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Non si deve profanare il sonno dei morti
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Regia di Jorge Grau

 

Film del 1974 con Ray Lovelock, Cristina Galbo, Arthur Kennedy, José Lifante, Jeannine Mestre, Giorgio Trestini

 

Genere: Horror

 

 

In motocicletta verso Windermere – piccolo centro della campagna inglese – per trascorrere un tranquillo e salubre weekend, George viene involontariamente tamponato da Edna, che, per riparare al danno, lo prende a bordo della sua auto. Giunti presso South Gate, al cottage in cui vive la sorella di Edna, Kathy, i due si trovano davanti ad un atroce spettacolo: Martin, marito di Kathy, giace lungo il greto di un torrente, morto. A dire di Kathy, a ucciderlo è stato un uomo misterioso, che dalla descrizione somiglierebbe proprio a quello che, durante il viaggio, aveva cercato di aggredire anche Edna. Ma l’ispettore McCornick, poliziotto inflessibile e reazionario, è convinto che sia stata proprio Kathy, sotto l’effetto dell’eroina, ad uccidere il marito, perché costui voleva rinchiuderla, con l’aiuto di Edna, in una clinica di disintossicazione. Per scagionare Kathy, Edna e George cominciano a svolgere un’indagine parallela a quella del tracotante ispettore: la verità che scopriranno sarà sconvolgente.

 

Oltre ad essere il primo zombie-movie realizzato da una produzione italiana, Non si deve profanare il sonno dei morti è uno dei prodotti più interessanti del cinema horror nostrano. Sì perché – bisogna precisarlo subito -, a parte il regista e alcuni attori, Non si deve profanare il sonno dei morti è una pellicola genuinamente made in Italy: italiano è difatti il produttore che volle il film, Edmondo Amati, italiani sono gli sceneggiatori e i tecnici che lo hanno realizzato (tra cui il grande Giannetto De Rossi agli effetti speciali!) e “cinematograficamente” italiano è anche il regista, il catalano Jorge Grau (scomparso nel 2018), che studiò al Centro sperimentale di cinematografia di Roma per poi affiancare registi del calibro di Sergio Leone.

 

Pur riferendosi all’illustre esempio di The night of the living dead del 1968, Non si deve profanare il sonno dei morti è un film originale, che non imita ma anzi rielabora e innova; un film horror “impegnato”, di denuncia a più livelli, che riflette i fermenti culturali e le proteste degli anni ’70 senza però rinunciare ad una trama accattivante e ben strutturata, ricca di suspense e con qualche picco violento e gore; il tutto condito con ambientazioni suggestive e musiche ipnotiche e “rumorofoniche”.

 

Ciò che più spicca, guardando la pellicola, è la bravura con cui Grau e gli sceneggiatori hanno saputo differenziare la propria storia da quella romeriana, tanto da confezionare un film organicamente diverso. Ad esempio: gli zombi di Grau, pur conservando l’istinto antropofago, l’andatura lenta e barcollante, i movimenti rigidi, goffi dei cugini americani, sono molto forti fisicamente, possono essere annientati soltanto con il fuoco (non, dunque, con il classico colpo in testa) e si trasmettono la vita non mediante il famoso morso, ma attraverso il contatto con il sangue dei vivi; ne La notte dei morti viventi, pur essendo costante l’utilizzo della suspense, non c’è alcunché di misterioso, mentre il film di Grau ruota, fino ad un certo punto, intorno all’indagine di George ed Edna, che, insieme alle atmosfere plumbee e smorte delle location, colora il film di “giallo”.

 

Ma c’è di più. Tutti sono concordi nell’individuare in Dawn of the dead (conosciuto in Italia come Zombi) del grande Romero il capostipite dello zombie-movie sociologico. Ebbene, non è proprio così, poiché Non si deve profanare il sonno dei morti anticipa in qualche maniera la critica alla società contemporanea che Romero svilupperà nel suo secondo capolavoro, datato 1978: il film è pregno di una forte denuncia alla civiltà industriale, che, in nome di un progresso positivistico, sfida e modifica costantemente la natura, provocando gravi danni, soprattutto a livello ecologico; una critica sociale che, pur facendo capolino, a tratti, ne La notte dei morti viventi, non è certo un elemento portante del film. Certo, il terrificante affresco romeriano non ha rivali quanto a lucidità ed a profondità di analisi, la quale ultima, in Zombi, giunge a valicare l’aspetto prettamente sociale per scandagliare la condizione esistenziale dei personaggi, venandosi a tratti di un malinconico, dolente lirismo. Bisogna tuttavia dare atto a Grau e agli sceneggiatori di aver precorso, sebbene anche solo parzialmente, i canoni che Romero avrebbe affinato e fatto propri solo quattro anni dopo l’uscita di Non si deve profanare il sonno dei morti: bel primato, non c’è che dire, per il cinema di genere italiano; anche se, ahimè, misconosciuto…

 

La pellicola di Grau è difatti la mesta e profetica allegoria della società contemporanea, che, ignorando gli effetti nefasti dello sviluppo industriale sull’ecosistema, si condanna inevitabilmente all’autodistruzione. Non soltanto: il film ha anche una verve “socio-politica”, poiché si schiera decisamente contro forme di potere autoritarie e reazionarie e attacca la mentalità borghese dell’epoca, bigotta e intollerante, entrambe incarnate nella figura dell’odioso ispettore McCornick; al contempo, sposa le cause progressiste dell’epoca, impersonate da George, e si scaglia contro i pregiudizi e l’ottusità di certi ambienti conservatori.

 

È interessante come Grau e gli sceneggiatori non lascino nulla al caso, sia per assicurare un maggior resa in senso di “realismo”, sia per distinguersi ulteriormente dallo zombie-movie americano. Romero non spiega in nessun modo l’istinto antropofago degli zombi, lasciando aperte le più varie interpretazioni; Grau invece lo collega chiaramente agli effetti che le radiazioni ultrasoniche emanate da una sofisticata macchina agricola in fase di sperimentazione – elemento centrale del film – avrebbero su sistemi nervosi “elementari”: come quello degli insetti e dei parassiti, indotti, dalle radiazioni di questa macchina, a divorarsi tra loro. Il parallelo è chiaro.

 

Ma Non si deve profanare il sonno dei morti è, impegno sociale a parte, un horror originale e avvincente, in cui sono ben miscelati suspence, scene orrorifiche, senso del mistero, gotico, angoscia e paura: la drammatica e orrorifica sequenza del cimitero ne è il sunto emblematico. Il finale, poi, perversamente “catartico”, cala sullo stomaco degli spettatori come la lama di una ghigliottina, oltre a suonare come una truce “morale della favola”.

 

Che dire di più? Prendetevi un’ora e mezza di libertà e godetevi Non si deve profanare il sonno dei morti… sperando che questi ultimi non giungano, dopo la visione, a disturbare il vostro!

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SandroSandro
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