Il mio vicino Totoro

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Il mio vicino Totoro

 

Regia di Hayao Miyazaki

 

Film del 1988 con Noriko Hidaka, Chika Sakamoto, Shigesato Itoi, Sumi Shimamoto

 

Genere Animazione/Fantastico

 

Se il mese scorso abbiamo trattato un cartone animato per adulti, oggi ne affrontiamo uno rivolto precisamente ai bambini. Uno dei migliori della sua categoria.

Nel 1988 Hayao Miyazaki e Isao Takahata hanno ampiamente rivoluzionato il panorama dell’animazione giapponese. Queste due figure leggendarie hanno lavorato, spesso in tandem, a serie di grande successo (anche in Occidente, quando non era ancora la norma) come Lupin III, Heidi, Anna dai capelli rossi. Il desiderio di avere il controllo totale sulle loro opere, slegandosi dai colossi cinematografici e televisivi con cui per anni si erano scontrati, li porta nel 1985 a fondare lo Studio Ghibli, formalmente nato per dare spazio e strumenti agli animatori stufi del sistema produttivo e alla ricerca di sempre maggior libertà, autorialità e qualità.

L’amicizia e la collaborazione tra Miyazaki e Takahata è uno dei rapporti più importanti e proficui della storia del cinema. Miyazaki è una mente creativa pura, stacanovista e instancabile, un narratore appassionante che parla all’infanzia per scuotere gli adulti, con più di un occhio puntato sulla cultura occidentale che spesso omaggia rileggendola.

Takahata è un uomo calmo e lento, capace di lavorare per tredici anni allo stesso film per ottenerne la perfezione, autore di soggetti bizzarri e ostici anche per gli stessi adulti a cui si rivolge (dramma neorealista su due bambini sfollati, racconto a flashback di un’impiegata che ricorda la sua infanzia durante un viaggio in campagna, favola ambientalista su dei procioni mutaforma che si comportano come samurai, vignette quotidiane di una tipica famiglia giapponese), con una dedizione totale alla tradizione nipponica.

Queste due anime così differenti e complementari decidono di produrre due film, da distribuire in contemporanea, che rappresentino le due facce del nuovo studio, nonché il manifesto di due poetiche incisive e mature. Avviene nel 1988, un anno cardinale per la storia dell’animazione, in cui la concorrenza tra Stati Uniti e Giappone è accesissima. Da un lato la Disney, dopo anni di insuccessi, assume i migliori animatori sulla piazza, capitanati dall’immortale Richard Williams, e punta tutto quello che ha sul colossale Chi ha incastrato Roger Rabbit, lettera d’amore alla Golden Age di Hollywood. Dall’altra, Katsuhiro Ōtomo spreme fino all’ultima goccia i principali produttori giapponesi, racimolando un budget astronomico per permettersi la più fluida, complessa e composita animazione mai vista in terra nipponica, e sconvolge il pianeta col rivoluzionario Akira, fantascienza distopica e apocalittica.

Mentre le due corazzate si scontrano, vedono la luce anche i due progetti dello Studio Ghibli: Il mio vicino Totoro di Hayao Miyazaki e La tomba delle lucciole di Isao Takahata. Il loro sorprendente successo per il momento resta relegato in Giappone (Totoro arriverà in Italia con ventun anni di ritardo!), ma la loro ambizione non passa inosservata. Entrambi i film raccontano un incontro con la morte, ma se il film di Takahata è crudo, secco, senza speranza e reale, Miyazaki dà vita a una favola incantevole e gioiosa.

A essere precisi Totoro è un film per tutti: racconta l’infanzia con una tale vividezza e intensità che, mentre un bambino viene perfettamente calato in un mondo a sua misura, un adulto può capire facilmente perché quel mondo sia così prezioso e importante, e perché vada custodito.

La storia è quella di Satsuki e Mei, due sorelline che si trasferiscono col padre in una vecchia casa di campagna, per avvicinarsi alla mamma ricoverata. La casa cade a pezzi e le bambine la esplorano con grande eccitazione, saltellando qua e là e correndo per le scale, aprendo tutte le finestre e urlando a eventuali spiriti in ascolto. Sembra proprio una casa infestata, perfino la cantina è piena di saettanti mostriciattoli neri, i corrifuliggine. Ogni angolo è un mistero suggestivo, ogni filo d’erba è un divertimento creativo, non ci si può annoiare e nulla è men che elettrizzante. Non può essere altrimenti, dato che nel folto della foresta stanno per conoscere la creatura più magica di tutte: Totoro, uno schivo e peloso spiritello che sonnecchia tra le radici di un gigantesco albero di canfora. Nei molti incontri le bambine affronteranno insieme a lui delle piccole e semplici avventure, come un giorno di pioggia o piantare dei semi e osservarli crescere.

