Nato a Londra il 30 maggio 1912 e morto nel Kent il 23 novembre 1994, Julian Symons è giustamente noto per la sua attività di poeta, di critico e di studioso di letteratura poliziesca, ma merita d’esser riscoperto e apprezzato anche come autore di romanzi gialli. Ma procediamo con ordine.
Dopo aver svolto negli anni Trenta alcune attività di secondaria importanza, Symons fondò nel 1937 una rivista di poesia che nei suoi pochi anni di vita offrì ospitalità alle opere prime di numerosi autori inglesi e americani. Fece uscire lui stesso due volumi di poesie, nonché due studi di carattere biografico, all’inizio degli anni ‘50, su Charles Dickens e Thomas Carlyle. E proprio intorno a quegli anni si incrementò la sua produzione pubblicistica: dal 1946 al 1956 curò infatti una rassegna settimanale di libri per il Manchester Evening News, e nel 1957 propose sul Sunday Times (dove poi tenne una rubrica di critica dal 1958 al 1968) una lista, tanto clamorosa quanto soggettiva, dei cento migliori polizieschi, uno per anno, sino ad allora, che partiva dal Caleb Williams di William Godwin del 1794 e finiva con Compulsion di Meyer Levin (in cui curiosamente Agatha Christie compare due volte, come pure Ellery Queen e la Sayers, mentre Carr una sola volta).
Lo spiccato interesse di Symons per la narrativa gialla ebbe a concretizzarsi poi – oltre che nelle numerose prefazioni e postfazioni a tanti romanzi polizieschi, tra cui quelli della Christie, a partire soprattutto dagli anni ‘70 – in un contributo saggistico di assoluto rilievo, Bloody Murder del 1972 – il cui taglio storiografico è apertamente evocato dall’eloquente sottotitolo From the Detective Story to the Crime Novel – seguito a breve dall’altrettanto notevole studio critico su Edgar Allan Poe, The Tell-Tale Hearth (1978).
Il caso di studiosi della letteratura poliziesca che siano stati al tempo stesso autori di una certa importanza non è raro: basti citare anche solo l’americano Anthony Boucher, creatore di pochi ma esemplari mysteries nella tradizione di Berkeley e di Carr, o la coppia francese Boileau-Narcejac. Il curriculum di Symons resta però tra i più significativi, soprattutto perché ha avuto il merito di illuminare con grande chiarezza il processo evolutivo che ha portato alla trasformazione dell’originario detective novel nel moderno giallo d’azione (col thriller, l’hard-boiled o il romanzo di spionaggio), individuando nella seconda guerra mondiale lo snodo storico che cambiò radicalmente le modalità di questo genere narrativo. Proprio in Bloody Murder in particolare (premiato a suo tempo con un Edgar Award Special) sottolineò la diversità tra “the classic puzzler mystery” – il giallo tradizionale a enigma della grande tradizione anglosassone di Christie, Carr, Van Dine – e quello della crime novel, indirizzo più moderno che si dipana nell’ambito della psicologia dei personaggi e propone un universo più calato nella realtà della vita di tutti i giorni.
Il primo romanzo poliziesco scritto da Symons, mai tradotto in italiano, risale al 1945 (The Immaterial Murder Case) e da allora un numero elevato di libri è venuto testimoniando della sua felice attitudine, della professionalità della sua vena creativa e spesso della sua originalità nel muoversi all’interno di formule già pienamente consolidate. Pochi suoi romanzi, però, risultano editi nella nostra lingua, e un nostro attento controllo ne ha individuati 10 su un totale di 29, che qui elenchiamo precisando qualche abbreviazione: GM e CdG (Il Giallo Mondadori e I Classici del Giallo), e RDC (I Romanzi del Corriere- Quindicinale del Corriere della Sera):
1) 1947, A Man Called Jones (Un certo Jones, Milano, Brighenti, 1948);
2) 1949, Bland Beginning (I falsi di Amberside, CdG n. 497, 1986);
3) 1950, The Thirty-First of February (Il 31 febbraio, Longanesi, “I gialli proibiti” n. 4, 1953; CdG, n. 1340, 2014;
4) 1953, The Broken Penny (Il soldo spezzato, Garzanti, Serie Gialla, 1956);
5) 1956, The Paper Chase (Caccia a un cadavere, RDC, 1957);
6) 1957, The Colour of Murder (Un quadrato di seta nera, RDC, 1957);
7) 1960, The Progress of a Crime (La notte dei fuochi, RDC, 1961);
8) 1967, The Man Who Killed Himself (La parrucca rossa, Longanesi, 1969);
9) 1978, The Blackheath Poisonings (False verità, CdG n. 704, 1994);
10) 1994, Playing Happy Families (La famiglia felice, GM n. 2508, 1997).
