era sovrano imponeva così il suo potere temporale. Un bambino battezzato non poteva essere allevato da una famiglia ebrea. Da qui il dramma della sottrazione. A nulla valsero i tentativi della pietà invocata dalla famiglia Mortara e le rivolte che si scatenarono da parte della popolazione bolognese che mal sopportava il potere del Papa-Re  (superbamente interpretato da Paolo Pierobon) a smuovere l’inflessibilità del suo rappresentante il cui ruolo è affidato ad un Fabrizio Gifuni, in splendida grazia per ogni ruolo che gli viene affidato. Vorrei concludere questa modesta recensione che andrebbe condivisa in ogni scena e che è assolutamente imperdibile.  Nel metter in scena la lotta titanica tra Stato e Chiesa, giocata nel film sulla pelle di un bambino, di un ragazzo, fino all’assorbimento della sua anima nel nuovo credo, Bellocchio dà l’ennesima prova della sua maestria che lo pone tra i migliori registri italiani. Un’astrazione profonda in cui ruotano nella magia della scenografia, luoghi, rito, volti, caratteri, fino a spingere il film sull’orlo dell’abisso. L’inquadratura finale che vale da sola tutta la storia, è una delle scene più strazianti che Bellocchio abbia mai raffigurato. La dialettica del desiderio in relazione alla mancanza. Alla fine di una madre che ha avuto lo strazio di una perdita, contrappone l’esilio di un figlio verso il mondo che lo ha voluto, che lo ha rapito, ma che ormai ha scelto.

Le lacrime liberatorie che ho sentito agli angoli degli occhi mi hanno tenuto inchiodato alla poltrona, mentre scorrevano i titoli di coda. Avevo bisogno di qualche istante per abbandonare quella che ho avvertito come una realtà, prima di essere riassorbito dal quotidiano.

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