C’è qualcosa, nel modo in cui Totoro rende speciale l’ordinario e facile l’inspiegabile, che rapisce. La discesa nella sua tana è la stessa caduta che conduce Alice nel paese delle meraviglie, l’entrata in un microcosmo con regole mai viste prima. Il romanzo di Carroll è ispirazione dichiarata, c’è persino un personaggio identico allo Stregatto, ma le meraviglie di Totoro sono un modo per Satsuki e Mei di capire meglio quello che non sanno, ma che le incuriosisce. Poco importa che lui e i suoi amici esistano o meno, Totoro è reale per le bambine e per noi che ritroviamo una via amichevole e innocente di vivere il cambiamento.

Un cambiamento che bussa con forza alle porte di questa famiglia, giacché la salute della mamma sta migliorando ma non abbiamo la certezza che sia totalmente fuori pericolo. Come ci si adegua, così piccole, a questa lontananza, come ci si adegua a questo dubbio? Perché è un dubbio che fa tanta paura e irrompe nella leggerezza quotidiana che le protagoniste lavorano faticosamente per costruirsi. A momenti teneri come quello alla fermata dell’autobus (una delle scene più magiche ed emozionanti della storia del cinema) segue un terzo atto inquietante, in cui esplode un dramma improvviso e inaspettato. Anche nella più grande delle difficoltà Mei, la più piccola, cerca sempre il sostegno e la compagnia della sorellona, ma Satsuki non è che una bambina, altrettanto investita dagli eventi. Per superare la prova più dura le bimbe dimostrano un carattere di straordinario coraggio e maturità e, ancor più importante, il loro legame già saldo ne esce temprato.

Totoro non sarebbe stato così indimenticabile se non avesse avuto una coppia del genere. Satsuki è giocherellona, vivace, solare, ma anche seria e precisa, generosa e altruista, dispettosa quando serve, consapevole e sbarazzina; i suoi sforzi di mitigare i sentimenti negativi pur di proteggere e aiutare chi ha bisogno definiscono un carattere vivo e concreto. D’altro canto Mei è una rotonda e instancabile bimbetta piena di energie, curiosissima e intraprendente, molto timida e riflessiva, che gli animatori dipingono con movenze caracollanti e buffe smorfie, che divertono lo spettatore ma fanno anche sì che si affezioni in un lampo. Miyazaki, uomo votato all’animazione e alla sua ricchezza espressiva, cura ogni dettaglio con la delicatezza del maestro, il film non ha errori tecnici ed è illustrato e colorato con grande abilità e sensibilità. Qui c’è il punto: devi vederlo. Finora quello che ho descritto potrebbe sembrare banale e trito, una storia non diversa da molte altre. Quello che la rende un’esperienza unica è lo sguardo del regista, la mano di chi ha disegnato Totoro, gli occhi di Satsuki che comunicano senza parole. Ai film dello Studio Ghibli non si crede finché non si vede la capacità di questi artigiani di carpire l’essenza di un personaggio e di sintetizzarla in centinaia di disegni che fanno evolvere l’animazione giapponese, spesso tacciata di eccessiva staticità. Qui tutto è vitale, i personaggi respirano, viene voglia di rotolare in quei prati e di sentire quel vento tra le braccia. L’esperienza di Miyazaki su Heidi ha sicuramente arricchito il racconto della vita di campagna: un idillio popolato da anime buone che affrontano la vita con positività, accoglienti e piene di speranza. È il vero paese delle meraviglie, di cui il mondo magico di Totoro è paradossalmente la superficie. Un universo utopico, in cui vige l’altruismo e la tranquillità, dove non esiste il male e se c’è può essere sconfitto.

E grazie tante, ci voleva il grande autore per dirci che in campagna si fa una vita sana.

Ma l’intento di Miyazaki è un altro ed è ancora più chiaro se guardiamo al gemello La tomba delle lucciole. Il film dell’amico Takahata mostra il Giappone distrutto dalla seconda guerra mondiale e dalle bombe tramite l’odissea di due bambini che lottano per non morire. Come Satsuki e Mei, i due giovani protagonisti entrano in un altro mondo, quello della fame e della sopravvivenza, in cui non c’è nessuno che può aiutarli. Niente leggerezza, niente magia, solo la realtà per com’è: cieca.

Con La tomba delle lucciole Takahata vuole mostrare il dolore e la tragedia, in una terra in cui la speranza è morta e c’è un ingiusto e crudele destino di sofferenza già scritto. Miyazaki immagina un mondo che non esiste, non perché abitato da mostri, ma perché le cose vanno per il verso giusto. Perché le nuove generazioni sono protette, sono comprese, sono ascoltate, sono amate. Forse quello che ci vuole dire è che se ogni bambino potesse crescere in maniera sana, immerso in amore e fantasia, forse quelle bombe non sarebbero mai cadute. Forse quei bambini, quelle persone sarebbero ancora vive. Forse abiteremmo un mondo più sicuro, in cui si può imparare giocando e meravigliarsi scoprendo. Troppo sognante? Ma che male c’è a sognare un mondo in cui la paura più grande si affronta con un sorriso e un pisolino?

 

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