Oltre a scrivere sceneggiature per serie a episodi come “Il brivido dell’imprevisto”, “L’ora di Alfred Hitchcock” e “Suspense”, Symons fu anche autore di molti racconti di assoluto rilievo, mai – ahimè – tradotti in italiano ad eccezione di Great Detectives – Seven Original Investigations del 1981, prontamente tradotti da noi da De Agostini nel medesimo anno (I grandi detectives): una raccolta di sette racconti gialli originali e apocrifi, in cui l’autore fa agire con maestria Sherlock Holmes. Nero Wolfe, Philip Marlowe, miss Marple, Poirot, Ellery Queen e Maigret.
Quanto all’accoglienza della critica, Symons “è stato un autore molto amato, soprattutto da chi si opponeva alla vecchia scuola e sosteneva le nuove leve, ma anche, ovviamente, avversato: non è un caso per esempio che in Italia non sia stato analizzato compiutamente, ma solo citato estemporaneamente, sia ne Il romanzo giallo di Benvenuti e Rizzoni (Mondadori), sia soprattutto in Delitti per diletto – Storia sociale del romanzo poliziesco di Ernest Mandel (Interno Giallo), un testo di prospettiva marxista, che avrebbe dovuto invece innalzarlo a proprio mentore” (così Pietro De Palma, “Sherlock Magazine”, 04/11/2010). A due suoi gialli, comunque, è stato attribuito il Gold Dagger Award (The Colour of Murder, nel 1957) e l’Edgar Award (The Progress of a Crime,nel 1961), e da The Man Who Killed Himself del 1967 è stato tratto il film Arthur! Arthur! di due anni dopo.
“Autore fantasioso ma lucido ed essenziale nello stile” – secondo Di Vanni e Fossati nella loro Guida al Giallo – “Symons ha scritto romanzi di pura detection, accanto a entusiasmanti suspense che combinano in modo magistrale la profondità dello studio psicologico con il virtuosismo di intrecci estremamente complessi, o il risvolto satirico con il fatalismo cinico e beffardo. Fra le sue opere più riuscite ricordiamo il genuino puzzle di The Narrowing Circle (1954), la tormentata trama spionistica de Il soldo spezzato (The Broken Penny, 1953), la fenomenologia del crimine che sta alla base de La notte dei fuochi (The Progress of a Crime, 1960), l’originale impianto scenico di The End of Solomon Grundy (1964), ambientato in un’aula di tribunale. Altri suoi romanzi possono esser riuniti in una sorta di trittico, comprendente The Man Who Killed Himself (1967), The Man Whose Dreams Came True (1968) e The Man Who Lost His Wife (1970), fra cui emerge soprattutto il primo (La parrucca rossa), una variazione su un piano razionale del tema dello sdoppiamento fisico alla Jekyll/Hide, condotta con vigore e ampiezza di stile.”
Pur influenzato in piccola parte da Iles, La parrucca rossa è apparso comunque ai critici come un romanzo strepitoso grazie a una trama in cui Symons è riuscito a evitare quasi tutti i luoghi comuni del poliziesco, costruendo un equilibrio davvero affascinante tra originalità del plot e rigorosa geometria delle strutture. Mentre La famiglia felice, ultimo romanzo di Symons scritto poco prima della morte, si colloca nella sua produzione come la massima espressione del giallo psicologico, e insieme come una felice fusione di intreccio poliziesco e critica dell’ipocrita società contemporanea.


